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Allen Iverson: l’atleta più hip hop di sempre

Allen Iverson è la risposta alle domande che ha posto stesso lui, perchè nessuno, prima di lui, aveva avuto il coraggio di farle. In due parole: hip hop.

Ogni tanto, quando tempo e energie ce lo permettono, scriviamo sul basket. I commenti, bene o male, sono sempre gli stessi: ‘’Ma non parlavate di musica?’’, ‘’Cosa c’entra questo con il rap?’’. Da gran fan dell’hip hop e da ex-cestista mi son sempre dato un pizzico sullo stomaco. Avrei voluto rispondere, ma non trovavo mai le parole giuste.

Sarà che ho sempre visto il basket e il rap come due mondi profondamente collegati. Ero piccolo, quindicenne, tornavo da allenamento con la canotta sintetica e il pantaloncino largo che per poco non toccava terra, rigorosamente XXL anche se a stento portavo una M. Camminavo con quello stesso stile che accomuna tutti i cestisti fieri, costantemente molleggiato, ‘’da ballerina’’, qualcuno diceva. Ed io ne ero fiero di quel modo sbilenco di camminare, di quell’andatura strana: rappresentava la mia visione del mondo, il mio amore per una cultura ancora estranea a tanti.

Ascoltavo ‘’Marracash’’ (il disco) e guardavo su Youtube gli highlights dell’ultima partita di Bobby Brown con Montepaschi (che giocatore!). Per me rap e basket erano davvero quasi la stessa cosa, e non perché qualcuno me lo avesse spiegato. Lo sentivo: non c’era uno sport che potesse seguire meglio la mia passione per il rap, non c’era un genere che potesse ispirare allo stesso modo le mie giocate con la palla a spicchi e fomentare la mia attesa per le partite di campionato.

Crescendo ho approfondito le radici storiche del legame culturale e spirituale tra l’hip hop e il basket. Quella che era una sensazione (era anche una convinzione, ma ‘’sentita’’ come fa un quindicenne più che argomentata e compresa davvero come una persona adulta) divenne certezza assoluta per me.

Mi perdonerete la digressione, ma è assolutamente necessario per me spiegare come l’hip hop sia molto più di ‘’solo musica’’, ed è proprio questo il motivo per cui è un movimento eccezionale, destinato a restare. C’è una storia che racconta, più di tutte, del legame tra questo magnifico sport e questo straordinario genere, ed è quella di Allen Iverson. Uno dei più grandi giocatori mai visti sul parquet, nonché uno dei più iconici e rivoluzionari. ‘’The Answer’’ (questo il suo storico soprannome) è l’atleta più hip hop di sempre, da ogni punto di vista.

LE RADICI

Siamo nel 1975. L’America è spaccata in due, molto più di oggi. Criminalità e droga esplodono, c’è tensione tra gli States bianchi e benestanti e la complessa realtà dei ghetti, mentre la classe politica tende a minimizzare l’urgenza sociale dietro una narrazione rassicurante.

Allen Ezail Iverson non nasce nella parte giusta dell’America. Hampton, Virginia, non è un posto dove è semplice fare le scelte giuste. Allen cresce senza il padre naturale, e porta il cognome della madre. Sarà Michael Freeman a crescerlo, finchè nel 1988 non viene arrestato per spaccio di droga. Brutto colpo per Allen, che si ritrova senza la sua figura paterna. C’è un sottile equilibrio tra il giusto e lo sbagliato quando nasci nel disagio. E infatti Allen inizia a fare errori: viene bocciato per troppe assenze nello stesso anno al grado equivalente alla nostra terza media.

Sarà lo sport a salvarlo. Molto spesso gli errori sono causati da due fattori: la noia e la mancanza di alternative. Il suo quartiere di possibilità ne dà ben poche: lo vive sulla pelle della madre, che lavora dodici ore al giorno per pagare l’affitto.

Allen eccelle nel football e nel basket, diventa una star nel suo quartiere, attira ammirazione e invidia. Ed è assurdo, perché guardandolo non ci scommetteresti un centesimo: Iverson non ha di certo il fisico di Magic Johnson o di Larry Bird, è un ‘’underdog’’ dalla nascita, ma quando c’è una palla di mezzo non ha eguali.

