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2010 – 2020: dal free download allo streaming

Quanto il nuovo modello digitale ci abbia abituato ad ascoltare musica quando, come e dove vogliamo è più che evidente. Ma quali sono le relazioni che si instaurano tra major e piattaforme streaming? E quanto queste hanno influenzato le dinamiche nel mercato del rap?

Esse Magazine, in questa settimana, ripercorrerà alcuni dei momenti più importanti del rap italiano degli ultimi 10 anni, coronando il termine di questa decade.

Questi ultimi dieci anni ci hanno abituato ad un modo di fruire delle cose che penso si riassuma bene in: anything, anytime, any-where ovvero vedere ed ascoltare quello che si vuole dove e quando lo si desidera. E protagonisti di questo cambiamento non sono stati solo i modi, ma soprattutto i mezzi.

Napster age

Qualcuno direbbe che è esistito un tempo in cui il music business era soprattutto artigianato, ma il mio tempo – condiviso immagino dalla maggioranza di voi – era qualcosa che si divideva quasi equamente tra la rincorsa al cd autografato ed eMule

Senza scomodare la Silicon Valley e Napster (il software primordiale di tutto quello che poi è arrivato anche da noi) il 2010 è stato l’anno dello streaming illegale per eccellenza e in Italia rappresentava il 45% del totale, quasi il doppio della media europea (29%). Quella che è stata la ripresa da una specie di apocalisse musicale – e del modello costruito faticosamente dalla discografia mondiale nei precedenti cinquant’anni – è arrivata con la quotazione di piattaforme come SpotifyApple Music e Tidal

La seconda rivoluzione digitale

Il tentativo di spogliare lo streaming dell’idea di qualcosa di poco controllato e altrettanto poco meritocratico è ancora in atto. Che la musica oggi corrisponda alla quasi definitiva dematerializzazione del supporto è una realtà innegabile, come lo è il fatto che il suo formato digitale sia più facilmente fruibile, aumenti la condivisione del prodotto e sia compatibile praticamente con qualsiasi supporto. 

Ancora più strano è pensare che ad essere così restia – in fattore di merito almeno – sia proprio l’Italia, pioniera della musica online ancor prima di iTunes.

Nel 1999 infatti da un’idea di Gianluca Dettori venne fondata Vitaminic, una piattaforma che già allora contemplava il binomio di una web community più tradizionale e una vendita elettronica parallela (si parlava dei primi file Mp3) su di uno spazio interamente dedicato all’artista. Unica condizione era mettere a disposizione almeno un brano gratuito, distribuibile liberamente.

Divenne in poco tempo leader in Europa, allargando non solo i confini e dimostrando quanto fosse importante concepire modelli innovativi nell’ambito dei contenuti digitali, ma dimostrando come fosse possibile non “subire” il cambiamento, ma gestirlo.

Nel decennio da noi preso in considerazione, a seguire questo filone, sono state le grandi major come UniversalSony e Warner che hanno colto l’immenso potenziale dei servizi streaming.

La centralità delle piattaforme in Italia

Se ragioniamo in termini di rapporti di forza, l’anello più importante oggi è rappresentato dalla distribuzione: le piattaforme di streaming hanno conquistato il centro della scena. Secondo analisti come Goldman Sachs sarà merito di queste se nel 2030 conteremo 41 miliardi di dollari di ricavi per il music business, contro i 15,7 miliardi di valore della discografia e i 9,16 miliardi del diritto d’autore con cui facciamo i conti oggi.

E non è difficile immaginare la concretezza di una teoria simile, solo in Italia il 2018 è stato il secondo anno consecutivo in cui lo streaming (94,8 milioni) ha pesato più del fisico (61,9 milioni). 

FunFacts: 21 milioni di ricavi in Italia sono arrivati grazie al bonus cultura.

La crescita della discografia grazio allo streaming

I dati del Global Music Report, la federazione mondiale delle major, parlano chiaro: nel 2018 il mercato mondiale della musica incisa ha movimentato 19,1 miliardi di dollari, mettendo a segno un incremento del 9,7% sull’anno precedente e infilando il quarto anno consecutivo di crescita. Tutto grazie allo streaming, segmento trainante. In Italia, 12esimo mercato mondiale, il business cresce del 2,6%, muovendo 228,5 milioni di euro.

