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Rancore è il matematico del rap italiano

Di recente, Rancore è riuscito ad ottenere un successo enorme per il rap italiano a Sanremo. Lo abbiamo incontrato per parlare della sua esperienza, del premio e dei suoi progetti futuri.

Sono le 18.40 quando cominciamo l’intervista. Poco prima, la consapevolezza di un breve ritardo nell’inizio del colloquio aveva intorbidito la mia concentrazione, coprendola con un velo di inquieta frenesia: capisco che l’idea di perdere del tempo che avrei potuto impiegare nel confronto con un artista del calibro di Rancore mi aveva turbato più del previsto. Non appena iniziamo a chiacchierare però, la tensione evapora come neve al sole.

Ciao Tarek!” faccio io, forse tradendo un po’ troppo entusiasmo.

“Ciao Federico!”

Ci scambiamo qualche convenevole, da cui traspaiono subito non solo la sua riservatezza educata, ma anche la volontà antagonista di essere comunicativo; lui si scusa per gli orari poco precisi. Il periodo che sta vivendo è difficile, è sempre impegnatissimo, è arduo far quadrare ogni cosa.

“Ci mancherebbe”, faccio io. Poi comincio con le domande: “Sei reduce da un’esperienza pazzesca: esci dal tuo secondo Sanremo, e questa volta hai portato a casa un premio personale importantissimo. Direi che il pubblico ti ha capito lentamente, ma alla fine il brano è stato assimilato bene. Hai mai temuto che “Eden” fosse un brano troppo complesso da portare sull’Ariston perché venisse compreso realmente?”

Ascolta ora: “Eden” di Rancore

Tarek non ci pensa molto, risponde di getto. Lo capisco subito che lui è così, si percepisce chiaramente che preferisce la spontaneità alle risposte costruite.

“Sicuramente è una cosa che mi è passata per la testa, però ho pensato questo: intanto, un grosso vantaggio di un Festival del genere è che i testi diventano pubblici una settimana prima, quindi ancor prima di sentire la canzone hai modo di leggerne e conoscerne i contenuti. Questo è il primo motivo per cui ho pensato che un testo così complesso – che per assurdo alla prima lettura ti fa capire più cose di quante te ne faccia capire al primo ascolto – possa essere in realtà un vantaggio.

Altra cosa: il pubblico ha modo di sentire la canzone per più sere di fila. Considerando il tipo di canzone e il mio modo di scrivere, direi che questi sono due elementi che mi hanno dato molto coraggio nello scegliere di portare un testo del genere.

Oltretutto ho anche la sensazione che a volte si pensi che ci siano tanti pregiudizi nei confronti degli altri. Ma poi anche noi spesso ne abbiamo molti senza rendercene conto, anche semplicemente dando per scontato che ci siano da parte delle altre persone. Se invece uno si leva quelli che possiede, sicuramente ne attira molti di meno.”

Forse per deformazione professionale, Tarek sembra fare freestyle anche quando parla. La risposta è logica, ragionata ma celere, e sembra sgorgare spontanea dalla sua bocca, cristallina come l’acqua di un torrente da una fonte. Quel suo modo di fare convinto e capace di trascinarti nel suo mondo interiore mi cattura: ora non sono più lì solo per porgli qualche domanda, ma perché sento la possibilità di capirlo davvero almeno in parte.

“La mela storicamente è il significante di qualcosa di molto profondo: è il simbolo di scelta, e in quanto tale è anche rappresentazione di libertà”, inizio.

“Come ricordava Sartre, ad ogni esercizio di libertà corrisponde sempre un’assunzione di responsabilità. Qual è la responsabilità che hai scelto di assumerti rivolgendoti con un testo simile al pubblico del palco più visto d’Italia? E qual è la responsabilità che vorresti si assumessero i tuoi fan a seguito dell’ascolto del brano?”

Mi rendo conto che la domanda forse è impegnativa. Eppure, non porgliela mi farebbe provare un certo senso di colpa nei suoi confronti: l’omissione da parte mia corrisponderebbe ad una svalutazione del suo lavoro. Certo, ho anche il timore che pensi voglia metterlo in difficoltà, ma dalla sua risposta capisco che quel pensiero non lo sfiora neppure. Anzi: mi sembra contento della sfida amichevole che gli sto lanciando.

