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Tutte le evoluzioni di Achille Lauro

Qualche giorno fa Achille Lauro ha dato l’annuncio dell’arrivo del suo nuovo album, 1990. Quanto è cambiato l’artista romano dagli esordi ad oggi?

Qualche giorno fa Achille Lauro ha annunciato l’arrivo di un nuovo album: a questo scopo, oltre ad usare i suoi canali social, ha indirizzato una vera e propria lettera ai giornalisti italiani, in seguito pubblicata per intero da Billboard.

Achille ha usato, e neanche per la prima volta, questa comunicazione diretta e abbastanza inusuale, per ribadire le date del suo Rolls Royce Tour ma soprattuto per dare un’anteprima descrittiva di 1990, il suo prossimo progetto ormai in cantiere da un anno.

“Sto prendendo i ricordi di quando ero bambino, che sono la parte migliore di noi, quella che forse tutti nascondono. Quel dolce rimpianto che ci lega profondamente. Sono nato nel ’90”, scrive.

Parla delle sonorità degli anni Novanta, della musica dance, che è portavoce di uno “spirito libero ed euforico” e del suo irriducibile bisogno di trascendere le etichette, le strade a senso unico, i generi musicali.

Li definisce infatti “gabbiette per topi” e, oggi come già ormai da tempo, dimostra di essere uno dei più grandi interpreti della fluidità stilistica.

In questo periodo si parla molto di contaminazione di generi, che è uno di quegli argomenti caldi per chi cerca di analizzare e recensire la musica contemporanea: gli esempi si sprecano ma in questa sede non ha senso ripercorrerli, perché nel caso di Achille Lauro salta subito all’occhio qualcosa che va ancora oltre.

Achille è stato uno dei primi ad avere una lucida consapevolezza di questo processo in corso e a farlo suo. Anche prima che fosse la strada maestra della modernità musicale.

E molto prima che gli esempi si sprecassero.

Questo è successo perché la tendenza a mescolare, sperimentare e personalizzare è insita nella sua identità artistica. Achille Lauro è un trasformista.

In politica questo termine nasce abbastanza ambiguo, con ben più di un’interpretazione, ma la versione prevalente lo bolla come negativo. Ma se lo si applica alla musica, abbastanza audacemente, bisognerebbe pensarci più a fondo.

Quello che mi spinge a parlare così di Achille non affonda le sue radici in una moda e non prevede un uso utilitaristico della contaminazione, ma appare a tutti gli effetti una necessità personale dell’artista. Lauro è completamente immune a qualsiasi tipo di pregiudizio e preconcetto musicale o stilistico, non preclude mai a niente la possibilità di entrare nel suo percorso di evoluzioni e si tiene aperte tutte le strade.

La mancanza di una definizione canonica e univoca è qualcosa che sa creare reazioni totalmente opposte ma, se ricercata consapevolmente da chi la pratica, denota una coscienza artistica smisurata. Achille Lauro è approdato definitivamente a questa meta già con Pour L’amour, ma in realtà ci è pervenuto dopo un tragitto di innovazioni continue.

Un viaggio fatto di cinque album e due mixtapes, un libro, un documentario, una controversa partecipazione a San Remo e innumerevoli sperimentazioni stilistiche nei e sui beat, e anche nel look. 1990 quindi oltre ad essere il sesto album, sarà anche una nuova, possibilmente ancora più consapevole, riconferma di questa sua caratteristica che lo rende unico nel panorama musicale italiano.

Il suo annuncio ci offre l’occasione per ripercorrere le tappe di questo iter evolutivo dell’artista, capitolino.

Achille Idol – Immortale (2014)

Il primo album in studio di Achille Lauro, uscito per Roccia Music, è stato definito in modo totalmente calzante dai critici di RapBurger la “Genesi”: gli albori di tutto. Achille è entrato a gamba tesa sulla scena rap italiana, già portandosi dietro qualcosa che è solo suo e che comincerà a contraddistinguerlo marcatamente.

Il disco tiene insieme derive diverse, che non era così semplice far funzionare in modo coerente. Ogni brano si conclude in un’atmosfera solenne dal “vangelo secondo uno stronzo”, in cui Achille sviscera i suoi pensieri riguardo alla sua vita e alle sue ambizioni.

In Groupie e specialmente in Real Royal Street Rap con Marracash, si parla di strada per raccontare il contesto in cui nasce il bisogno di fare questa musica.

