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Condividere musica è molto più di condividere musica

L’ascolto è la condivisione più genuina che esista. L’attenzione riposta nella scelta di una traccia precisa vuole dire chi siamo e cosa desideriamo, vuole costruire un terreno comune sul quale incontrarsi. È una particolare cura, è una forma d’amore.

La mia famiglia non è mai stata una grande cultrice delle arti. Le apprezzava sì, ma non tanto da ricercarle o da farne qualcosa di quotidiano, eccezione fatta per la lettura.

Eppure, se penso al mio modo di ricordare, rintraccio solo suoni e qualche odore.

«Mi perdonerete, allora, se nelle pagine che seguono mi è capitato di riempire con l’immaginazione le intermittenze della memoria».

Mi spiego meglio: generalmente tutto quello che ci influenza in adolescenza è connesso a delle immagini, poi alterate dal tempo, ma comunque si muove su binari visivi e si lega alla sfera delle prime esperienze. Il primo viaggio lontano da casa, la prima delusione, un momento significativo per via di qualcosa o qualcuno è definito all’interno di una relazione emotivo – figurale.

Pastoureau ha fatto di questo estremo simbolismo il manifesto della sua carriera. Sostiene che i ricordi sepolti nella memoria sono prevalentemente acromatici, ma quando li richiamiamo alla mente, facendoli riemergere con un’intenzione precisa, li riscriviamo in maniera formale e soprattutto cromatica: precisandone i contorni, irrobustendo le linee e facendoci carico di colorarli con tinte che delle volte non avevano affatto. 

Attribuiamo loro delle connotazioni che desideriamo abbiano in base alla percezione soggettiva, in maniera del tutto inconsapevole il più delle volte.

Al di là di quanto possano essere fugaci le impressioni che la memoria tenta di riproporci negli anni, quello che conta è quanto queste costituiscano una forma di realtà né contraria né antagonista alla tangibile, ma diversa e altrettanto fertile. Quanto la volontà di proiettarli al di fuori di noi rappresenti il primo, genuino, atto di condivisione.

Ecco, i miei ricordi a colori sono fatti della stessa materia della musica.

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Un linguaggio universale

L’atto in sé dell’ascolto implica una serie di contaminazioni reciproche, richiede che ci si dedichi del tempo e genera un’aspettativa da ambo le parti. Donare qualcosa di tanto personale, specialmente se accolto positivamente, genera un senso di appartenenza: un legame. 

E appartenere oggi come oggi è difficile. 

La validazione che otteniamo mediante l’ascolto condiviso è un vero e proprio atto comunicativo: stiamo dicendo chi siamo e cosa amiamo, ma soprattutto ci stiamo aprendo ad una serie infinità di possibili confronti, perché la traccia che abbiamo scelto spesso e volentieri dice le cose più apertamente di noi.

La performance dell’artista diventa la nostra e una canzone non è mai solo una canzone. È innanzitutto un riflesso di noi stessi. 

Redenzione

«Kanye ha creato un’immagine suggestiva, quella di un peccatore che, in punta di piedi, si avvicina alla redenzione con l’aiuto dei suoi amici» – J. Cox

L’approccio al Sunday Service, svestito dai preconcetti legati alla persona KW – specialmente in Italia – è più difficile di quanto immaginassi. Non so dire se sia per una parvenza religiosa in sé o per la tendenza all’interpretazione unidirezionale verso la strategia (seppur sia presente, indubbiamente), ma sta di fatto che ancora la grandezza di una manifestazione tale non è stata colta. 

Cerchiamo di non strumentalizzarla troppo, vediamola come una relazione. Il gospel in fin dei conti è sempre stato questo: un cantore che si alterna alla risposta del coro, uno scambio su una base rhythm and blues verso la salvezza dello spirito.

Non sta a me valutare quanto Kanye sia capace di redimersi, ma mi pare abbastanza evidente – già da Ultralight Beam – quanto il fulcro del lavoro religioso fatto sia molto più fedele alla tradizione culturale afroamericana che alla devozione fine a sé stessa.

La scelta delle ambientazioni, gli immensi spazi aperti o la componente cromatica delle esibizioni (il viola e il blu sono quelli più ricorrenti, forse perché iconograficamente rappresentano la penitenza e sono usati nella celebrazione della Quaresima) non sono altro che il mezzo per rimarcare questo senso sacrale, non necessariamente liturgico.

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È un atto di potenza condivisa, partecipe. 

Spoiler: c’è chi dice che i service siano il teaser della sua prossima fatica Yandhi, quello che è certo è che questo atto d’amore – come lui e i suoi collaboratori l’hanno definito – è fatto per essere delle persone, così la prossima domenica a Houston si terrà la messa più grande della storia probabilmente. West collaborando con il reverendo Joel Osteen porterà il Sunday Service alla Lakewood Church, coinvolgendo circa 45000 fedeli. 

Possibilità

Questo è forse il margine d’azione che preferisco in assoluto e nessuno meglio di Stormzy lo sta facendo. 

Musicalmente parlando è ineccepibile, ma la vera forza sta nella persona; non per niente il Time l’ha inserito tra i next generation leaders, dedicandogli la copertina di ottobre come rapper in corsa al cambiamento globale.

La sua biografia non è stereotipata all’abbandono, alla violenza o alla droga, seppure fino al 2017 la grime e i suoi artisti erano sottoposti ad una serie di controlli da parte del Form 696, ma incentrata sul riscatto, senza esclusione. 

Ha aperto una casa editrice, la Merky Books, per incentivare la produzione di opere connazionali edite da giovani scrittori, è stato il primo artista nero britannico ad essere l’headliner del festival europeo a Glastonbury, ma il progetto più ambizioso è senza dubbio la Stormzy Scholarship

Si discute da sempre la percentuale di ragazzi di colore presenti in università di prestigio come Cambridge ed Oxford (lo scorso anno ad esempio ne sono stati ammessi solo 58), limitanti non solo dal punto di vista economico, ma classista a tutti gli effetti. Così per cercare di sottrarre qualcuno a tale disparità Stormzy ha istituito un fondo: quattro borse di studio, almeno fin ora, che coprono tasse di iscrizione e quattro anni di mantenimento, il tempo necessario per costruirsi il proprio spazio nel mondo. Senza debiti da ripagare.

Pare che tra le due solo Cambridge abbia accettato l’offerta, nonostante con Oxford ci sia qualche precedente: nel 2017 donò 9 mila sterline a Fiona Asiedu, una giovane studentessa che dopo aver completato gli studi in psicologia cercava fondi per l’iscrizione ad Harvard. 

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