“La responsabilità che mi sono preso – dice – è quella di assumermi il rischio di generare una rottura in un sistema che ha spesso portato un determinato tipo di canzoni, nonostante Sanremo abbia comunque sempre avuto i suoi lati più tradizionali e i suoi lati più anticonformisti.

Ho avuto il piacere, l’onore e la soddisfazione di vedere che poi questa rottura è stata completamente capita e addirittura premiata. Però, sicuramente anche prima di ricevere il premio, ero già consapevole di aver fatto una scelta vera e propria nel portare un pezzo che aumentasse tanto il grado di complessità.

Così come d’altra parte era una scelta il creare delle matrioske di concetti in un periodo e in un luogo in cui il tentativo è quello di essere usufruibili più velocemente possibile.

Questa è la responsabilità che mi sono preso: quella di innalzare il livello di difficoltà, perché il mio gusto mi ha portato a farlo; non perché volessi essere rappresentante di chissà quale rivoluzione: semplicemente io volevo fare così perché a me piace questo e perché questo sono io.

Per quanto riguarda la seconda domanda, la musica è soltanto intrattenimento; quindi credo che nessuno possa dire all’ascoltatore che responsabilità vera si debba prendere. Però diciamo che sicuramente l’ascolto di una montagna russa di contenuti come quella che io ho portato con “Eden” ti costringe ad un ascolto attivo e un po’ meno con la coda dell’orecchio”, dice ridendo.

“Questa è la responsabilità degli ascoltatori di “Eden”: seguire quei collegamenti che io costruisco e quindi seguire me dentro questo percorso. La speranza è che le domande che apre a me questo viaggio se le ponga anche chi ascolta e che magari attraverso di esse possa dare un po’ meno per scontato certe cose.”

Sono concentrato, ma ad una domanda impegnativa giustamente corrisponde una risposta complessa. A quel punto tuttavia mi sento soddisfatto: la risposta mi sembra esaustiva, perciò decido di far virare il discorso, optando per concentrare l’attenzione più sulla sua esperienza generale al Festival.

“L’anno scorso hai partecipato insieme a Daniele Silvestri con “Argentovivo”.

Ascolta ora: “Argentovivo” di Daniele Silvestri

Quest’anno, invece, sei stato assoluto protagonista sul palco di Sanremo. Pensi che senza la partecipazione passata avresti affrontato l’Ariston in modo diverso quest’anno?”

“Ha influito parecchio sia il mio partecipare insieme a Daniele, sia il mio tornarci insieme a lui e a Manuel [Agnelli] per il Tenco. Sono due volte in cui, salendo su quel palco, ho preso le misure: è un palco grande, ci vuole un po’.

L’esserci già stato un po’ ha influito sulla consapevolezza relativa a cosa andavo incontro, e anche sulla scelta di tornarci: se non ci fossi andato l’anno scorso, non so dirti quante possibilità ci sarebbero state di partecipare nuovamente. Era comunque qualcosa su cui avrei dovuto ragionare di più, era un’incognita.

Invece andare in un posto che già conoscevo… i miei dubbi ovviamente me li sono fatti comunque, volevo che la canzone arrivasse con tutto il suo messaggio: non volevo portare “Eden” in un luogo in cui non sarebbe stata capita.

C’è poi da dire che ho portato comunque un pezzo molto diverso da quello dell’anno prima, molto complesso, in cui ero da solo… c’è anche stata tutta una parte di lavoro diversa da quella dell’anno antecedente. Direi che la mia partecipazione passata ha influito solo su alcune cose; per altre no, perché erano ritagliate e costruite su misura per “Eden”.

“Ti va di raccontarmi com’è nata la collaborazione con Dardust? Quale delle tue qualità pensi sia stato capace di tirar fuori? E quale fra le sue gli invidi maggiormente?”

