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“Che Io Mi Aiuti”: Bresh ci racconta il crescere senza eroi

Da tempo attendevamo l’esordio solista di Bresh. “Che Io Mi Aiuti” è finalmente fuori e, in occasione di questo evento, abbiamo voluto fargli qualche domanda sul disco e sulla sua carriera.

Da tempo attendevamo l’esordio solista di Bresh. “Che Io Mi Aiuti” è finalmente fuori e, in occasione di questo evento, abbiamo voluto fargli qualche domanda sul disco e sulla sua carriera:

Federico: “Frè, scusa il ritardo, se volete iniziare, iniziate pure, tanto poi arrivo, prendo la moto, ci metto un secondo”: da anni aspettavamo il tuo esordio: qual è stato il motivo di questo ritardo?

Bresh: Ho preso un po’ di tempo per vivere e anche scrivere meglio, non solo in questo disco, ma anche nel prossimo.
Ho vissuto, lavorato un po’ dovunque, son stato anche un po’ preso male in alcuni periodi, ma alla fine ce l’abbiamo fatta, con lo sguardo già rivolto al futuro.

Federico: E ora che ci siamo come ti senti?


Bresh: Fortunatamente sono gasatissimo, ma non mi sento arrivato, in primis perché devo sbrigare altre cose nella vita reale e poi perché non voglio più fermarmi come mi sono fermato fino ad oggi.

Federico: Il travaglio di questo disco è stato abbastanza lungo: com’è cambiato Bresh da “Ande” e “Gazza Ladra” ad oggi?


Bresh: Guarda, il vero cambiamento radicale l’ho vissuto quando ho trovato finalmente una persona, Shune, che mi ha fatto capire che avevamo molte affinità musicali e quindi ci siamo completati.
Questo è il grande cambiamento: dare voce a 360 gradi alla mia musica con un musicista.

Ascolta qui “Gazza Ladra” di Bresh:

Federico: In che modo quindi Shune ti ha accompagnato nella direzione artistica? Ti ha spinto a sperimentare?


Bresh: Sì, lui ha note piacevoli, frequenze perfette per me. Poi lui è un musicista e questa cosa mi gasa, mi fa stare bene. Per questo in studio si sta bene, si riesce a creare un’alchimia particolare.

Federico: Nel disco, ascoltandolo, sento molto Milano, il suo panorama, il suo ambiente, ma Genova resta sempre presente sullo sfondo. In che modo il tuo rapporto con queste città ha influito sul disco?


Bresh: Io mi son trasferito a Milano quattro anni fa e da circa un anno e mezzo non ho più la casa, quindi faccio su e giù da Genova a Milano. Quattro anni fa ho bussato alla porta di Milano, ho capito che mondo fosse, visto che arrivavo da un panorama totalmente diverso.


In questa città ho capito che devi rimanere te stesso, qui c’è la concorrenza, quindi devi rimanere fedele a te stesso per non perderti, perché sennò i nodi vengono al pettine.
Se tu vieni a Milano e ti costruisci un personaggio, che però non è lo stesso che hai a casa, dove hai le tue radici, allora prima o poi cadrai.
Se tu invece arrivi a Milano con il tuo background, la tua storia e il tuo personaggio e usi la città come un grande centro commerciale in cui la gente si riunisce per lavorare ottenere risultati, allora lì potrai trarne dei frutti.

Federico: Ti ho sentito parlare di casa e mi fa piacere vedere che in questo primo disco hai portato in primis i tuoi amici.


Bresh: Avrei potuto mettere nomi esterni, ma li ho voluti tenere per dopo. Io nel mio primo disco volevo portare la mia famiglia, Tedua, Izi, Rkomi e Vaz Tè, perché abbiamo cominciato insieme, prima della fama e di tutto il resto.
Questo album è una fotografia, rimarrà per sempre e son contento rimanga con loro.

Federico: Ora che mi ci fai pensare, c’è proprio una fotografia di questo disco che mi ha colpito particolarmente: “Rabbia Distillata” sembra racchiudere tutta la rabbia, l’attesa e la tristezza della quotidianità.


Bresh: Questo racchiude il discorso di prima: in questa canzone c’è tanta Milano, ma anche tanta Genova. “Su un terrazz in Milan, che perdo la pazienza” vuol dire tenersi Genova dentro.
Poi c’è la metafora della nebbia, che è tipica della pianura milanese, ma che sembra la mareggiata.
È un po’ come se guardassi la città con gli occhi di Bresh, che rendono la nebbia mareggiata e la pioggia rabbia distillata.

