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Dentro la testa di Nitro

L’ho già detto in un’altra sede ma è sempre bene ricordarlo: questo genere di articolo consiste di un’ ipotesi, un’immedesimazione, un azzardo. La pretesa di sapere e vedere cosa c’è dentro la testa di un artista è lontana da me che scrivo come lo è, o dovrebbe esserlo, da chi legge. Ma ritengo sia innegabile che ci siano dei momenti topici in cui è curioso e anche interessante chiedersi cosa si farebbe se si fosse al posto di un artista.

Uno di questi momenti è indubbiamente quella porzione temporale incantata e allo stesso tempo delicata che segue la chiusura di un album e precede la sua pubblicazione; incantata per l’artista, che chiude un lavoro a volte di anni, ma delicata per chi aspetta di riceverlo: le volte in cui ho visto le aspettative saturare questo momento e trasformarlo in una specie di bomba ad orologeria pronta ad esplodere in faccia al fan medio sono piuttosto numerose.

Nitro attualmente si trova in questo limbo temporale, dopo l’annuncio di aver finito il suo nuovo disco, che è intitolato “GarbAge” e uscirà il 6 marzo. Credo sia giusto aggiungere un’ulteriore precisazione, per evitare di confondere la posizione in cui si trova Nitro e quello che sto facendo io in questo momento: non sto per elencare le mie aspettative riguardo al disco, ma cercherò di dire come lo farei io, se fossi al suo posto.

Due anni dopo

La necessità di contestualizzare il punto preciso in cui si collocherà questo disco è la base su cui costruire tutto il discorso: l’album precedente, “No Comment”, è uscito nel 2018 e secondo alcune critiche non ha retto in ogni sua parte il confronto con “Suicidol”. Io dissento da questo giudizio perché ho interpretato “No Comment” fin dalla sua uscita come una normale evoluzione di “Suicidol”: in realtà non ho neanche fatto un autentico paragone tra i due, perché mi sono sembrati uno la prosecuzione naturale dell’altro.

Nei due anni che sono passati dalla pubblicazione di “No Comment”, si trovano diverse collaborazioni, per dirne alcune “Dispovery Channel” con Salmo e le tre tracce del “MACHETE MIXTAPE 4” in cui compare Nitro. A questo punto, se fossi stata al posto suo nella creazione di “GarbAge”, io non avrei abbandonato il flow serrato e le barre che si accalcano una dopo l’altra forsennatamente su sonorità variegate e a volte discordanti con lo tsunami vocale che sa riversargli sopra.

L’onda d’urto delle rime di Nitro non sta solo nella loro consequenzialità accelerata, anzi: la si trova soprattutto nei loro contenuti che si percepisce non essere rappati così come usciti dalla sua mente; nel flow di Nitro si nota un acuto labor limae, voluto proprio perché la potenza del rappato non sovrasti totalmente quella del pensiero. Io non lo avrei abbandonato perché lo trovo l’elemento che fa di Nitro il vero ponte tra le cosiddette old e new school del rap di cui si sente parlare continuamente.

È un discorso a volte annoso ma altre interessante: Nitro per me è la vera sintesi di queste due macro-entità, è la chiave di volta che ci permette di smetterla di identificarle come due universi per forza separati. Quindi per quanto riguarda lo stile, sarei rimasta su questa linea, coniugandolo con un’ulteriore evoluzione di temi.

Il riflesso nei featuring

“No Comment” era un disco definito da Nitro stesso “maturo”; e, aggiungo io, è un album di osservazione della realtà esterna all’artista, piuttosto che interna, verso cui era più orientato invece “Suicidol”. Nonostante questo, la componente introspettiva ha un certo peso anche in questo disco: lo scanner del sé, che a mio parere è la fonte di molte delle sue migliori barre, è una delle sue firme più forti, non un marchio o un’etichetta ma un vero tratto distintivo di stile. Per questo sia “Suicidol” che “No Comment”, secondo me, presentano un roster di ospiti piuttosto limitato.

