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Aspettando “Persona”: “Il ragazzo d’oro”

Quando sei Guè Pequeno e hai già riportato alla luce un genere che sembrava essere sparito dai radar con una band-culto, il tuo primo lavoro solista può diventare un collettore di hype e una sfida molto pericolosa.

Ci siamo, questa settimana esce il disco più atteso dell’anno. La redazione di Esse Magazine ha deciso di accompagnare i propri lettori nel countdown: dedicheremo gli articoli dei prossimi 3 giorni a quei dischi italiani e internazionali che, come “Persona”, hanno causato una grandissima attenzione nella fan base.

Precisiamo di non avere alcuna pretesa di completezza, e che il criterio di scelta non sarà strettamente legato alla qualità dei dischi, ma al grado di attesa generato nella fan base prima della release.

Un primo album difficile

Quando il 14 giugno 2011 per Universal Music Group uscì il primo album solista di Guè Pequeno intitolato “Il ragazzo d’Oro” l’hype era alle stelle.

Il ragazzo che poi – proprio grazie a questo disco – sarebbe stato denominato con una metafora calcistica il “Golden Boy” della scena, allora era già un mostro sacro per l’hiphop italiano.

Dopo aver riportato in auge il rap con la “dogocrazia” degli anni zero, il Guercio si era anche dedicato ad alcuni lavori minori e collaterali (che, sebbene non fossero album ufficiali, già allora erano considerati da larga parte della critica progetti-culto), quali per esempio l’EP “Hashishinz Sound Vol.1” e la saga dei “Fastlife Mixtape”.

Ascolta ora: “Hashishinz Sound Vol.1” di Guè Pequeno

Tuttavia l’ambito propriamente musicale non era l’unico che in quel periodo lo aveva reso, agli occhi di tutti i cultori della scena, un titano della scena nostrana.

Il Guercio iniziava infatti ad emergere anche in ragione dell’associazione del proprio volto alla neonata label Tanta Roba (culla di futuri nomi caldi della scena, come Salmo, Fedez, Gemitaiz e Madman) e il lancio del noto marchio di streetswear Z€N (ai tempi abbastanza pionieristico in Italia).

Insomma, l’iperproduttività dell’artista meneghino era il vettore mediante cui veicolare il nuovo immaginario di rapper-imprenditore: Gué era “golden” non solo perché connotato da un enorme valore intrinseco (non a caso ci ricordava nell’album in questione di essere “il mostro finale”), ma anche in ragione dell’unità di misura che suggeriva al pubblico per stimare il suo stesso valore: gli introiti, allora superiori a quelli dei colleghi.

Ma quest’aura di sacralità che la sua figura aveva assunto, in particolare in quanto associata ad artisti del calibro di Jake la Furia e Don Joe, allora era un’arma a doppio taglio: l’avvento di quella che potremmo definire “la scuola di mezzo” dell’hiphop italiano minacciava di allontanarlo dallo spotlight della scena e, intanto, si iniziava ad avvertire l’allentamento del vincolo con i Dogo che, come sappiamo, pochi anni dopo si sarebbe pacificamente sfibrato.

Occorre ricordare poi che il primo album sottopone sempre un artista – chiunque egli sia – ad un esame assai gravoso, a maggior ragione se questi viene da una megalitica produzione precedente con una band storica, che era stata capace di monopolizzare l’attenzione degli ascoltatori del genere per un decennio.

Se da un lato però un progetto simile doveva sostenere l’onere di mantenere una continuità qualitativa col passato (non si poteva certo buttare al vento l’esperienza coi Dogo, dopotutto), allo stesso tempo esso deve poter fornire un’alternativa valida alla band (che nel suo caso era ancora attiva, e che avrebbe poi pubblicato un altro album).

Dirà per Rockol: «Questo lavoro vuole essere un side project, un album parallelo alla mia carriera con i Dogo (…). Ho sentito semplicemente l’esigenza di pubblicare qualcosa di mio. Nei pezzi c’è tutto ciò che mi piace, a livello musicale. A tale proposito ho scelto di lavorare con vari produttori (…), proprio per creare una varietà stilistica rispetto ai brani con i Dogo».

Insomma, egli si trovava nell’ardua condizione dell’equilibrista: doveva proporre qualcosa di innovativo tanto quanto ciò che già in precedenza aveva rilasciato, qualcosa che reggesse il confronto con un passato cristallizzato e idealizzato, mantenendo contemporaneamente un’identità riconoscibile ma foriera di screziature artistiche inusitate.

L’album

Il disco contava sedici tracce, e aveva alcune caratteristiche che gli permisero di rispondere egregiamente all’hype che incombeva sul suo capo come una spada di Damocle.

Una di queste, la “zarroganza” (così l’avrebbe battezzata poi il suo ex-socio), è ben definita dal primo estratto dell’album: “Giù il soffitto” – questo il titolo – era una vera tamarrata, strafottente poiché assai consapevole della statura artistica del suo autore e amplificata poi dal sodalizio con 2ndRoof. Il video – che vedeva Gué rappare con una stripper in topless su di lui – ne fu la coronazione.

Guarda ora: “Giù il soffitto” di Guè Pequeno

Subito dopo “Giù il soffitto” uscì “Non lo spegnere (feat. Entics)”; anche questo brano fu significativo, poiché col suo “stile vacanziero” (definizione dello stesso Guè) faceva subito comprendere che l’album si edificava su un principio di multiformità e varietas rari, che comprendevano altresì un’apertura all’introspezione poi manifestatasi al massimo grado con “Ultimi giorni” (un brano che poi Marra avrebbe giudicato il migliore in tutta la produzione del Guercio).

Fondamentale, poi, è l’ironia che dominava le atmosfere del disco: in “Figlio di Dio” Guè attingeva (usando come veicolo implicito di un’omologia riuscitissima la propria data di nascita) allo stesso tono polemico – ma in questo caso divertito – che era stato portato ad un nauseato parossismo in “Dichiarazione”.

Proprio “Dichiarazione” col suo alto grado d’introspezione sfogata, posto in apertura dell’album permetteva di rintracciare la struttura della composizione anulare in un brano-outro che è anch’esso un tuffo nelle meningi del Cosimo: “Da grande”.

Non mancano comunque l’esercizio di stile e l’affermazione della sua rilevanza sulla scena: si pensi a brani come il già citato “Big!”, il quale porta sul beat penne del calibro di Ensi, ‘Nto, Marracash, Jake la Furia e Nex Cassel, e che soprattutto fa da contraltare a idee narrative al limite della genialità come “Il blues del perdente”.

Insomma, ancora una volta con questo disco Guè Pequeno sorprendeva i suoi fans, rivelando da un punto di vista artistico una completezza e una versatilità capaci di precorrere i tempi, dettare i trend e ammaliare istantaneamente i suoi fruitori.

Ascolta ora: “Il ragazzo d’oro” di Guè Pequeno

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