Connettiti con noi

Estero

Dobbiamo dire di nuovo grazie ad “HipHop Evolution”

Nel corso dell’ultimo lustro l’hiphop è divenuto la subcultura dominante, da cui derivano o con cui si contaminano gran parte dei prodotti d’intrattenimento e non di cui facciamo uso ogni giorno. Ed è anche grazie a serie come “Hiphop Evolution” se finalmente possiamo comprenderli appieno.

Introduzione

Il 2016 è stato un anno di svolta per il rap, e questo è noto a tutti. Tuttavia, durante quell’anno, la musica non è stata l’unico settore ad aver patito una vera e propria rivoluzione: sull’onda della diffusione capillare dell’urban come lifestyle egemonico e dominante, furono presto immesse sul mercato valanghe di prodotti ispirati, influenzati e talvolta direttamente derivati dal vasto calderone della cultura hiphop.

Il risultato? Un’indistricabile (ma comprensibile) confusione da parte di tutto il pubblico, che era ancora inconsapevole delle radici dell’Hiphop.

Fissate queste premesse, se vale l’assunto aristotelico secondo cui per l’uomo la pulsione più naturale sia quella volta alla conoscenza, ben si comprende l’insorgere della collettiva esigenza di conoscere lo specifico ambito socio-culturale da cui, allora, ogni cosa sembrava improvvisamente derivare. Insomma: gli utenti volevano capire, richiedevano le giuste lenti per poter leggere correttamente il tessuto culturale in cui si ritrovavano immersi.

Pertanto, al fine di saziare questa imprevista fame di conoscenza, d’informazione e di curiosità rispetto ad un mondo fino a quel momento noto solo superficialmente ai più, nacque la docu-serie di “HipHop Evolution”.

Guarda ora: “HHE – Trailer S1”

Le prime tre stagioni

Da allora, ogni anno (eccezion fatta per il 2017), “HipHop Evolution” ha continuato ad istruire tutti coloro che avessero quel curioso languore e appetito.

La docu-serie proponeva infatti “interviste con DJ, MC e altre personalità del settore” (DJ Kool Herc, Grandmaster Flash, Rakim, Ice T e Dr. Dre) che ripercorressero “l’evoluzione del genere dagli anni ’70 agli anni ’90” nella prima stagione, e che analizzassero “gli artisti e le scene dell’hip hop più importanti degli anni ’80 e ’90”, con particolare attenzione a the Notorious B.I.G. e a Tupac Shakur nella seconda stagione.

Nella terza stagione, poi, si erano ripresi questi nomi titanici per riflettere sugli anni Zero attraverso la figura di congiunzione di Jay-Z.

La quarta stagione: perché occorre dire “Grazie” ad “Hiphop Evolution”

Anche nel 2020 “Hiphop Evolution” ha mantenuto questo primato pedagogico, riconfermandosi con la sua quarta stagione il modello primigenio su cui probabilmente si fonderanno tutti i prodotti analoghi.

Però c’è un’innovazione: finalmente, per la prima volta nella storia di “Hiphop Evolution”, si esce dalla mitologia di personaggi idealizzati e appartenenti ormai ad una golden era conclusasi da oltre vent’anni, approdando finalmente ai lidi d’artisti forse non maggiormente noti, ma di cui il grande pubblico è certamente più consapevole.

Nel primo episodio vi è la descrizione della scena musicale di New Orleans, che vede il magnate della No Limit Master P e i protagonisti della bounce DJ Jimi e Juvenile lanciare un fenomeno oggi notissimo: il twerking.

Nel secondo si tratta l’innovazione del meridione degli USA, con DJ Screw che a Huston rallenta l’HipHop, ed i Three 6 Mafia di Memphis che propongono un sound cupo. Sul termine dell’episodio, infine, si getta un occhio ad Atlanta, dove Lil Jon si pone come iniziatore della musica crunk.

Nel terzo episodio Pharrell e Chad dei Neptunes ampliano la palette sonora, Timbaland e Missy Elliott propongono uno stile innovativo e Kanye West e J Dilla reinventano il rap.

Per finire, nella quarta puntata si racconta la funzione di vettore dei mixtape, che infrangono il copyright e lanciano artisti come 50 Cent, T.I. con la trap e Lil Wayne.

Hiphop Evolution ci ha insegnato come fare una docu-serie sulla musica

In quest’ultima stagione la docu-serie mantiene inalterata la propria struttura originaria, sfruttando attraverso un montaggio molto rapido l’alternanza di interviste informali, il racconto impersonale di realtà sociali ben definite (così da fornire sempre una spiegazione esaustiva per la diffusione di fenomeni specifici, musicali e non) e vecchie riprese originali.

Questo aspetto conferisce alla serie quell’appetibilità che non annoia mai lo spettatore ed evita di far sembrare il documentario una lezione di storia (insomma, una versione urban dell’“utile dulci”).

Ma occorre ricordare che “Hiphop Evolution” conserva anche un’imparzialità critica non scontata: la serie è infatti canadese, scritta da giornalisti di Exclaim! come Erin Lower; i quali sono dunque abbastanza lontani dall’ambito del rap americano da poterlo studiare con grande perizia.

Al di là di ogni considerazione tecnica e di valore, comunque, credo sia fondamentale riconoscere ad “Hiphop Evolution” un ruolo ormai fondamentale nella diffusione dei capisaldi dell’Hiphop, non solo perché esso nasce come un canale di acculturazione ben tenuto e capace di riempire le lacune da cui ogni fruitore del rap con meno di cinquant’anni è necessariamente colpito, ma anche perché con il suo successo e la sua qualità si colloca ancora come punto di riferimento per le serie di prodotti omologhe – contribuendo quindi all’arricchimento di un ventaglio di pubblico mondiale.

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter

Popolari

Fedez ha provato a spiegare la sua strategia senza riuscirci

Italia

Nipsey Hussle Nipsey Hussle

Chi era Nipsey Hussle?

Estero

Come funziona un tour europeo?

Italia

Come si ottiene il permesso per un sample?

Italia

Come cambierà la musica con la nuova legge europea?

Lifestyle

Rkomi, ci è piaciuto il disco?

In Evidenza

marracash guerra marracash guerra

La guerra di Marracash

Italia

Fotoromanzo: Capo Plaza

Italia

Connettiti
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter