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Al rap interessa davvero sbarcare a Sanremo?

Il rap a Sanremo non ha rappresentato tutta la scena italiana, ma la presenza di questo genere sul palco dell’Ariston è stata sicuramente un passo avanti molto importante per il riconoscimento del rap nel nostro paese. Che interessi ha Sanremo a ospitare i rappers nell’Olimpo della musica italiana e che vantaggi hanno i rappers ad andare a Sanremo?

Un anno fa, quando le prime parvenze di rap facevano la loro apparizione sul palco dell’Ariston, avevamo riflettuto su come in realtà questo genere non avesse grande necessità di un palinsesto televisivo.


Da quel momento, il tutto è sostanzialmente cambiato: la vittoria di Mahmood, Charlie Charles e Dardust ha favorito un rebranding fondamentale per tutto il palinsesto del programma, dando l’impressione di uno svecchiamento generale di quel mondo che, fino a soli due anni fa, sembrava impossibile per un mondo come quello di Sanremo.

Il punto di forza di Sanremo è il pubblico generalista

Oggi, grazie al cielo, c’è lo streaming, un mezzo che rappresenta appieno la democrazia musicale: le vendite e i numeri di Spotify sono accessibili a tutti e spesso prescindono dalle apparizioni televisive o dal tramite di mezzi di promozione tradizionali.
In passato il discorso era diverso: la promozione passava per TV e radio e il festival di Sanremo era il momento di consacrazione di un artista, l’istante della sua definitiva presentazione al grande pubblico.
Oggi è tutto diverso, è palese, ma allora perché Sanremo incarna ancora quest’importanza nel nostro paese?


La risposta è semplicissima: la serata finale del festival è stata vista da 11.500.000 spettatori, mentre lo share ha raggiunto quota 60%.
La verità è che l’unica cosa che Sanremo può offrire è una visibilità nazionale a un pubblico che, ancora per qualche anno, non si interfaccerà al mondo dello streaming e delle Instagram Stories.

Il rap ha fatto rivolgere Sanremo ai giovani

Un’audience di questo tipo non è raggiungibile in altro modo e rappresenta una potenzialità di crescita incredibile per ogni artista in gara.
Come dimostrano le classifiche Spotify di questi giorni, l’impatto di Sanremo giova a tutti gli artisti presenti, portando loro centinaia di migliaia di streaming e permettendo un’attenzione che, ad oggi, non offre nessun’altra realtà nostrana.

Questo è frutto di un “Do ut des” nato in primis tra il rap e il festival: il primo ha offerto una nuova audience, il secondo ha offerto un’ormai consolidata tradizione di ascoltatori e attenzioni mediatiche.

Giusto per citare un dato fondamentale: il 62% degli spettatori tra i 18 e i 24 anni ha seguito il festival fino a tarda notte, dimostrando una rinnovata attenzione al festival da parte dei più giovani, che fino a pochi anni fa ignoravano totalmente la rilevanza di un tale programma.

Il festival di quest’anno ha compiuto alcune scelte fondamentali per andare a coprire tutti i lati più disparati dell’ambiente urban moderno, partendo da Elettra Lamborghini e arrivando a Rancore, cercando di coprire il più ampio raggio possibile di questo genere.
Il festival ha cercato quindi di risvegliare in profondità le generazioni più giovani, offrendo loro un ambiente e una circostanza inedita per ascoltare gli artisti che sono abituati a sentire solo nelle cuffiette.

Ascolta qui “Eden” di Rancore:

Il rap non ha bisogno di Sanremo, ma può acquisire il suo pubblico

Il rap in sé non ha alcun bisogno di Sanremo per esistere e affermarsi, perché il pubblico medio di questo genere è online, non davanti a qualche televisore, ma l’utente che guarda la TV è totalmente diverso da quello che normalmente conosce e vive gli artisti tramite gli streaming services.

Questo pubblico, anagraficamente più avanzato, è però un pubblico che ha potere di acquisto e che può permettere un maggiore introito nelle casse di ciascun percorso artistico, quindi perderlo sarebbe un errore imperdonabile.

Come ho già sottolineato un anno fa, quindi, la mossa più intelligente per procedere al coordinamento tra l’ampliamento della fanbase e il rimanere fedeli a sé stessi è cercare un compromesso, una forma edulcorata della propria arte che sia ben accessibile e fruibile da parte di tutti gli spettatori.


È stato questo il tentativo di artisti come Junior Cally o Anastasio, che hanno cercato di colpire il pubblico con un linguaggio e un immaginario da quest’ultimo fruibile, ma è stato anche il limite di Rancore, che, con una traccia densa di significato, non è risultato immediatamente accessibile al pubblico e per questo ne è rimasto inficiato, nonostante il premio della critica per il miglior testo.

Sanremo è il mezzo per affermarsi di fronte al pubblico generalista

La verità è che Sanremo è un’opportunità enorme per tutti noi, perché finalmente c’è la possibilità di portare la conoscenza di questo genere anche in un ambito che ne è sempre stato estraneo e impermeabile.
I risultati e l’audience che sta portando il rap fanno gola a tutti, in primis ai media tradizionali, che vorrebbero convertire quest’attenzione in share televisivi.


Ci vorrà del tempo probabilmente, ma lo scenario che tutti ci auspichiamo è che arrivi il momento in cui l’hip hop dimostri appieno anche alle generazioni dei nostri genitori quanto questa cultura sia strutturata e frutto di una storia lunga più di 40 anni.
É solo questione di tempo, ma è definitivamente iniziato il processo che porterà, tra qualche anno, il festival di Sanremo a riconoscere piena dignità al rap italiano.

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