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Lowlow è finalmente ritornato nella sua Itaca

Lowlow come Ulisse, protagonista di una delle sue narrazioni in musica, dopo lunghe peripezie e un periodo di lontananza è riuscito a tornare, ricco di storie da raccontare, ma con ancora le cicatrici del viaggio, alla sua Itaca che, fuor di metafora, è il suo pubblico.

“Il rap è tecnica, ma per raccontare una storia essa deve essere messa al servizio del significato e, soprattutto, deve essere veicolo espressivo delle proprie emozioni”, così Lowlow mi descrive il suo modo di comunicare contenuto nel nuovo disco “Dogma 93”, uscito dopo un lungo periodo di silenzio, ma mai di stasi.

“L’ho definito il mio miglior progetto, ma lascio al pubblico la possibilità di farsi una propria idea”, così esordisce nel parlarmi del nuovo album. “La scrittura è il mio regno, quando scrivo canzoni mi sento felice e indistruttibile. Infatti, la parte più difficile del lavoro è venuta dopo la fine di questa sensazione di invincibilità data dalla scrittura.”

Lowlow ha voluto, dunque, raccontarmi quale è stato il valore che spera di aver trasmesso all’interno del suo nuovo progetto: “dovevo compiere un passaggio, un passaggio per me doloroso: riuscire a comunicare le mie emozioni, le mie sensazioni e la mia visione del mondo senza darle per scontate, ricordandomi che dall’altra parte c’è un pubblico a cui arrivare.

Questo mettermi in discussione è stata una “condanna”, ma mi ha portato a dare maggior attenzione all’ascoltatore” e dichiara: “per me è ipocrisia realizzare un disco senza pensare di farlo per un pubblico: ho scritto come Lowlow, ma poi l’ho ascoltato uscendo da Lowlow, un “dentro e fuori” difficile, ma che ha conferito una maggior maturità al disco.”

Credo proprio che, in seguito a questo “doloroso” passaggio attraversato, grazie al quale è riuscito a calare la propria storia anche in quella di altri, per noi ascoltatori sarà più immediato “fare nostre” e immedesimarci nelle parole dei suoi testi.

A nome di tutti i fans che hanno seguito il suo percorso fin dagli esordi e notando l’assenza di quel fil rouge che lega la sua intera discografia con “Sfoghi di una vita complicata”, gli ho domandato perché non avesse deciso di proseguirlo. “Ho voluto decentrarmi” spiega, “il ruolo di quella canzone potrebbe rivestirlo “Bobby”: per far comprendere maggiormente le mie sottotrame, mi sono voluto mettere al di sopra. Ho voluto metter il mio dualismo tra ego e fragilità, togliendomi e mettendomi contemporaneamente in una storia sempre mia, ma impersonata da un’altra figura.”

Il titolo del disco è un omaggio a “Dogma 95”, movimento cinematografico creato dai registi danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg, fondato su un decalogo di regole dichiarate in un manifesto. Spinta dalla curiosità di un titolo così ermetico e dal desiderio di capire di quale dogma volesse parlare, gli ho chiesto di spiegarmi le ragioni di questa scelta. “E’ un disco cinematografico e definisco la mia scrittura a immagini e visiva. Volevo creare un manifesto con i miei dogmi, intesi non come limiti, ma come caratteristiche della mia particolare visione” spiega.

“Loro parlano di cinema da un punto di vista tecnico, dal portare la camera in spalla, al seguire una linea temporale coerente come nella tragedia greca. Ho voluto dare le mie “regole”. Quando dico che le parole e la scrittura vengono prima di tutto, anche della musica stessa, non è un togliere qualcosa a Big Fish, con il quale c’è stato un rapporto simbiotico, ma è il voler mettere in primo piano la mia urgenza espressiva e le mie intuizioni.”

Riguardo alla scelta di una copertina così minimalista aggiunge: “anche dal punto di vista grafico, ho voluto esprimere l’attenzione alla sostanza contenuta nel manifesto. Per me l’estetica è irrinunciabile, ma ciò che è all’interno e le storie lo sono di più.”

Inoltre, l’obiettivo di questo movimento cinematografico era quello di contrastare la diffusione degli effetti speciali nel cinema, evitando luci e scenografia. A tal proposito, ho voluto domandare a Lowlow se in una scena nella quale l’immagine spesso prevarica sulla musica, il suo rap, spoglio di sovrastrutture ed elementi accessori, fosse realmente compreso.

“Ho cominciato a scrivere questo disco durante un momento molto cupo, un momento in cui non mi riconoscevo in ciò che vedevo e sentivo. Con l’uscita del disco sono curioso di capire quali sfaccettature verranno comprese o fraintese. Ci sono stati pezzi nei quali magari la parte del ritornello non suonava, sono stato male, ma poi è iniziato un percorso di stabilizzazione  e da lì è stata una continua evoluzione. L’obiettivo non è la fine, è la crescita.”

Una metafora molto delicata, ma allo stesso tempo forte che Giulio utilizza è quella della crepa: “questo disco è un tentativo di crearne una nel muro dell’attenzione delle persone: se solo si rompe leggermente, io ho tantissime cose da inserirci al suo interno.”

