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“No Cap” di Mambolosco merita un secondo ascolto

Questo titolo è una di quelle affermazioni che io credo andrebbe generalizzata in modo da comprendere tutta la musica e far ragionare sull’attitudine moderna alla “consumazione” affrettata. Me ne accorgo ogni tanto anche solo soffermandomi sulle mie personali abitudini di ascolto: scorre tutto piuttosto veloce e sono molte le volte in cui mi faccio trasportare dall’hype delle ultime uscite. Quindi ascolto tutto quello che c’è da ascoltare ma finisco per ridurre drasticamente lo spazio di riflessione che destino ai singoli brani.

Sentire e ascoltare

A volte ho anche l’impressione che, soprattutto quando si parla di trap, molti ascoltatori siano particolarmente inclini a processare album e brani abbastanza in fretta. Questo non vuol dire che li ascoltino una sola volta per poi passare oltre, anche perché i numeri dello streaming dicono ben altro, ma che l’ascolto concentrato su un singolo brano sia sostanzialmente uno.

Mi torna utile la così tanto inflazionata differenza tra ascoltare e sentire: non amo sfoderarla in nessuna sede, perché tendo ad associarla automaticamente a litigi di coppia o a frasi da 8xmille, ma devo ammettere che qui caschi bene. La trap di primo acchito può sembrare un genere più immediato di altri, all’ascolto, e prestarsi più ad essere sentita che ascoltata, ma come sempre fare di tutta un’erba un fascio rivela ignoranza e designa una certa dappocaggine.

E comunque, nel momento storico attuale, in cui l’hip hop è sempre più nelle orecchie di tutti e si è ritagliato uno spazio di evoluzione decisamente più ampio, mi sembra anacronistico parlarne in questi termini. La verità un po’ meno improvvisata è che siamo noi ad aver adottato abitudini di ascolto spesso leggermente superficiali.

La musica è Arte

Quindi il titolo di questo articolo potrebbe essere virtualmente esteso a molto se non tutto, tramutandosi così in un invito a usare più tempo per ascolti meditati; nel caso specifico di Mambolosco, prima di arrivare a No Cap, allargherei innanzitutto il campo al disco che la contiene. Arte è l’album di esordio del trapper vicentino, uscito un paio di mesi fa e particolarmente loquace già solo dal suo titolo.

Con questo, oltre ad ammettere di avere una fissazione ormai palese coi titoli, intendo che non poteva esserci nome più appropriato al discorso che sto portando avanti: la musica è arte per chi la fa e, in teoria, per chi la ascolta. Per chi la crea, la musica non è solo un lavoro, ma è un prodotto del proprio estro artistico, condiviso virtualmente con tutto il mondo.

Per questo non posso che essere d’accordo con le parole dell’artista in questione quando, intervistato in merito, ha risposto che vorrebbe «poter riuscire a dare importanza e più significato alla trap». Il suo parere, e probabilmente concetto alla base del processo artistico che l’ha portato a intitolare così il disco, è che bisognerebbe soffermarsi su questo genere per capirlo davvero, o almeno provarci.

La cosa che ritengo più apprezzabile della sua idea è che sia perfettamente conscio di come funzionino i gusti del pubblico: a volte conta poco quanti concetti esprimi in un brano, e molto di più quanto esso sia in grado di farsi ascoltare “in loop”, perché è catchy o perché attualmente va di moda quel sound o quell’artista.

No Cap

A questo punto penso che non dovrebbe stupire più di tanto che la mia analisi proceda in modo deduttivo dal titolo in avanti: “no cap” è un’espressione comunissima nello slang americano e la si sente spesso nelle canzoni trap d’oltreoceano. Il significato è un generale “no lie” cioè a grandi linee “sul serio” o, per citare un altro trapper nostrano, “per davvero”, e viene usato dopo un’affermazione di un fatto incredibile o eclatante per confermarne la validità.

Il brano è infatti la storia della scalata al successo di Mambolosco, che sta riuscendo nel suo scopo, che “ce la sta facendo”. Su un beat di Peppe Amore, l’artista non rinuncia alle sue vibes internazionali per tracciare il suo percorso personale da quando non aveva «banconote nel portafoglio» ad adesso, in cui le cose sono cambiate sostanzialmente.

Questo sviluppo narrativo, con omaggio al quartiere di provenienza (San Pio a Vicenza) e diss ai rapper finti che «a luci spente sono altri» cioè predicano bene ma razzolano male, è del resto piuttosto comune nella musica hip hop in ogni categoria e sotto-genere. Ma l’aspetto che personalmente reputo più interessante è la citazione esplicita di due delle sue più grandi hit, che hanno collezionato numeri impressionanti portandolo alla notorietà sulla scena quando ancora non aveva in discografia nessun album.

Le canzoni menzionate, complete di un verso estratto direttamente dai testi di ciascuna delle due, sono Guarda come flexo e Piano Piano Way, entrambe pubblicate nel 2017: è stato questo il suo biglietto di sola andata verso la meta. La musica, che è diventata il suo lavoro e la sua Arte e a cui voleva dare il giusto peso e significato con questo album, gli ha permesso di fare qualcosa di eccezionale, come rivoluzionare la sua vita.

Tutto il brano lo ribadisce, dato che l’espressione scelta come titolo serve a conferire veridicità ad un fatto incredibile. Resta solo da determinare a chi sia rivolta questa conferma, ovvero capire chi è che non ci avrebbe creduto. Di sicuro non è lui stesso, perché sa di aver tirato fuori delle hit, sa di spaccare con la sua musica e quindi evidentemente ci ha creduto. La potenziale incredulità a questo punto è esterna, come accade spesso in questo game dove la musica, al di là dei numeri, è il modo migliore per dire “l’ho fatto sul serio, è tutto vero”.

Il brano è un racconto di riscatto e di auto-consapevolezza: non è un elogio alla capacità di fare soldi, ma a quella di farli attraverso la propria arte, cioè attraverso le hit passate e implicitamente future. Quello che, a mio parare, ci dimentichiamo spesso nel giudicare i pezzi trap è il vero retroscena dell’intero fronte della celebrazione del sé e della propria ricchezza; questi sono tratti costanti e immancabili non perché lo imponga la definizione del genere, o almeno non solo; lo sono perché cambiare la propria vita attraverso la musica è di per sé un fatto eccezionale: in fondo «poteva non andare come è andata» ma invece è andata, no cap.

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