Guarda ora: Real Royal Street Rap

In Scelgo le Stelle, con Coez, prende vita un ragionamento più dolce e più pop, ma non asetticamente banale. Ma è in Las Vegas che Achille mette i primi puntini sulle sue “i”: non si vuole omologare e si proclama diverso da tutti gli altri che fanno o pretendono di fare la stessa cosa che vuole fare lui.

E usa anche i riferimenti al vestiario e al look, criticando quei “fan del rap” che si atteggiano come se stessero nel Bronx. La canzone si conclude con un altro dei suoi versi evangelici, che riassume in dieci parole il concetto che ha scelto di far passare: “qualunque sia la mia fine, voglio morire diverso da voi”.

Achille aveva già chiaro nel 2014, alla genesi della sua parabola musicale, che fissare la sua corsa in una strada parallela a tutte le altre e che non le avrebbe mai incrociate, non sarebbe stata la sua firma.

La maestria dei produttori che hanno lavorato a questo album (tra gli altri anche gli Ackeejuice Rockers) ha contribuito a renderlo un validissimo apripista per la carriera di Lauro: le sonorità spaziano tra l’elettronica e i beat da gangsta rap, contribuendo a rendere chiaro che non c’è e non ci sarà mai un “unico” Achille.

Dio c’è (2015)

L’arrivo del secondo album di Achille ha inaugurato un’evoluzione stilistica anche nel look: niente più capelli ossigenati e nuovi riferimenti a Dio calati in nuovi ragionamenti esistenziali.

Una costante però c’è ed è la sperimentazione, che ha spinto qualcuno a definire l’album “alternative hip hop”.

Di nuovo le sonorità spingono fuori dai confini del genere: dall’hardcore di Young King si arriva ad un’elettronica-dance in Ghetto Dance (con Gemitaiz) e alla vibe da ballata in Playground Love.

In un’intervista per Il Giorno, Achille parla della novità dei riferimenti a Dio: alla più o meno sottile ironia dell’atmosfera evocativa dell’album precedente, si sostituisce una riflessione sul raggiungimento del successo, una meta per pochi.

Il giornalista gli chiede anche se si possa definire la sua musica “street rap d’autore” e Achille recalcitra: non gli piacciono le etichette, ormai era evidente, ma si ritrova molto meglio nei parametri dell’outsider, per quanto possano essere vaghi.

Questo è il disco in cui voleva personalizzare ancora di più la sperimentazione ed è anche per questo che ha scelto di limitare di molto i featuring.

Questa è un’altra costante del lavoro di Achille Lauro: la capacità di coniugare bene i ragionamenti personali e intimi con una consapevolezza artistica precisissima.

Achille sa cosa vuole fare e come arrivarci e riesce a questo scopo a non farsi trasportare senza controllo dall’urgenza del messaggio.

Ragazzi madre (2016)

Confezionare un album all’anno non è esattamente un’operazione da tutti, ma fino a questo disco Achille Lauro è stato in grado di tenere il passo con questo ritmo serrato: Ragazzi madre è il terzo album in studio per Achille e il primo pubblicato per No Face Agency, etichetta fondata da lui stesso dopo l’uscita da Roccia Music.

Di fronte a questo disco si aprono le porte non solo di un’altra evoluzione ma di una nuova era. Ragazzi madre non rientra a pieno né nella scena trap, che nel 2016 andava definendosi più precisamente, né in quella rap.

Molto più cantato, l’album fonde rap, trap e pop in un’analisi della strada. Infatti rispetto a Dio c’è, molto più intimista e introspettivo, Ragazzi madre è più centrato su uno spaccato quasi corale della vita in quartiere.

La title track porta la bandiera di questo concetto: intervistato dal nostro magazine circa cosa avesse influenzato l’album, Achille risponde dicendo che l’unica vera influenza sono quegli stessi ragazzi che gli danno il titolo.

Li definisce “madre” perché i più grandi fanno da genitori di strada ai più piccoli, in un ciclo che si ripete.

Ma l’inclinazione a sperimentare è di Achille, anzi è Achille, per cui lo stesso tema viene affrontato in modi e toni diversi: pezzi più marcatamente hip hop come CCL sono alternati a brani come Ascensore per l’inferno, più pop e melodici.

Lauro stesso vede questo disco come “meno settoriale” rispetto al precedente, anche più leggero: Ulalala resta uno dei suoi brani con più streams, una vera hit.

Nelle analisi fatte di Ragazzi madre è emerso anche il dettaglio di una tendenza che Achille è stato uno dei primi ad inaugurare: l’artista romano mina alla base lo stereotipo patriarcale dell’uomo virile.