Guarda ora:Allen Iverson ai tempi del liceo

Al suo terzo anno di liceo, sarà in grado di condurre la sua scuola alla vittoria del campionato statale (che non vuol dire in tutti gli States, ma nel suo Stato, la Virginia) sia nel football che nel basket, guadagnandosi una serie di riconoscimenti. Si inizia a parlare del nano in tutta America come uno dei predestinati dello sport americano.

WHEN THEY SEE US

20 febbraio 2010. Allen Iverson gioca la sua ultima partita nella Lega. Abbandona da giocatore fenomenale, leggenda, icona, simbolo, e tutti quei termini che evocano assoluta venerazione. Fa impressione pensare che le cose potevano andare in maniera radicalmente diversa per una rissa al bowling del quartiere di 17 anni prima.

14 febbraio 1993, l’orologio segna circa mezzanotte. Allen gioca con i suoi amici alla pista 9, poco più in là alla pista 33 giocano un gruppo di ragazzi bianchi, provenienti da Poquoson, zona notoriamente razzista. Iverson era già una star del quartiere. Vola prima qualche insulto, poi qualche sedia. Nella sala da bowling si scatena il putiferio.

La rissa avrà delle conseguenze molto gravi. Allen sarà arrestato, con i suoi tre amici. I ragazzi bianchi non vengono accusati di nulla, nonostante la situazione pressochè identica, in uno scenario alla When They See Us. Iverson all’epoca era minorenne, ma si attese 8 mesi per processarlo come adulto e per massimizzare l’entità della pena. La difesa riuscì a ritrovare un video in cui si vede la futura star NBA allontanarsi dalla rissa. Nulla.

Allen viene accusato di linciaggio di tre persone, nemmeno di semplice aggressione. L’accusa propone inizialmente la reclusione per 60 anni. La sentenza in primo grado fu di 15 anni, con 10 sospesi, e quindi 5 effettivi da scontare.

Immaginate di trovarvi nella situazione di dover andare in galera a 18 anni, con una fiorente carriera spezzata e senza la possibilità di continuare gli studi. Il tutto per una rissa, dopo che hanno aspettato 8 mesi a processarti per darti il massimo della pena, hanno qualificato il reato come linciaggio (con le aggravanti che ne conseguono) e accusato solo te e i tuoi amici, quando la rissa aveva coinvolto almeno 15 persone.

Nei verbali viene descritto l’accaduto in maniera impropria, come se Allen e i suoi amici appartenessero ad una gang, entrata nella sala appositamente per la rissa. Più persone avevano dichiarato, al contrario, che stavano già giocando da più di un’ora prima dei fatti e che la rissa era stato un incidente, nulla di programmato.

La discriminazione razziale era evidente. Per approfondire la questione vi consiglio di vedere ‘’No Crossover: The Trial of Allen Iverson’’, il documentario del 2010 che ha approfondito la vicenda, o il documentario ‘’Iverson’’ del 2014, disponibile su Netflix.

Iniziano subito a mobilitarsi i primi comitati, che protestano contro la palese ingiustizia e la facilità con cui le istituzioni americane sono riuscite a distruggere il progetto di vita di 4 ragazzi. Allen passa solo 4 mesi in galera. Per fortuna il governatore Wilder decide di concedere la grazia, anche a causa delle pressanti mobilitazioni sociali a suo favore.

Il ragazzo esce di galera, ma ‘’the nightmare’’, come lo ha definito lo stesso Allen, non finisce qui. La pena detentiva lo ha costretto a completare il suo ultimo anno di liceo presso la Richard Milburn High School, una scuola per studenti a rischio, impedendogli di continuare nella carriera sportiva alla Betel.

Prima della rissa, tutti i college americani facevano a gara per assicurarsi Iverson, considerato uno dei migliori talenti della sua generazione. Per fortuna i trionfali tre anni trascorsi alla Betel sono sufficienti per convincere il capo allenatore della Georgetown University John Thompson a offrirgli una borsa di studio completa per unirsi alla squadra di basket di Georgetown Hoyas. Thompson sarà una delle figure fondamentali per lo sviluppo del talento cestistico di Iverson.

Paradossale come una rissa al bowling in un Paese ipocrita e istituzionalmente razzista possa rovinare la vita di un talento. Dopo aver ottenuto la borsa al college, Iverson spiccherà definitivamente il volo, dopo esser stato impantanato nelle sabbie mobili della povertà e delle tensioni sociali. Più hip hop di così si muore: la storia di Iverson è redenzione dalla povertà e dal razzismo.