Si sa che comandano Spotify e Apple Music in prima battuta, con YouTube Music e Amazon Music che seguono a ruota. A livello globale la cosiddetta “musica liquida” vale il 47% dei ricavi e l’anno scorso ha conosciuto un incremento di 34 punti percentuali, grazie a un vero e proprio boom (+32,9%) dei contratti premium. 

 «Su altri mercati i ricavi dai servizi premium risultano ancora più cospicui. E non è una grossa sorpresa: il nostro pubblico è piuttosto restio a passare alle formule premium. Avviene in molti settori, non solo nella musica.» Mazza, CEO di FIMI

Nonostante ci sia ancora qualche difficoltà – è passato quasi un anno dal suo intervento per Il Sole 24 Ore – il ricorso alle formule premium, quindi agli abbonamenti, è aumentato del 32,9%.

Il 2018 ha fatto i conti con qualcosa come 255 milioni di utenti a pagamento delle piattaforme di streaming che da soli generano il 37% del fatturato della musica incisa. La crescita dello streaming ha più che compensato il calo del mercato fisico (-10,1%) e il tracollo del download (-21,2%), una formula di consumo ormai residuale.

L’Italia è 12esima considerando l’intero music business, ma sale al settimo posto se si stringe il focus soltanto sulle vendite fisiche.

Il value gap

Abbiamo parlato di formule free e premium; quest’ultime, oltre a garantire all’utente una qualità migliore e un’esperienza di fruizione spesso inedita (molti contenuti e anteprime sono generati esclusivamente per gli account abbonati) dovrebbero stipulare accordi più proficui tra autori / esecutori e la piattaforma stessa. 

Ma la questione fa ancora discutere e parecchio. Per capirci: YouTube paga meno di un dollaro ogni mille stream, mentre Spotify ne corrisponde sette. Chi ascolta musica sui siti di condivisione video genera ricavi per l’industria discografica quasi venti volte inferiori a quelli prodotti da chi sceglie piattaforme di streaming.

Una differenza non da poco che si fonda sul diverso riconoscimento giuridico tra canali.

«YouTube paga poco perché un baco normativo permette a Google di non avere alcuna responsabilità sui contenuti pubblicati sul portale. Il sito viene considerato un semplice intermediario di prodotti caricati dagli utenti e se la cava con la promessa di cancellare i brani protetti da copyright», spiega ancora Mazza.

Mentre per Spotify e il resto delle piattaforme streaming la cosa è un po’ diversa. Acquistano il diritto a trasmettere musica, dialogano in maniera diretta con le case discografiche, seguendone le logiche di mercato. I risultati si vedono: nonostante un numero decisamente inferiore di utenti, le royalties generate sono maggiori. Sfiorano i 4 miliardi di dollari a livello mondiale. 

La non troppo equa distribuzione dei ricavi ha comunque trovato appigli anche nei grandi canali sopra citati, per i quali Veronica Diquattro, vicepresidente di Dazn – Spotify e Google team – commenta:

«Per alcuni nomi con determinati atteggiamenti, ce ne sono stati altrettanti che invece si sono spostati verso lo streaming. Ci sono punti che devono essere chiariti con gli artisti. Operiamo con logiche diverse da quelle tradizionali e bisogna fornire loro tutti gli elementi perché ci sia consapevolezza di come viene diviso il valore creato. Noi paghiamo il 70% di tutte le entrate che abbiamo ai detentori dei diritti musicali e sono le etichette ad avere il contratto diretto con gli artisti.» al Fatto Quotidiano.it 

Spotify VS Tidal

Spotify

A contendersi il posto d’onore nel cuore degli appassionati del genere a livello globale (perché noi italiani abbiamo dalla nostra il lavoro magistrale di TRX Radio, la sola ad offrire un servizio simile) sono Spotify e Tidal. Piattaforme dove usufruendo del proprio account in versione gratuita o premium possiamo ascoltare decine di migliaia di brani, non possedendone però nessuno. Ebbene sì perché anche gli abbonati con la possibilità di fruizione offline sono “proprietari” della propria libreria musicale a patto che il loro contratto rimango attivo. Con la cessazione di quello anche i brani salvati saranno soggetti alle regole della versione free.