“La collaborazione con Dardust è nata perché volevamo fare delle cose insieme. Non sapevamo assolutamente dove sarebbero finite, ci siamo visti in un paio di sessioni in studio, abbiamo iniziato a produrre la musica di “Eden” e poi con il tempo mi sono chiuso in questo trattato di storia e mele per poi arrivare al testo di oggi.

È stato un lavoro molto naturale, a tratti anche rapido, assai spontaneo. La cosa che mi piace di lui è che riesce ad unire un mondo classico ad un mondo più elettronico, e questo mi dà un’armatura che si sposa molto sia con il mio lato narrativo sia con il mio lato non dico incazzato, ma diretto, come nel ritornello. Siamo riusciti a danzare con queste due attitudini in modo molto equilibrato, e questo ha dato un valore enorme in più al testo che ho scritto.

Quello che invidio invece… forse “invidio” non è la parola giusta…”

Tarek si ferma per qualche secondo, pensieroso. “Apprezzi?”, chiedo io.

“Esatto – risponde – quello che più apprezzo è appunto la sua capacità di scelta, si torna sempre ad “Eden”. Dardust, musicalmente, ha la capacità di fare scelte che per me sono molto complesse, ma in poco tempo, perché riesce ad avere una visione veramente ampia di ogni cosa.

Questa è una dote che un bravo produttore – e nel suo caso essendo uno dei più bravi che abbiamo in Italia – non solo deve avere, ma è anche giusto che chi vi lavora apprezzi.

Questo è un lato che ho anche io in realtà, ma essendo i nostri due lavori diversi è normale che poi questa cosa si canalizzi in aspetti diversi. Insomma, l’esito è differente”.

Lavorare con un’orchestra è una cosa che non capita tutti i giorni. Pensi che questa esperienza influirà sulla preparazione dei tuoi live futuri?

“In generale ho sempre utilizzato strumenti, band, ho sperimentato molto. Ovviamente suonare con l’orchestra è stato bello, emotivo, un’esperienza unica. Oltretutto fare le prove con tanti musicisti è fantastico.

Però non è una cosa completamente nuova, non vengo dalle basi sulla pennetta: in un certo senso era un allargamento di un’esperienza che negli anni avevo impostato e studiato a mio modo. Un coronamento.

Ovviamente un conto è avere una band di quattro, cinque persone. Un conto è avere tutti quegli elementi. È molto diverso. Però diciamo che mi sono trovato molto bene in quella situazione”.

“La cover che hai portato sul palco è stata “Luce” di Elisa. Il pezzo mi è piaciuto tantissimo, l’ho trovato di grande sensibilità“.

“Grande, daje!”, esclama ridendo con fare sincero.

Ascolta ora: “Luce” di Elisa

Come mai hai scelto quel brano da portare e come mai proprio Elisa?

“Intanto c’è da fare una premessa: il gioco era portare una canzone che avesse partecipato a questi settant’anni di Festival. Inizialmente avevo pensato ad un cantautorato antecedente.

Questa cosa però era stata già fatta negli anni passati – mi spiega -: prendere qualcosa di molto vecchio e mischiarlo a qualcosa di molto nuovo come il rap. Poi mi sono fatto delle domande: non mi andava di fare la stessa cosa che non solo avevano fatto altri, ma che avevo fatto anche io in parte. Allora sono andato a prendere qualcosa che mi ricordavo, che facesse parte della mia generazione.

Elisa ha vinto Sanremo nel 2001. Tra tutti i testi che io ricordavo più vivo dentro di me, e che aveva un testo che corrispondeva un po’ al mio modo ermetico di vedere le cose e aveva dei tratti un po’ onirici, già nell’originale. Soprattutto: la canzone che aveva già di per sé un beat quadrato su cui il rap stava già bene nell’originale era proprio “Luce”. È così che ho scelto di reinterpretarla.

Quindi all’inizio quando lei dice “come il vento fra gli alberi”, gli alberi non sono più quelli di una foresta, ma diventano quelli di una nave. E quindi, da questa immagine del vento che gonfia le vele, ho trasformato il brano in una canzone scritta da un marinaio, traslando il punto di vista originale nel mare. Così ho creato una sorta di ode alla luna.

