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È giusto che un rapper venda il proprio feat?

Musica e soldi, arte e lavoro. Facce della stessa medaglia o poli da tenere separati? La questione del feat rimette tutto in discussione.

Una parte consistente di pubblico vive in maniera piuttosto controversa il rapporto tra musica e soldi. In molti vedono nella firma di un deal l’inchiostro che macchia il candore e l’innocenza artistica del proprio beniamino. Un passo verso il “vile denaro” diventa così un passo verso il patto col diavolo, la corruzione e la capitolazione dei propri ideali: raggiunti certi livelli – tradotto, messi in fila i giusti zeri – il rapper diventa un’altra cosa.

Sembra quasi che la buona musica, per tenersi stretta questa definizione, non debba mai uscire dalla cantina. Ma una volta che la campana di vetro si frantuma, se si è disposti a dare una possibilità al nuovo scenario, ci si rende conto degli altri agenti coinvolti nel pacchetto “musica”. Che rimane, oltre che una passione, una vocazione, un credo, un battito, un’anima, un flusso pulsante, anche una professione. E come in ogni lavoro che nobilita, una promozione va perlomeno presa in considerazione.

Sono passato dalle buste ai millesimati

Jake La Furia, “Status Symbol” ft. Don Joe & Gue Pequeno


Su un sentiero parallelo procede un altro sentimento, forse meno trasversale, ma comunque presente: la fatica ad accettare che l’arte si debba pagare. Implicando così che il lavoro, quello vero, sia altro. Non certo cantare, registrare, scrivere, andare in studio, in radio o in tv. Non importa che comporti sacrifici e determinati investimenti di tempo e risorse.

PROFESSIONALITÀ DEPOTENZIATA


Una concezione, va detto, spesso rivolta alle discipline umanistiche, o comunque alle pratiche connesse ad un certo tipo di “creatività” e plasticità mentale e d’azione (come se poi queste facoltà non fossero coinvolte anche negli altri settori disciplinari e lavorativi).


Il rapper finisce cosí per avere la stessa credibilità professionale depotenziata che si riconosce agli umanisti e ai protagonisti dello spettacolo e della televisione. E se il suo lavoro è retribuito in un certo modo, dà perfino fastidio; anche ai giovanissimi, gli stessi che si ritrovano inconsapevolmente vicini a chi si rode il fegato sugli stipendi dei presentatori TV. Come se non muovessero milioni in pubblicità. Quanti invece vanno a fare i conti in tasca a manager, avvocati o ingegneri Ferrari? O, addirittura, agli altri cantanti?

Gucci Mane x Gucci


Tanti fattori fanno maturare queste convinzioni. Forse c’è dentro anche un pizzico di frustrazione. Quello che però ci interessa è applicare queste due “credenze” ad un ambito particolare del rap game: il featuring. Nello specifico, a tutta quella serie di commenti che accompagnano l’annuncio o la release di una collaborazione.

TNS E PUSHA T

Capita spesso che alcuni “incontri” musicali vengano sminuiti dal fatto che per allestirli sia stato necessario sborsare grosse cifre. È il caso dei feat internazionali. La mano della major viene spesso evocata dagli ascoltatori per giustificare certi progetti. Niente di strano, effettivamente. Ricorderete l’incredulità di Night Skinny che provò ad assoldare Pusha T per “Pezzi”; idea accantonata dopo la richiesta di 18mila euro per una 16.

Guarda ora: If You Know You Know


Questo punto passa però spesso inosservato nelle collaborazioni nazionali, come se tutto il giro di featuring interno non implicasse un giro di soldi. Ma è possibile che sia così? Difficile crederlo, soprattutto se riprendiamo le considerazioni iniziali.

Il rapper può (come tutti) decidere cosa fare gratuitamente. Ma non dobbiamo dimenticare che ogni contenuto che vede la luce e viene edito è frutto di un lavoro. E che, come tale, rende più che legittima la richiesta di retribuzione.


A molti queste parole suoneranno come la scoperta dell’acqua calda. Ma proprio queste ovvietà vengono il più delle volte omesse in molti commenti, e si fa fatica a capire il perché.

L’arte la paghi

Fabri Fibra, “A me di te”, Guerra e Pace (2013)

Scarsa aderenza alla realtà? L’idea che i rapporti tra rapper non possano essere regolati anche dalle questioni professionali? O addirittura che dietro ad un bel pezzo non possa esserci un giro di soldi? Impossibile rispondere per tutti, ma l’impressione è che ci sia molta confusione.

IL CASO DABABY


Fecero discutere, in questo senso, le dichiarazioni di Dababy riportate da numerosi media internazionali e nazionali (fra cui OutPump). Il rapper cresciuto a Charlotte ha dichiarato qualche mese fa a Power106 di condividere il fatto che un featuring venga pagato e venduto. In merito al suo “tariffario”, le cifre per una collaborazione si aggiravano ai tempi attorno ai 100mila $.

Guarda ora: Dababy @ Power106


Il fatto che il lavoro sui beat altrui debba essere retribuito profumatamente rappresenta per l’autore di “Kirk” la norma, considerato che lui stesso mette in senso figurato mani al portafogli per portarsi certi nomi nei pezzi. Nonostante questo, a molti il discorso non sembra andare giù.


Tutto questo, sia chiaro, non esclude la possibilità di collaborare senza farsi pagare. Se tra artisti c’è una stima che va oltre, o comunque da parte di uno dei due c’è voglia di finire su un certo disco a prescindere dai soldi, non c’è da stupirsi della spontaneità che porta a casa il brano al di là degli interessi. Ma lo stesso vale per il caso opposto.

Guarda ora: Close Friends

Riuscire a fare della propria passione una professione non significa dover rinegoziare il concetto stesso di lavoro per non “rovinare la poesia”. Anche perché è attraverso certi investimenti che la qualità dei progetti può crescere. Al fan dovrebbe importare poco di chi ci mette soldi, perlomeno al momento di premere play. Uno dei nostri dischi preferiti dovrebbe perdere presa affettiva su di noi soltanto perché i featuring al suo interno sono stati pagati e venduti? Anche le opere commissionate a Michelangelo venivano pagate. Questo toglie qualcosa al risultato?

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