Ma quali sono le caratteristiche e le principali differenze dei due colossi del mercato attuale?

Spotify è stato lanciato 6 anni prima rispetto al concorrente ed è ora uno dei più grandi servizi di abbonamento al mondo. Offre un catalogo di 35 milioni di brani a differenza dei 40 di Tidal. Esiste un piano gratuito supportato da pubblicità (è possibile skippare una traccia solo sei volte all’ora) e con una qualità audio limitata a 160 kbps, ampliata a 320 nella versione premium (scompaiono anche le adv).

Uno dei punti di forza di Spotify sono i consigli musicali. La funzione Discover Weekly è molto popolare e utilizza il machine learning per generare una playlist di 30 brani pertinenti alle abitudini di ascolto. Ed è straordinariamente precisa.

Ogni venerdì inoltre propone una playlist di due ore chiamata Release Radar che contiene musica e remix nuovissimi. Più ascoltate, meglio i consigli corrisponderanno ai vostri gusti. Aggiungete il nuovo Daily Mix solo per dispositivi mobili (cinque playlist specifiche per genere) e c’è poca partita.

Ah, ogni venerdì aggiorniamo anche la nostra playlist.

Ascoltala ora

Tidal

Tidal si è fatto un nome concentrandosi su una qualità audio superiore grazie allo streaming con qualità lossless da CD e con uno spazio sempre più cospicuo rappresentato dalla sezione MQA (Master Quality Authenticated).

Non offre un piano di abbonamento gratuito, ma solo una versione di prova di 30 giorni. Il piano più economico (Tidal Premium) è senza pubblicità e trasmette musica a 320 kbps. In alternativa si può passare a a Tidal HiFi, che fornisce l’accesso alla stragrande maggioranza della libreria in qualità CD senza perdita di dati, oltre a più di un milione di tracce ad alta risoluzione (in genere 24 bit/96kHz) chiamate Tidal Masters. Come Spotify inoltre anche Tidal consente di scaricare e ascoltare musica offline.

Tidal afferma di pagare la più alta percentuale di royalty agli artisti nel mercato dello streaming musicale. L’investimento di Jay-Z in Tidal ha visto alcuni dei suoi album, incluso “The Blueprint”, apparire esclusivamente su questa piattaforma, insieme agli album “Lemonade” di Beyonce e “Anti” di Rihanna, giusto per citarne alcuni.

Le funzionalità di scoperta della musica di Tidal sono valide, ma non sofisticate come quelle di Spotify. La sezione Novità contiene contenuti “curati” come album, playlist, video e podcast, mentre Tidal Rising (uno degli aspetti più interessanti della piattaforma) promuove artisti emergenti. Ci sono molte altre playlist generate in base all’umore, oltre a playlist Hi-res Masters che coprono nuovi arrivi e generi (ad esempio Tidal MastersMotown). Tidal ha un leggero vantaggio quando si tratta di video Full HD: oltre 250.000 tra i quali interviste e backstage.

I brani Tidal Masters forniscono registrazioni di qualità provenienti direttamente dalla fonte masterfornendo così l’esperienza audio che l’artista intendeva originariamente. 

Entrambi i servizi sono disponibili su diverse piattaforme. Sia Spotify che Tidal supportano inoltre Google Chromecast e Apple AirPlay, rendendo più semplice ascoltare i brani preferiti in giro per casa. Spotify ha però il notevole vantaggio di Spotify Connect, che consente agli abbonati premium di trasmettere direttamente a speaker, TV o sistemi audio.

Per competere con Spotify, Tidal si sta muovendo verso la compatibilità con numerosi prodotti hi-fi tra i quali Sonos, Bluesound e Denon, McIntosh e Cyrus.

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