Quando poi chiedo alla Luna cosa veda dal suo punto di vista, questa mi risponde: “siamo nella stessa lacrima”, proprio perché gira intorno alla Terra e la Terra orbita intorno al Sole, “come un sole e una stella”, perché effettivamente la Luna davanti a sé vede solo il sole e le stelle, e non sa neppure di essere una luna.

E poi dice: “luce che cade dagli occhi”, ovviamente perché vive di luce riflessa, “sui tramonti della mia terra”, come a dire: “come sarebbe un tramonto sulla Terra visto dalla Luna?”. E niente, ecco che il fuoco della canzone si sposta per portare quel testo di enorme spessore nel mio mondo”.

Ascolta ora: “Luce” di Rancore

Dall’esegesi capisco che è molto affezionato al lavoro effettuato brano, più di quanto mi aspettassi. Quasi mi dispiace cambiare argomento, tanto densa è stata la sua risposta.

Uno dei momenti fondamentali della tua esperienza sanremese è stato ovviamente quello performativo. Al termine dell’esibizione hai fatto in modo che ti “sparassero”. Ti va di raccontarmi il perché e l’origine di questa idea, che eccede la semplice performance canora?

“Per chi è venuto ai miei live sa quanto teatro c’è sul mio palco. Dalle luci, ai costumi, a tutti i discorsi che io faccio che sono incastrati fra le canzoni diventa un vero e viaggio psicologico quello che propongo.

Nel corso di questi anni ho sperimentato il teatro senza neanche nominarlo troppo. Resta un concerto, e dire la parola “teatro” mi ha sempre un po’ spaventato, perché mi sembrava di prendere un’altra forma d’arte enorme e mischiarla ad una forma d’arte già enorme di per sé… avevo paura di un’overdose psicologica”, mi rivela, lasciandosi scappare una risata.

“Nella pratica però ho sempre portato concerti teatrali. “Beep beep” in cui io riprendo fiato dalla pompa, il futuro dentro i miei costumi che s’illuminano, i costumi medievali del primo tour, i pupazzi del secondo, le luci… ho voluto portare un frammento di tutto questo sull’Ariston, esprimendo col corpo quel che volevo esprimere con la canzone.

Ascolta ora: “Beep Beep” di Rancore

Forse fondamentalmente avrei fatto anche di più. Volevo concentrarmi molto sulla canzone, e non pensare troppo al contorno, infatti sono salito sul palco completamente da solo… duro e puro tra virgolette…”

Ride ancora; ormai le chiacchiere sono fluide, molto più di quanto mi aspettassi. La sua capacità di comunicare e di trasmettere emozioni mi spinge a commentare quelle ultime affermazioni: “Fra le altre cose è stata una scelta opposta a quella che hanno fatto altri in questa edizione”, gli dico.

“Da un certo punto di vista sì. C’è anche da dire che avevo talmente tante parole e concetti che la cosa migliore era portare solo quelli, almeno secondo me. Volevo dare spazio a quelli, quasi neanche a me come Rancore.

Quindi ho mantenuto questo, solo che volevo mantenere questa espressione corporea, mi sembrava stupido non farlo lì. E allora ho scelto di cadere alla fine, di farmi sparare da questo cecchino misterioso che rappresenta un po’ il ta-ta-ta che si sente per tutto il pezzo, il sacrificio che viene fatto per la musica in questa sorta di guerra psicologica che stiamo vivendo, in cui si continuano a strappare pezzi di noi stessi, in cui tendiamo a staccarci l’uno dall’altro, a cadere come una mela da un albero…

Ecco che il modo migliore per esprimere tutto ciò era riassumere in un attimo anche la sofferenza che c’è dietro a questo bombardamento psicologico vissuto quotidianamente. Quel colpo di scena serviva anche a far capire la pericolosità della scelta che stiamo per fare oggi come umanità, che poi è il tema di “Eden”.