THE ANSWER

Non siamo qui per elencare i numeri di Allen Iverson, perché non finiremmo più. Rendiamoci soltanto un attimo conto di chi stiamo parlando: settimo giocatore con la media punti più alta di sempre nella regular season, secondo se ci limitiamo ai playoff (è caratteristica dei più grandi aumentare i numeri quando la palla scotta) dietro soltanto sua maestà Michael Jordan.

Allen nei playoff mette di media qualcosa come 29.7 punti a partita. E’ anche il giocatore più basso e leggero di sempre a ricevere il titolo di MVP.

Quella di The Answer è la storia di un underdog dalla nascita. Non è un mostro di tecnica, non è Kobe Bryant. La sua tecnica di tiro non è impeccabile. Del fisico non ne parliamo. Ma quando scende in campo non guarda in faccia a nessuno. Allen non era uno di quei professionisti ligi e silenziosi. A volte gli capitava di saltare allenamenti o di rispondere male al coach. Ma in campo dava tutto se stesso e non aveva paura di nulla. Nemmeno del giocatore più forte di tutti i tempi. Iconico il triplo cross-over con cui ubriacò Michael Jordan. Vorrei scrivere qualcosa a riguardo, ma vi lascio al bellissimo racconto di Federico Buffa.

Guarda ora il racconto di Federico Buffa

ALLEN IVERSON, VOCE DEL VERBO RIVOLUZIONARE

Allen non era un giocatore amato dai grandi degli anni ’90. Portò un modo di giocare la pallacanestro totalmente diverso. Qualcuno lo etichettava come ‘’giocatore da playground’’, in ragione del suo stile esuberante e aggressivo. Iverson molto spesso giocava a testa bassa e puntava solo e soltanto al canestro, nonostante la sua bassa statura.

Iverson arrivò nella lega nel ’96 e fu rivoluzione, da ogni punto di vista. Il deal con Reebok, le treccine, i tatuaggi, la maglietta a maniche corte sotto la canotta, i pantaloncini larghi, il suo modo di vestire da rap star: Allen iniziò subito a sdoganare i codici tradizionali della Lega: lo ha fatto nel modo di giocare, ma anche nello stile e nell’attitudine.

Era l’hip hop che sbarcava in un mondo fino a quel momento tradizionalmente conservatore, con tutta la sua arroganza, il suo incompreso materialismo, il suo rifiuto per l’ipocrisia, la sua coerenza con la contemporaneità.

Il suo impatto è stato così potente che il commissario NBA dell’epoca, David Stern, ha imposto un codice di abbigliamento per contrastare l’influenza che il suo stile stava avendo in tutta la lega: i giocatori iniziavano a presentarsi alle partite indossando catene e vestiti larghi e sfoggiando i propri tatoo. Il fenomeno non riguardò solo il basket, ma gli atleti di tutti gli sport.

Nessuno ha avuto lo stesso impatto di Allen Iverson sulla cultura della NBA, è stato un innovatore. La manica fuori dalla canotta, i tatuaggi, le treccine, l’andatura e tutta quella roba… ero piccolo e volevo le treccine solo perché lui le aveva. Ha portato l’hip hop nella Lega.


Chris Paul

Oggi James Harden, Russell Westbrook e tanti altri arrivano sul parquet come se fossero preparati per una sfilata di moda e tutto a causa del precedente stabilito da Iverson. Allen ha addirittura provato a rappare, con lo pseudonimo di Jewels.

Ascolta ora Jewels – 40 Bars

Allen Iverson fu forse la manifestazione più visibile dell’hip-hop. Lo sguardo gelido e minaccioso. L’andatura lenta e le gambe arcuate. L’amore per e della madre, clichè dell’hip hop da decenni. Quella rissa alla pista da bowling, l’incarcerazione, il pregiudizio, l’incubo. La sua onestà totale e inesorabile. Quel triplo crossover contro Jordan. Quell’orgoglio folle, che non gli avrebbe mai permesso di giocare e di comportarsi come gli altri.

Se MJ rappresenta la leggenda inarrivabile, il Dio lontano e perfetto, AI stupiva per la vicinanza, la semplicità, l’imperfezione. Allen Iverson è la risposta alle domande che ha posto stesso lui, perchè nessuno, prima di lui, aveva avuto il coraggio di farle. In due parole: hip hop.

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