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Il prossimo anno il vostro rapper preferito andrà a Sanremo

Qualcosa quest’anno è cambiato al Festival dellla Canzone italiana: finalmente gli artisti partecipanti hanno ottenuto un incremento della loro visibilità da un punto di vista dello streaming (oltre che da un punto di vista radiofonico). E questo è uno dei motivi per cui il vostro rapper preferito l’anno prossimo potrebbe decidere di andare a Sanremo.

Ostilità generazionale

Il Festival della Canzone Italiana è sempre stato osservato con guardinga curiosità e con un pizzico di malcelato disprezzo da tutta la scena rap italiana. E come non comprendere una simile ostilità?

In quanto simbolo della tradizione musicale del Bel Paese, Sanremo non avrebbe mai potuto assumere una fisionomia diversa agli occhi dei rappresentanti di un movimento culturale importato da oltreoceano (e dunque estraneo alla suddetta tradizione).

Specie, poi, se quel movimento culturale si fosse mostrato foriero di un genere musicale trasgressivo, ignoto, giovanile e sovente in urto con le istituzioni di qualunque tipo proprio in quanto tali.

Sanremo, le radio, lo streaming

In tal senso, inoltre, mi sento di affermare che abbia sempre giocato a sfavore del sodalizio rap-Sanremo l’associazione alle radio del grande evento nazional-popolare.

Per anni il rap è stato un genere non solo di rottura, ma anche di critica a tutto il sistema radiofonico e televisivo italiano: non è un caso che Jake la Furia, in Musica Commerciale, rappasse – con un certo orgoglio – «Ce l’ho fatta senza TV, zio, senza la radio e senza YouTube», come se sfruttare quei canali di distribuzione allora considerati “contaminati” inquinasse col compromesso la musica stessa.

Ascolta ora: “Musica commerciale” di Jake la Furia

Insomma, dalle prime generazioni del rap (e dunque per tutti gli anni Zero e per parte degli anni Dieci), Sanremo – insieme a tutto il circuito ad esso connesso – ha incarnato l’archetipo del nemico assoluto, contro il quale cimentarsi in un’impresa titanica: emergere. Se il rap era Davide, allora possiamo dire che Sanremo fosse il colossale (e vetusto) gigante Golia.

Ma senza andare così lontano con le citazioni musicali, possiamo benissimo pensare a quando Salmo, qualche mese fa, ha dichiarato in relazione alla sua mancata partecipazione al Festival in qualità di super-ospite che sull’Ariston si sarebbe sentito “a disagio”.

Si può affermare – insomma – che ancora oggi, nella percezione di molti artisti urban, vi siano i residui di una convinta opposizione generazionale al filone classico e canonico della musica italiana.

Quest’impeto ribellistico negli ultimi dieci anni si è risolto con la giustapposizione al mondo radiofionico del virtuale e dello streaming (fosse anche, in un primo momento, nella forma fruitiva del video musicale sul già citato YouTube).

L’universo di internet con tutta la sua vita virtuale brulicante di brani è stata una realtà sotterranea, viva parallelamente al mondo superficiale delle radio, ma invero incapace di incontrarlo e tangerlo: vasi non comunicanti, i cui liquidi non dovevano mescolarsi neppure per errore. Ed ecco spiegato l’hating del pubblico del rap per alcune figure come quella di Fedez, che avrebbero valicato il limes proibito del “commerciale”.

Tutto questo, però, fino a quest’anno. Ma cosa è cambiato oggi davvero?

Oggi il Festival influenza gli streaming

Il festival non ha avuto niente di rivoluzionario. Per assurdo, la vittoria di Mahmood l’anno scorso (69° edizione, 2019) è stata di gran lunga più significativa per quanto riguarda il tema trattato e anche il genere del brano (che aveva evidenti influenze urban, vista la produzione di Charlie Charles e Dardust).

Ascolta ora: “Soldi” di Mahmood

L’edizione di quest’anno, invece, è stata vinta da un più prevedibile Diodato, con un brano (“Fai rumore”) certamente più canonico rispetto a “Soldi”.

Ascolta ora: “Fai Rumore” di Diodato

Eppure sono sicuro di una cosa. In quanti fra coloro che stanno leggendo questo articolo prima di seguire il festival conoscevano questo artista? La risposta la danno i numeri di plays su Spotify: in pochi. Molto pochi.

Al di là di qualunque valutazione sul cantante in questione, di cui comunque non si vuole mettere in discussione la vittoria, cosa possiamo cogliere – sempre rifacendoci ai dati – dalla conclusione di Sanremo?

La differenza con il passato

Ritorniamo così alla questione degli streaming: Diodato è passato da 600.000 streams (“Non ti amo più”) a brani con oltre 6.000.000 di plays (“Fai rumore”, appunto) in meno di un mese.

Se dunque precedentemente Mahmood poteva essere già un ibrido per sua natura, capace di oscillare fra l’Ariston e la miniserie rilasciata su YouTube da Guè Pequeno, il fatto che Diodato abbia ottenuto un incremento numerico simile è certamente significativo.

Da ciò possiamo evincere che finalmente i due grandi vasi – quello della “musica di internet” e quello dei brani che usciti da Sanremo passano in radio – iniziano ad essere comunicanti.

L’edizione di quest’anno di Sanremo ha davvero avuto una certa influenza sugli streaming; e questo non è scontato considerando che il brano degli Stadio vincitore dell’edizione 2016 “Un giorno mi dirai”, attualmente (dopo ormai quattro anni), conta 4.000.000 di plays su Spotify.

Ascolta ora: “Un giorno mi dirai” degli Stadio

Allo stesso modo, Il Volo – classificatosi terzo l’anno scorso – vede il proprio brano partecipante a quota 5.700.000 streams; quanto hanno totalizzato i Pinguini Tattici Nucleari (ovvero i terzi classificati di quest’anno)? Praticamente 6.000.000 di plays.

E certo, si può sostenere che il bacino di pubblico sia molto diverso; ma occorre comunque tenere conto del gap temporale, che controbilancia questo aspetto, della notorietà già affermata de Il Volo durante la partecipazione al Festival e probabilmente anche del fatto che non è solo il grande evento sanremese a favorire gli streaming, ma che tale influenza sia probabilmente divenuta biunivoca.

In definitiva, credo non sia un errore affermare che il Festival di Sanremo nell’ultimo anno sia riuscito a suscitare un’attenzione maggiore del previsto, tale da indurre nel pubblico una ricerca più serrata e attenta al di là della visione televisiva.

Un nuovo Festival di Sanremo

Sorge spontaneo, a questo punto, ipotizzare la più rosea (per tutti) fra le ipotesi: un Sanremo non più disdegnato dai rapper, in quanto riconosciuto come un valido mezzo di diffusione della propria musica; un Festival, dunque, capace di dare cittadinanza anche ai brani meno convenzionali, svecchiandosi e mutando pelle.

Così si otterrebbe anche un Festival della Canzone italiana capace di rispecchiare in modo più consono e completo lo spaccato della musica nostrana, da cui fino ad oggi una parte importante è stata esclusa anche (ma non solo) a causa di una sorta di asperrima e in fondo endemica autocensura.

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