Era già successo l’anno scorso, ma questa volta la tua partecipazione è stata individuale e dunque penso valga la pena chiedertelo. Come stai vivendo il post Festival da un punto di vista dell’attenzione mediatica? Perché comunque l’anno scorso hai partecipato, ma il tuo nome non era fra i partecipanti”.

“Nonostante fossi un ospite, diciamo che è stato fatto un buon lavoro nel comunicare la mia presenza”, commenta lui.

“Già l’anno scorso c’era stata un’esposizione non indifferente; e anche il livello di esposizione passato mi ha preparato a quello di quest’anno: fa parte di tutte quelle cose che l’anno prima avevo già un po’ intuito e capito e che ho cercato di sfruttare.

Ovviamente quest’anno, oltre la partecipazione, c’è anche la vittoria per il premio per il testo, che ha illuminato quest’esperienza. Comunque, non posso che essere contento di portare in giro ancora il discorso di “Eden” e quanto questo premio sia importante per il rap italiano in generale”.

Guarda ora: “Sanremo 2020 – Le premiazioni” di RAI

Quando nomina il premio per il miglior testo sorrido, un po’ perché sono contento di essere riuscito ad indurlo a parlarne in modo tanto spontaneo, un po’ perché il pensiero di un simile riconoscimento per il genere non può che farmi felice. Dopotutto è davvero un’impresa storica, impensabile fino a qualche anno fa.

Esatto”, lo interrompo io. “Tra l’altro volevo farti una domanda rispetto a questo argomento: adesso che hai vinto una cosa simile, quali sono i tuoi obiettivi? C’è qualcosa che pensi manchi alla tua carriera d’artista?”

“Io non ho mai pensato ai riconoscimenti, prima di prenderli. Non ho mai aspettato d’essere riconosciuto per riconoscermi. Questo non vuol dire che penso di avere chissà che qualità: vuol dire solo che so quanto ho lavorato sulle cose. Conosco lati positivi e lati negativi.

Ne sono – spero – sempre più cosciente. Quindi se mi chiedi qual è il prossimo riconoscimento che sarebbe figo per me avere non mi viene neanche in mente… il premio Nobel per la pace.” dice ridendo, sinceramente divertito.

“No, scherzo. Anzi, direi proprio di no il Nobel per la pace. Però diciamo che il premio per il miglior testo era fantascienza per me, anche se avevamo vinto l’anno prima in un’altra situazione.

Quindi no: non mi viene in mente un riconoscimento che penso che mi manchi, se non quelli che posso darmi da me perché sento di aver lavorato bene e perché mi sento meno in colpa nei confronti della vita, cosa che invece mi accompagna sempre. E questo è il motivo per cui lavoro tantissimo sulle cose, come se fossero sempre un po’ incomplete.

Se proprio mi chiedi cosa sogno è riconoscermi sempre di più quando guardo quello che faccio.”

A quel punto mi sembra che il terreno sia fertile per fargli una domanda la cui risposta mi appare potenzialmente succulenta e che, spesso, gli artisti tendono ad eludere.

Domanda calda: hai già progetti nuovi in cantiere?“, chiedo curioso ma senza troppi fronzoli.

Tarek, al contrario di quanto mi aspetto, è preciso invece: “No”, fa ridendo. Ma poi aggiunge che “Eden” “è il primo capitolo di un nuovo ciclo. È il continuo di un percorso nato con “Musica per bambini”, ma che comunque apre ad un nuovo capitolo completamente.

Ascolta ora: “Musica per bambini” di Rancore

Questo nuovo capitolo è in fase di costruzione: sto scrivendo, anche da un po’ di tempo. L’unica cosa che mi sono sentito di svelare è proprio “Eden”. È l’unica cosa che posso dirti, anche perché neppure io ne ho certezza: è un mosaico in cui ogni tessera si costruisce giorno per giorno.

Però per chi mi segue sa che le sorprese non finiscono mai, e che fondamentalmente… insomma, chi mi segue deve aspettarsi qualcosa. Tra poco ovviamente ci saranno novità”.

La risposta è molto migliore di quanto mi aspettassi, per quello la domanda successiva mi riesce con un tono particolarmente sereno seppur sempre serio.

