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Los Angeles non sarà più la stessa senza Kobe e Nipsey

La città di Los Angeles, nel corso dell’ultimo anno, ha perso due delle sue icone più brillanti: Kobe Bryant e Nipsey Hussle. E per questo motivo, non sarà mai più la stessa.

Kobe Bryant è stato un sogno

Ogni ragazzino cresciuto durante gli anni Zero sa chi sia Kobe Bryant. Il suo nome, negli anni, è divenuto un ponte sul tempo capace di congiungere i discorsi dei liceali all’intervallo con quelli degli impiegati in pausa caffè.

Sono sicuro che ogni mio amico che si sia avvicinato davvero al basketball, almeno una volta nel corso della propria vita si sia finto Kobe Bryant. Magari lanciando un foglio accartocciato di esercizi di matematica dalla sedia della propria scrivania, o magari ancora dopo l’allenamento, scagliando i calzettoni appallottolati dentro la cesta dei panni sporchi.

Kobe è stato questo: la possibilità di trovare nel nome dell’ex Los Angeles una scappatoia onirica dalla boria e dalla fatica di un’esistenza normale. Kobe è stato per tutti una favola lontanissima e fascinosa e, insieme, un sogno realizzabile e concreto.

Sono tantissimi i momenti iconici del basketball. Proprio ieri è stato il trentaduesimo anniversario dal giorno in cui Michael Jordan sconfisse Dominique Wilkins, “the human highlight film”, a quell’all star weekend reso celebre da una delle sue schiacciate più belle (quella che gli valse il soprannome di “His Airness”).

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1988, 6 febbraio, la NBA si ferma per il consueto all-star weekend. È sabato, questo significa solo una cosa: gara di schiacciate. Lo spettacolo va in scena nella freddissima Chicago, e il protagonista più atteso risponde non può essere altri che Michael Jeffrey Jordan, giocatore dei Bulls; le premesse sono decisamente esaltanti visto anche che l'avversario principale di MJ è Dominique Wilkins, "The human highlight film", grandissimo schiacciatore che ha calcato anche il parquet di Bologna. I due si scontrano in finale dopo aver eliminato personaggi del calibro di Spud Webb e Clyde Drexler e proprio all'ultimo tentativo disponibile per la vittoria Michael tira fuori dal cilindro una schiacciata giá vista nei turni precedenti, ma impossibile da non apprezzare per il coefficiente di difficoltà elevatissimo. Jordan parte da poco prima di centrocampo e stacca dal tiro libero. Resta in aria un'eternità tanto da guadagnarsi il soprannome di "His Airness" di difficile traduzione "Sua maestá dell'aria" o "Sua altezza aerea", mica male. La fotografia è leggendaria e diventa logo della sua stessa marca di abbigliamento e scena finale di Space Jam. Il fotografo aveva ricevuto indicazioni su dove posizionarsi dallo stesso Jordan con un tocco sul ginocchio. Il punteggio massimo e il trofeo, non solo quello della gara ma anche quello della Storia, sono nelle mani magiche di His Airness. #lefotografiechehannofattolastoria #accaddeoggi #michaeljordan

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E fra questi momenti iconici, è difficile sceglierne alcuni dalla carriera di Kobe. Forse non ne sarei capace.

Sono certo però che l’ordito di quegli istanti alla fine abbia prodotto la trama che possiamo ammirare oggi. Quella che ci ha reso tutti un po’ fan della squadra di Los Angeles e cittadini della città californiana. Quella che, tutt’ora, nonostante i tragici eventi ci fa pensare a Kobe come a un modello eterno: sul campo, egli sapeva far apparire l’uomo un supereroe. Ogni limite, per quanto potesse apparire invalicabile per gli spettatori, lui sapeva scavalcarlo con un balzo ineluttabilmente rivolto al canestro.

