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“good kid m.A.A.d. city”: riviviamo il classico

Pochi giorni fa “good kid m.A.A.d. City” ha battuto il record di settimane passate nella classifica Billboard americana, superando le 300 settimane in classifica. In occasione di questo avvenimento, abbiamo deciso di ripercorrere la storia del disco di Kendrick che ha cambiato per sempre l’hip hop americano.

“Tutto è lecito a chi non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno”: queste due frasi estratte da “L’inconsolabile” di Pavese racchiudono in sé un universo, un profondo slancio di auto comprensione e di crescita personale.

Queste poche parole, accuratamente spiegate, basterebbero a raccontare ciò che “Good Kid m.A.A.d. City” nasconde nelle proprie pieghe, nelle ferite non rimarginate di un adolescente che sa di non avere scelta.

Il cuore pulsante di Compton

Non possiamo limitarci a questo, però: questo progetto merita di essere vivisezionato per vedere e sentire con proprie mani ogni organo pulsare, ogni millilitro di sangue scorrere, come se noi non fossimo presenti, ma lo vivessimo dagli occhi di chi si muove in quel corpo da anni, come se fosse normale.
È esattamente con questo spirito che Kendrick squarcia il velo scenico, creando una dualità nel disco, data da una doppia visione: da un lato chi osserva da distante le dinamiche di una Compton pulsante di fame, dall’altro chi quella fame la vive sulla propria pelle.

La natura di K.Dot, il protagonista adolescente di questo inestimabile racconto, è quella di un ragazzo normale, come me e te, ma nato in una città distante da qualsiasi logica e da qualsiasi occhio indiscreto.
La Compton di Kendrick non è un inferno diavoli, ma un microcosmo di persone senza scelta e incapaci di sopravvivere.
In questo disco ci sono amore, affetto, amicizia, rispetto e fratellanza, ma tutto questo viene distorto nella dimensione parallela di Compton, in cui la legge del più forte è l’unica legge che può assicurare una qualche sorta di sopravvivenza.

Non si può scappare dal proprio inferno

Quanto amore ci vuole per superare un universo di perdizione e tentazione?
Non possiamo saperlo, forse alla fine ciò che ci capita non dipende da noi, ma questo potrebbe anche essere una semplice scusa per deresponsabilizzarci da ciò cui diamo vita.
Non ho una risposta, ma probabilmente non la ha neanche K.Dot, il giovane alter ego di Kendrick che, nella prima traccia, cercando di raggiungere una ragazza con cui ha un appuntamento, si ritrova bloccato da due ragazzi che lo invitano a seguirlo.

Ricordate l’inizio dell’Inferno di Dante?
Ecco qui la perdizione, le tre fiere da cui non si può essere protetti senza l’approvazione di Dio. È questo il primo atto del libro del “good kid”, che ritorna nuovamente nel proprio inferno, narrandone ogni secondo e ogni goccia di peccato in modo talmente vivido da rendere impossibile non vedere le proprie mani sporche di sangue e incapacità di muoversi.

“Sono un peccatore che probabilmente peccherà di nuovo, Dio perdonami”, così si apre la discesa dell’adolescente nel proprio personale inferno, fatto di brave persone in un contesto anomalo che le distorce, le disumanizza nella loro bestialità.
Caliamoci nei panni e negli anni di K.Dot.: quando si nasce e si cresce nel buio non si conosce la luce, quindi non se ne può sentire la mancanza.

“The Art of Peer Pressure”: calpestare la propria moralità per non sentirsi soli

Gli skits vocali del disco legano tra loro i diversi brani, andando a comporre ciascuno un cerchio diverso di questo inferno.
Il buio di K.Dot nasce nel sedile posteriore del proprio van, quando “Backseat Freestyle” con la sua espressione lirica e stilistica prende vita in tutta la sua violenza: la rabbia è incanalata in un unico urlo di sfogo, un freestyle diretto e senza pause, senza pensieri, solo per incanalare la frustrazione.
Il rischio di questa sensazione di disagio è l’isolamento, la paura di rimanere da soli in questo inferno di costrizioni e mondi sulle spalle, ma c’è un mezzo per evitarlo, una sorta di maledizione che ti condanna al crollare di fronte a ciò che ti circonda, senza però rimanere da solo.

All’interno de “L’arte della guerra” di Sun Tzu questo mezzo è detto “L’arte della pressione sociale”, in inglese “The Art of Peer Pressure”: spesso non serve convincere una persona a compiere qualcosa, ma serve far loro capire l’isolamento e la solitudine cui andrebbero incontro se non seguissero le nostre richieste.
È questa condanna mascherata da benedizione a causare la perdizione, facendo sopravvivere la coscienza di stare per fare qualcosa di profondamente immorale, ma edulcorandola con l’erronea idea che tutto questo sia la normalità.
In questa traccia K.Dot è cosciente che un furto in una casa non è per nulla necessario, ma per non sentirsi inferiore ai propri compagni, si decide di calpestare anche la propria moralità.