Questa scelta è legittima e anzi, credo che sia apprezzabile soprattutto quando motivata da esigenze espressive come nel caso di Nitro. Tuttavia, penso che al posto dell’artista vicentino userei il nuovo disco come incubatrice di novità su questo fronte: personalmente avrei scelto artisti in grado di creare un nuovo orizzonte di prospettiva. In molte delle canzoni di Nitro non esiste un vero acme o un climax della tensione, perché lui da sempre è in grado di tenerla alta dall’inizio alla fine di una traccia: sotto questo fronte, i suoi dischi sono carichi di tensione e dicono più di quello che dicono quelli di altri a parità di tempo. L’aggettivo forse più calzante per descriverli è densi.

Si tratta a mio parere di un elemento positivo, ma proprio per questo è anche un dettaglio che apre le porte a nuove possibilità: Nitro è uno dei pochi artisti sul nostro panorama musicale che ha effettivamente lo spazio per movimentare il disco con le collaborazioni. Cioè: essendo che i suoi album sono sempre molto carichi, l’inserimento di featuring può essere un gioco per stemperare la tensione, per introdurre nuovi climax della stessa, oppure per alternare un flow serrato ad uno più melodico. In definitiva se fossi in Nitro, mi sarei riservata il diritto, del tutto guadagnato, di sperimentare coi e nei featuring.

Ovviamente questo dipende in larga misura dalla scelta degli artisti da ospitare: l’annuncio di qualche giorno fa della tracklist e degli ospiti di “GarbAge” può servire come riflesso esterno delle scelte artistiche di Nitro, che credo abbia effettivamente ragionato in questo modo; la scelta di artisti con stili estremamente diversi dal suo, come ThaSupreme, può servire per stemperare la tensione senza davvero alterarla del tutto.

Inoltre, la presenza di Lazza e Fibra da un lato e di artisti emergenti come Doll Kill o di altri generi come Ward 21 dall’altro è una ulteriore conferma del fatto che Nitro non è solo un ponte tra le due “scuole” del rap ma è anche abile nell’intercettare la novità e le sue potenziali combinazioni vincenti.

Infine, l’interesse a inserire la miscela per me vincente di tipi di flow diversi mi avrebbe spinto a scegliere artisti come Rkomi o Giaime; per “GarbAge”, Nitro ha optato per Giaime e sinceramente penso che la dietrologia di questa decisione sia proprio la voglia di sperimentare con un accostamento inedito di stili che non si limiterà ad apportare nuove punte di tensione all’album ma proprio a dare una nuova idea di artista di Nitro, probabilmente ora più che mai desideroso di cambiamento e innovazione.

Senza tornare a Pleasantville

A questo punto, mi torna utile un commento fatto da Nitro sulle sue storie di Instagram, in cui qualche giorno fa ha chiarito un dubbio evidentemente molto diffuso tra i suoi fan: nel disco in arrivo non ci sarà una nuova “Pleasantville”. Non si mette in discussione che si tratti di una delle sue canzoni più apprezzate; ma forse questa insistenza del suo pubblico per un nuovo capitolo della stessa storia è anche un ostacolo a quello che Nitro sembra voler fare.

Evolversi senza snaturarsi vuol dire anche trascendere se stessi e quindi scrivere un’altra storia. Magari scriverla con la stessa penna, perché quello è il vero leitmotiv della propria creatività, ma scriverne una per forza nuova. Quindi allo stesso modo se fossi davvero stata a contatto con tutte le sue scelte artistiche, anche io avrei optato per questa strada: nessun sequel e nessun 2.0 di niente.

In conclusione, se fossi nella mente di Nitro probabilmente mi compiacerei di avere il talento di dare voce e anche una certa fisicità a entità spesso difficili da afferrare, ma evidentemente abbastanza ingombranti da necessitare di essere sputate all’esterno. Manterrei questa peculiarità come mezzo per avvicinarsi al nuovo disco, che però resterebbe il terreno fertile per coltivare nuovi frutti di questo talento.

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