“Il tuo nome d’arte è Rancore. Come si è evoluto questo sentimento del tempo? Anche dopo questi grandi successi ti rimane questo sentore?”

“Diciamo che il farmi sparare sul palco – anche per chiudere la risposta che ti ho dato prima – è un po’ ammazzare il rancore.”

“È come se fosse catartico?”, gli domando.

“Sì, io l’ultima sera non muoio, alzo la testa e rido. Anche lì: ho ammazzato il rancore, perché ho sorriso a colui che mi stava sparando. Sono tanti simboli uno dentro l’altro. Il nome “Rancore” che ho scelto a quattordici anni aveva un significato diverso.

Ora che ne ho trenta diciamo che è molto diverso: per me è qualcosa da “uccidere”. Porto questo nome per poi farti vedere come si può eliminare questo sentimento, o farti vedere semplicemente come si può canalizzare.

La musica, il microfono sono i miei modi per canalizzare il rancore. Spero che chi ha la facoltà di andare più in profondità, non fermandosi ad un nome che ha una denotazione negativa, riesca a fare quel procedimento attivo per sentire tutto ciò che dico.

Fondamentalmente il rancore ha un significato diverso: se oggi mi chiamo così è più per esorcizzarlo che per portarlo”.

“Siamo all’ultima domanda. Prima hai parlato di ermetismo”, gli dico.

“Sì”, annuisce.

“A me è venuto in mente ascoltando “Eden” e un po’ tutti i tuoi lavori un parallelo con Ungaretti. Perché c’è una poesia in cui descrive il poeta come una sorta di palombaro che scende negli abissi e ricerca l’“inesauribile segreto” del mondo e della natura; tu hai più volte parlato del tuo rap come di un’equazione (definendoti “un matematico”).

“Sì, fra l’altro lo porto spesso come esempio, anche se non sapevo che avesse tirato fuori esplicitamente questo concetto”

“Sì, alla base della scrittura di entrambi sembra ci sia un’incognita. La ricerca può essere la definizione di “artista” secondo te? Pensi che si arrivi effettivamente a trovare una risposta a questa ricerca?”

“Allora: non so quale possa essere la definizione di artista. Io sicuramente pongo nella mia creatività la ricerca al centro. Non so se tutti gli artisti possano essere chiamati tali se lo fanno, o se invece ci sono artisti che possano essere chiamati tali senza fare questa cosa”.

A quelle parole, tuttavia, sembra turbato. Ci pensa per qualche secondo, poi fa con una palinodia: “No, non è vero, pensandoci credo che il percorso artistico di per sé non possa che essere una ricerca.

Secondo me, in generale, indipendentemente dalla direzione e da quello che poni al centro della tua arte, questa è sempre una ricerca. Anche se non hai messo la ricerca del mistero della realtà al centro della tua arte, comunque essa ha un percorso: cerchi di farla evolvere anche se fai qualcosa che non c’entra con l’andare a fondo della realtà.

Magari è una ricerca dentro di te, o una ricerca… facciamo finta… una ricerca del trash. Rimane comunque una ricerca. Questo è per dire cosa è l’arte per me, anche se ovviamente rimane indefinibile.

Per quanto riguarda la risposta alla ricerca, io credo di no. Credo che il senso della ricerca sia cercare, non trovare. Se hai trovato è finita la ricerca. Fare la musica è vivere l’illusione come fosse realtà, continuare un viaggio pensando continuamente al punto finale pur sapendo che il punto finale non arriva mai.

Stai assistendo a questo spettacolo di cui sei sia attore, sia regista, ma lo spettacolo è tale finché è in atto. Cos’è lo spettacolo se non il momento in cui gli attori stanno sul palco e il regista sta lì a controllare che tutto fili liscio? È quello lo spettacolo. Non è quando tutti applaudono e il teatro chiude”, conclude.

Sì, sono d’accordo. Direi che ci siamo!” gli rispondo, lieto ben oltre le mie aspettative.

“Daje!”, dice.

Grazie mille Tarek, in bocca al lupo per tutto“.

“Grande” dice, e poi si congeda: “Viva il lupo!”

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