Sognare un futuro diverso: “Money Trees” e “Poetic Justice”

Al termine di questa traccia assistiamo a un’evoluzione musicale: le composizioni buie e cupe delle precedenti canzoni si sostituisce a una sonorità più onirica, accompagnata da un rap più melodico e distante da quelle dinamiche di cui abbiamo appena parlato.
“Money Trees” e “Poetic Justice” sono due miraggi nel deserto, due lontane utopie in un mondo di cicli di violenza e sopravvivenza.
L’amore interrotto nella prima traccia è sognato come un distante paradiso, nascosto dalle fiamme e dal fumo di un inferno terrestre, così come la possibilità di essere finalmente lontano dalle guerre tra poveri e dalla fame.

Ascolta qui “Poetic Justice”:

In questo marasma, sorge spontanea una domanda, che ci riporta al titolo dell’intero progetto: può un ragazzo profondo e diligente non essere intaccato da un universo di rabbia e collera esponenzialmente accresciuto dal circolo vizioso della vendetta e dell’odio?

Eccola qui la scelta che racchiude in sé il destino di ciascuno di questi ragazzi normali, assoggettati da una “peer pressure” continua: di quanto coraggio ha bisogno K.Dot per distanziarsi da tutto ciò che lo ha cresciuto? Qual è il ruolo del libero arbitrio, quando Dio sembra così distante da noi da farci credere che, se davvero esiste, non può che essere distratto da qualcos’altro?

“good kid” e “m.A.A.d. City”: la dualità del libero arbitrio e la perdizione


“Good Kid” e “m.A.A.d. City” sono i due lati della medaglia: da un lato c’è la possibilità di allontanarsi e cercare una soluzione per uscire dal buio, assumendo in sé il rischio di restare da soli, ma dall’altro c’è il peccato, quel dramma che, nel condannarci tutti insieme, ci destina a rimanere per sempre uniti nella nostra inesorabile rotta verso gli scogli.
Quando ci si rende conto che ciò che è puro non può sopravvivere in un mondo di assoggettamento e odio, allora l’unica chiave rimane l’inebriarsi, l’allontanarsi da ciò che sembra non appartenerci, senza riuscire mai a separarsi da questo buio.
È questa fuga che viene raccontata in “Swimming Pools (Drank)”, l’ultima disperato tentativo di scappare dalla realtà, senza però abbandonare le persone con cui si è cresciuti, ugualmente condannate a quest’impotenza.

Ascolta qui “Swimming Pools”:

Il cammino per la salvazione

Il climax continua nella narrazione, portandoci a “Sing About Me, I’m Dying of Thirst”, l’istante esatto in cui tutto cambia: la prima parte della traccia culmina in una sparatoria e in un omicidio, completando il quadro di un inferno con un’unica uscita, creata dalla morte, l’ultimo cerchio dell’inferno, quello da cui non si può uscire.
Allo scoccare dell’ora del decesso, la rassegnazione si trasforma in volontà di sovvertire l’ordine finora esposto, dando alla profonda trasformazione che separa K.Dot da Kendrick Lamar.

Questa non è vita, non è salvazione, non è nulla, se non disperazione: come salvarsi?
Il “good kid” deve trovare il coraggio di dire che “è stanco di correre” e che “sta morendo di sete”, ma di che sete stiamo parlando?
La risposta arriva alla fine della traccia, quando un’anziana spiega che morire di sete consiste nel non avere alcuna fede, alcun battesimo o speranza.
Ciò che serve ora è un’iniziazione a una nuova vita, che Kendrick brama da tempo, ma che non è mai riuscito a concretizzare, perché ha sempre utilizzato i mezzi erronei.

La via per la salvazione è la purificazione dal peccato, da tutto quell’odio che respiri, che assumi e che ti rimane addosso come pece nelle ali.
In una sorta di fiume Letè, l’eliminazione del peccato passa per l’accettazione di una volontà di cambiare ed evolversi, a costo di rimanere da solo.

“Real” e “Compton”: la rinascita di Kendrick Lamar


“Real” racchiude questa nuova consapevolezza, che nasce nel momento in cui Kendrick decide di non scappare, assumendo in sé la propria maturità e la propria crescita: non c’è paradiso senza purgatorio, non c’è salvazione senza speranza.
“good kid m.A.A.d. City” è la rinascita di Kendrick Lamar, nato a Compton e arrivato a tutto il mondo.
“Compton”, d’altro canto, racchiude la collaborazione con Dre, rappresentando il primo passo di una nuova vita di Kenny, finalmente pronto a lasciarsi alle spalle la propria città, portandola dentro, ma senza mai esserne limitato.


Kendrick ha creato un classico, un inno alla salvazione, arricchito dal punto di vista di chi quelle strade le ha vissute davvero, soffrendone tanto da cambiare davvero.
Ci vuole coraggio, davvero molto coraggio per aprirsi a tal punto, dimostrando la realtà di tutto ciò che si dice e assumendo in sé il significato della propria redenzione.

La domanda però rimane: quanto fa male scendere nel proprio inferno?
Difficile dirlo, se non impossibile, ma una cosa è certa: è necessario compiere ritornare nei propri inferi, nel proprio dolore e nelle proprie ferite, prima di poter lasciare via il proprio passato per sempre, dimostrandosi finalmente pronti ad affrontare il proprio futuro.

Ascolta qui “good kid m.A.A.d. city”:

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