Dalle sue parole traspare un attaccamento quasi vitale nei confronti della musica e mi piace immaginare Lowlow come Ulisse, protagonista di una delle sue narrazioni in musica: dopo lunghe peripezie e un periodo di lontananza, è infatti riuscito a tornare, ricco di storie da raccontare, ma con ancora le cicatrici del viaggio, alla sua Itaca che, fuor di metafora, è il suo pubblico.

Addentrandoci nella tracklist di “Dogma 93” abbiamo parlato di “Bobby”, traccia che apre il disco e delle analogie che lo legano alla figura del celebre campione mondiale di scacchi Bobby Fischer. “Nelle sue dichiarazioni, seppur controverse, si legge un qualcosa della sua persona. Io sono innamorato delle persone “settoriali”, di quelle che mettono completamente loro stesse in ciò che fanno, di quelle che sacrificano tutta la loro vita ricercando l’eccellenza.”

Descrivendo il messaggio intrinseco del pezzo, Lowlow spiega che spesso “essere speciale” e “sentirsi speciale” è la stessa cosa: “per sconfiggere la paura del “foglio bianco” io immagino che esso non esista, cerco di sentirmi invincibile: è un discorso legato al credere in ciò che si fa in modo incondizionato, questo poi si trasforma in fiducia. “Essere speciali” e “sentirsi speciali” non si equivalgono, ma, sicuramente “sentirsi speciali” è il punto di partenza per esserlo.”

Lowlow, da vero “Poeta incazzato”, nome che lo ha accompagnato nei primi freestyle, ha deciso di inserire nell’album un flusso di coscienza con le rime, intitolato “Hikikomori”, termine giapponese che indica coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, ricercando isolamento e confinamento. Colpita dalla singolarità di questa traccia, gli ho domandato quale fosse stato l’approccio alla scrittura con il quale ha lavorato. Rivela che: “tutto parte da un’idea, sono come una spugna e se qualcosa mi colpisce o mi emoziona, è fatta: le rime, poi, vengono da sole.”

In questo viaggio cinematografico, reale e metaforico che viene tracciato dalla tracklist si arriva a Jonestown, comunità dell’America meridionale che nel 1978 decise di compiere il più grande “suicidio rivoluzionario” mai compiuto, nel quale persero la vita 909 persone, avvelenate con il cianuro. A questo episodio, Lowlow ha voluto intitolare un pezzo. “Su uno sfondo sociale fortissimo, ho voluto creare una storia molto più sottile con una tematica sociale. Il brano è una protesta in un momento di grandissima difficoltà nell’esprimere la propria individualità, in un momento nel quale basta dire una frase diversa da venir considerato un outsider.”

Colpita dall’espressività di alcune frasi che aprono il pezzo, come “questa gente mi fa portavoce del loro dolore perché sanno che è anche il mio dolore” e dal fatto che dice di “parlare in nome di tutti i rifiutati”, gli ho domandato da dove nascesse l’idea di essere “investito” da questo compito. “Sicuramente sono portavoce del mio dolore” risponde, “mi sento portavoce, non tanto per un discorso di essere più o meno sfortunato, ma poiché vivo in un perenne stato di tensione, miglioramento, inseguimento. Non mi sento mai “arrivato”, non riesco a racchiudermi in uno status come vorrebbero gli altri. C’è qualcosa dentro me che brucia, grazie alla quale riesco a parlare in nome di tanta gente.”

Per salutare Lowlow, ho deciso proprio di collegarmi a questa costante incontentabilità, inquietudine e insofferenza che lo caratterizza. Infatti, nella presentazione del disco risalta una frase: “bandita ogni autocelebrazione”. Lowlow a differenza della maggior parte dei rapper in Italia, non è per nulla auto celebrativo e gli domando se finirà mai questa continua lotta con se stesso e con il suo pessimismo.

“Non credo che la soluzione sia smettere di combattere”, esclama, “anzi, è la più alta forma di espressione. Io penso di aver ancora tanto da dare, sento che è così. Allo stesso tempo aspiro a un momento, anche solo a un istante, in cui mi potrò sentire soddisfatto di me stesso. Spero di riuscire a vivere meglio il mio lavoro, soprattutto ora che sono più stabile, spero di fare presto un concerto senza essere in uno stato d’ansia e spero che, in un momento in cui niente sembra smuoverci dalle nostre posizioni, io possa essere colpito da ciò che mi circonda.”

Glielo auguro, gli auguro di non sentirsi mai tra i “Supereroi falliti”, ma di credere di essere un “Superuomo” come dice nell’ultima traccia di “Dogma 93”, progetto in cui ha raccontato se stesso, anche utilizzando le storie degli altri.

“Il talento non è così raro, il resto è solo sacrificio” e Lowlow nella sua carriera ne ha fatti e, come da sua natura, ne continuerà a fate ininterrottamente. Ma, solo grazie a una sottile sensibilità, si riuscirà a penetrare, cogliere e comprendere la sua scrittura e la sua persona. Altrimenti, come per Bobby Fischer, la maggior parte continuerà a vedere solo e semplicemente un campione in ciò che fa.

Ascolta ora: “Dogma 93” di lowlow

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