L’ultimo salto di Kobe Bryant

Il suo ultimo salto – quello del 26 gennaio 2020 – gli è stato fatale. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vederlo rovinare al suolo. Ma Kobe aveva fatto troppo per noialtri perché il mondo lo lasciasse a terra.

Per questo la reazione a quella tragica notizia è stata unanime e condivisa, con petizioni sognanti, lettere anonime e maglie col 24 appese ai balconi prima di Los Angeles e poi di tutto il mondo in segno di rispetto. Era il modo di una città e del pianeta tutto di congedarsi da Kobe: il modo per dargli quella spinta che ne accompagnasse l’ultimo stacco verso il cielo.

Anche mentre ancora giocava artisti come JAY-Z, Kanye West e Kendrick Lamar avevano citato Kobe come simbolo di velocità (“With a splash of Monster Kody / Shoot faster than Kobe”) o zelante precisione (“When I roll up on niggas, I tell them to move slowly / Or get 8 on their chest like a Kobe jersey”).

Questo fa ben comprendere come egli trascendesse il sembiante del semplice giocatore divenendo, per chiunque lo conoscesse abbastanza, una vera e propria filosofia di vita.

Los Angeles è rimasta vedova due volte

Comunque, quando ho sentito della sua morte non ho potuto fare a meno di pensare che la città degli angeli (che amara ironia in questo nome!) appena nove mesi prima perdeva un’altra delle proprie icone più splendenti.

Nipsey Hussle – nato a Ermias Asghedom – prima di divenire una rapstar tardiva era stato un uomo del popolo. E della sua gente – della sua Los Angeles! – Nipsey aveva conquistato cuore e fiducia attraverso la propria penna: la stessa che aveva indotto JAY-Z (JAY-Z!) ad acquistare 100 copie di “Crenshaw”, uno dei suoi mixtape migliori.

Ascolta ora: “Crenshaw” di Nipsey Hussle

Nipesy e Kobe avevano molte cose in comune: entrambi avevano la dote – per esempio – di arrivare al punto per la propria comunità. Quella dote rara di essere decisivi, inarrestabili, veloci, semplici e lapidari in tutto ciò che facevano.

Ascoltare Nipsey Hussle in “Black Faces” di Childish Gambino (“Young rich nigga shit, pops was a immigrant / lifestyle ill legit, but now I own businesses / Started out the trunk, ended up at the dealership”) sarà sempre come guardare Kobe Bryant schiacciare a canestro. Entrambi erano diretti, ognuno nel proprio ambito, e questo amavano di loro Los Angeles e il mondo.

Guarda ora: “Black Faces” di Childish Gambino

Ma l’essere diretti non era la loro unica qualità. Si pensi che i loro gusti spesso si incrociavano: Nipsey presenziava sovente come spettatore ai match dei Lakers e prendeva spesso parte a partite di beneficenza, mentre Kobe era stato addirittura in studio con Kanye West e aveva tenuto diverse interviste con Kendrick Lamar.

Nipsey e Kobe erano Los Angeles, una città vedova in poco tempo di due mariti meravigliosi che di lei avevano sposato la causa e la comunità.

Questi due artisti – perché artisti erano entrambi – come in vita, sono rimasti idealmente congiunti anche nella loro tragica fine. Vedere Bryant e Nipsey accostati uno di fianco all’altro sui monitor che sovrastavano il palco dei GRAMMYs è stato uno shock per tutto il mondo. Il momento in cui LA, tutti i fan della musica e dello sport hanno metabolizzato il dramma delle loro morti.

Insomma: il tributo che ha visto unita la scena rap e l’NBA è stato simbolico, perché su quel palco era come se idealmente ci fosse tutto il pianeta, ma soprattutto la loro amata città. Nipsey e Kobe sono stati e saranno sempre “per la gente”, come cantavano i Dogo. Ma quel momento significava qualcosa di più: significava che, per una volta, era la gente ad essere “per Nipsey e Kobe”.

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