Ascolta qui “Rabbia Distillata”:

Federico: Vorrei parlare anche un attimo della titletrack, , “Che io mi aiuti” è uno storytelling della ricerca di ricchezza di un pirata, che diventa ricco, ma senza cibo e, paradossalmente, finisce per morire di fame. In che modo questo racconto rappresenta te e il tuo disco?


Bresh: Questa è una metafora che va bene per ogni settore, non è qualunquista, ma è molto semplice: stai attento a pensare troppo a te stesso, che poi cadi del tuo stesso pregio.
Il pirata che conquista ori e grandi ricchezze poi si ritrova stremato in mezzo al mare senza cibo, perché ti sei preoccupato solo dell’oro.
Nel mondo del business può essere inteso come cercare solo l’oro e dimenticarti dei tuoi amici, della tua quotidianità, che son cose semplici, ma essenziali.
In me rappresenta una previsione, non il presente, perché io devo ancora fare quel salto che magari mi farà dire che non riesco più a pensare ai miei amici.
È una sorta di reminder che do a me stesso: stiamo sempre attenti a prendere troppo oro, raga, che serve sempre mantenere una radice forte che ti mantiene fermo.

Federico: Parlando di questo successo e di queste previsioni, in “Skit” descrivi un ipotetico rapporto con il successo. Hai paura di cambiare?


Bresh: Un po’ sì, però già dal fatto che ne parlo so già che non cambierò, perlomeno nel profondo. È un salto nel buio, ma io vedo gli altri, quindi qualcosa ho già capito, ma son curioso di vedere cosa succederà su di me, nel caso in cui un giorno dovesse esserci.

Federico: Sempre nello “Skit” poi dici: “Ti sei impegnato tanto per non essere come gli altri, ma chi prendo in giro”. Qual è il valore aggiunto di Bresh oggi?


Bresh: Francamente non lo so: il valore aggiunto di Bresh lo devono dire gli altri.

Federico: E qual è la traccia che ti scombussola ancor oggi e perché?


Bresh: Eh, forse “Rabbia Distillata”, anche se anche il pezzo con Izi, “Girano”, mi fa impazzire, perché rappresenta quella sensazione di fare un sacco di roba, ma di rimanere sempre fermi. Cerchi sempre di muoverti, ma combatti con i mulini a vento, contro qualcosa che non puoi superare.

Ascolta qui “Girano” con Izi:

Federico: Mi ha colpito la frase “Non ho eroi, e non li vuoi nemmeno”, perché racchiude in sé parte del concept di “Che io mi aiuti”: in ogni traccia del disco elogi le possibilità e i superpoteri delle persone che ci circondano ogni giorno. Quando ti sei reso conto che questo doveva essere il titolo del tuo primo disco e cosa rappresenta questo titolo?


Bresh: Creiamo una scaletta: “Che io mi aiuti”, quando ti svegli ti guardi intorno e vedi tanti che si lamentano, perché non riescono a fare certe cose, vedi un paese in difficoltà.
Io personalmente vengo da una famiglia di lavoratori, ma non ho di che lamentarmi, mentre vedo gente lamentarsi, ma che non ne avrebbe motivo.
Allora lì capisco che per essere più fiero di me stesso devi aiutarmi da solo.
Devo raggiungere degli step miei, esprimere il mio carattere e la mia persona.


“Che io mi aiuti” vuol dire “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”: se cadi, rialzati, che sarai forte il doppio.
Ed è qui che entra in gioco “No Heroes”: se io devo aiutarmi e devo credere in me stesso per forza, è perché non ho più eroi.
Non c’è più la rilevanza della religione, non c’è più nulla.
Chi è il nostro eroe? Sì, va bene, Fabrizio De André, un grande sportivo o un comico che mi faccia ridere, ma chi vorrei essere nella vita?
Oggi non c’è nessuno cui ispirarsi, e qui ritorniamo a “Che Io Mi Aiuti”.

Federico: Abbiamo detto che questo è il tuo inizio, quindi cosa ti aspetti da questo disco e cosa possiamo aspettarci dal futuro?


Bresh: Io son molto contento di questo disco e sto già pensando al prossimo.
Quindi lascerò scorrere questo disco alle orecchie degli ascoltatori, facendo presente a tutti che, da qui in poi, non ci fermeremo più.

Ascolta qui “Che io mi aiuti”, il primo disco di Bresh:

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