Questo atteggiamento è palpabile in Profumo da donna, ma appare ancora più chiaro nei video e nel look che Lauro sceglie per scardinare ancora una volta le fondamenta di un genere dentro cui in tanti hanno cercato invano di bloccarlo.

Pour L’amour (2018)

Parlando con Billboard, Achille ha definito questo disco “per metà samba trap e per metà esperimenti” fatti con il produttore Boss Doms, realizzati in due mesi in una villa di lusso che è diventata il tempio delle novità.

La samba trap, che viaggia tra il Sudamerica e l’Africa, in realtà non nasce con questo album ma qui viene sviluppata fino a coniugarla con influenze anche totalmente diverse, come la techno alla berlinese (in Bulgari, per esempio).

Rolling Stone ha definito l’album “uno schiaffone alla scena”, perché è questo che ha fatto Pour L’amour, perfezionando un’estetica che tiene insieme vibes lontanissime, tocca estremi geografici opposti, fonde un’atmosfera latina trap con dei suoni da discoteca anni ’90.

Il collante di tutto, quello che fa funzionare l’insieme e rende lo schiaffone davvero efficace, è Achille, il suo universo queer e tamarro alla stesso tempo, fatto da un lato di riflessioni sull’ “amour toujours” che crea dipendenza e inghiotte i cuori in Angelo Blu e dall’altro di mega hit trap come il remix di Thoiry.

C’è un bisogno ostentato di esagerare le sperimentazioni, l’euforia, la mancanza delle definizioni.

Anche in Penelope, traccia definita da Achille stesso “centrale dell’album (che però lo chiude), c’è una overdose di pathos amalgamato in un orizzonte glam pop con piano, chitarre elettriche e una voce malinconica e poetica.

È un album luccicante, eccessivo e a tratti paradossale.

E Achille Lauro è una popstar, trascendentale, esuberante e all’avanguardia.

1969 (2019)

La presentazione del disco è avvenuta in modo molto simile a quanto è successo pochi giorni fa per 1990: Achille scrive ai giornalisti, cita San Remo e tutto il polverone mediatico sollevato intorno a Rolls Royce con cui ha preso parte al festival e parla di “questo nuovo genere, che prende dal passato e cerca di guardare al futuro”.

E a precedere l’uscita del disco, le storie di Instagram di Lauro diventano brevi ma incisivi ricordi di quell’anno emblematico e degli eventi da cui l’artista ha tratto ispirazione: lo sbarco sulla luna, il festival di Woodstock, i Beatles che si esibiscono su un tetto a Londra.

L’album potrebbe essere definito un concept album, se non fosse che non ci si può limitare agli oggetti, le situazioni, le citazioni dell’album ma bisogna ancora una volta tender l’orecchio alle sonorità.

La simbologia dell’anno parrebbe abbastanza chiara, ma in realtà anche in questo caso trascende l’anno in sé e si focalizza più su quello che esso rappresenta a posteriori: “il titolo rispecchia quello che stiamo inseguendo: la voglia di fare, di essere liberi e di portare il cambiamento”, dice Lauro.

I suoni rock, completi di chitarre e batterie, di Rolls Royce, si incontrano con le atmosfere malinconiche di C’est la vie e Scusa.

La riflessione contenutistica hip hop riemerge nella title track, 1969, che è un inno di rivalsa e in Roma, dedica alla sua città natale. Ma non è lo stesso di quando Achille rappava in Immortale.

Non è mai lo stesso.

Ascolta ora 1969

Usare il passato per creare un futuro che sembra essere ormai sulla via di diventare presente e che è sempre sulla cresta dell’onda della sperimentazione mai banale è stata la mossa vincente che ha fatto di questo disco un traguardo di innovazione mai raggiunto prima d’ora da Lauro.

Anche visivamente, ci siamo trovati davanti un nuovo Achille Lauro, più modaiolo, con cappelli e stivaletti, camicie da pirata e giacche luccicanti di Gucci. Definirlo rapper e anzi definirlo in generale, che era già da tempo una scelta delicata, con questo album è diventata davvero un’operazione inutile.

Lauro sta indagando sé stesso e la musica, non solo la sua ma tutta, e per questo motivo 1969 è il vero punto di non ritorno per lui.

1990 è il titolo del suo sesto album e l’anno di nascita di Achille, quindi è un altro anno che significa qualcosa di importante. L’indagine andrà avanti, in modalità e toni che non ci sono ancora noti ma che, ci scommetto tutto, saranno ancora innovativi e rappresenteranno l’ennesimo giro di boa della carriera di sperimentazione, audacia ed esuberanza di Achille Lauro.

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