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Apologia della violenza nel rap

Quando si contesta l’uso di immagini violente, si dimentica il valore simbolico, estetico e descrittivo della violenza nell’arte e soprattutto nel rap.

Due giorni fa è avvenuto l’ennesimo episodio di diffamazione da parte della televisione italiana nei confronti del rap. A questo giro è toccato a Mario Giordano, nella trasmissione “Fuori dal coro”. Il messaggio che è passato è sempre lo stesso: il rap e i rapper sono cattivi esempi per i giovani. Da ogni punto di vista, ma soprattutto sotto il profilo dei testi e dei messaggi.

Fino ad arrivare alla stesura di una legge pseudoscientifica, che stabilisce un nesso causale tra il rap e la diffusione di violenza e la droga.

Personalmente non mi va di cadere nella lotta generazionale e nella gara dei tempi passati contro quelli attuali, ma è necessario ricordare che violenza e droga non sono nulla di nuovo. Il rap, al contrario, non c’è stato sempre: nè negli anni ‘80 – periodo del boom dell’eroina, forse la massima crisi del problema droga nel nostro Paese– , tantomeno negli anni ‘70 – noti alla storia come “gli anni di piombo”, apice della diffusione della violenza nel nostro Paese. Il rap allora non c’era, o al limite era totalmente marginale come fenomeno sociale e come fattore d’influenza; violenza e droga al contrario sì, eccome.

Ricordo un celebre murales di Banksy, dove una domestica nasconde lo sporco sotto al tappeto, illudendosi che non esista.
Il rap è nato per sconfiggere queste stesse palesi manifestazioni di ipocrisia. Fu la reazione, uguale e contraria, ad una società –quella americana – fortemente razzista e ipocrita.
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Sono un grande fan di un genere poco ipocrita e non farò come la domestica del murales di Banksy. Il rap parla di violenza, il rap parla di droga, e va rivendicato. La “nostra” difesa non può muoversi a partire dalla negazione, perché sarebbe equivalente ad ammettere una colpa che non esiste. Tuttavia è necessario spiegare il senso che la violenza assume nel rap e in qualsiasi manifestazione artistica.

La violenza ha un valore molteplice nell’arte: ha una portata retorica, una descrittiva e una estetica. Ho recuperato un articolo del 18 luglio in cui parlavo proprio di questo.

L’apologia nella storia

Era il IV secolo a.C., quando un giovane Platone scrisse la celebre ‘’Apologia di Socrate’’.

‘’Apologia’’ è un termine che nel mondo classico indica un’autodifesa da una serie di accuse, che può essere orale o scritta. Il testo sopra citato è un resoconto del processo a Socrate da parte delle autorità giudiziarie di Atene: la principale accuse rivolta al filosofo ateniese è quella di ‘’corruzione dei giovani’’. La colpa di Socrate fu quella di educare i giovani al ragionamento, alla rottura argomentata delle credenze diffuse e delle tradizioni consolidate. A Socrate fu contestato anche di educare al non rispetto degli Dei e di averne introdotti di nuovi, attraverso la sua opera di filosofo.

L’opera di Platone volle essere uno scritto volto a difendere la figura di Socrate nella storia, in modo tale da riabilitarne le azioni e le intenzioni. Così fu: oggi riconosciamo a Socrate un ruolo rivoluzionario nella filosofia e nelle discipline umanistiche; al pari di Galilei e di Giordano Bruno viene considerato un martire della cultura e del sapere. Socrate viene riconosciuto come una figura eroica: le sue principali intuizioni sono un modello di ragionamento e di argomentazione alla base dello sviluppo della cultura europea, anche nel campo scientifico. I riflessi sono ancora oggi visibili, ma non è utile dilungarsi a riguardo.

Difendere la libertà

La violenza è una cifra ricorrente nel rap. Questo aspetto talvolta è stato utilizzato dai media generalisti per denigrare il genere, è una storia che già sappiamo. Il rap, come genere, movimento e cultura, non si è mai difeso in maniera unita, e ha sofferto i colpi di un’opinione pubblica maliziosa e quasi sempre non consapevole dell’oggetto delle sue critiche.

Chi ha cercato di approfondire un minimo la storia della letteratura, della filosofia, della musica e dell’arte, può aver intuito un aspetto a dir poco fondamentale: l’arte non conosce alcun vincolo morale. Ogni qualvolta un’opera, un autore o un artista è stato accusato di immoralità, il movente principale dell’accusatore è sempre l’ipocrisia.

Non solo: ogni moralismo è deleterio per l’arte. Torquato Tasso avrebbe voluto scrivere, con la sua mastodontica ‘’Gerusalemme Liberata’’ un poema totalmente infarcito dei valori cattolici. Ma nemmeno Tasso credeva in tali valori, imposti da quella che all’epoca era la fonte di opinione pubblica più autorevole, ovvero la Chiesa Cattolica (soprattutto al tempo dell’Inquisizione): i personaggi che sono stati meglio caratterizzati dal punto di vista emotivo e psicologico sono proprio gli arabi, quelli che nel poema dovevano essere raffigurati come i grandi nemici del bene. Il punto è che qualsiasi limitazione ad un’espressione sincera, sia essa auto-imposta che etero-imposta, corrode la qualità dell’arte.

Nascondere sotto al tappeto

Ricordo un celebre murales di Bansky, dove una domestica, piuttosto che pulire, nasconde lo sporco sotto al tappeto, illudendo(si) che non esista. L’atteggiamento di ogni moralismo è piuttosto simile, perché tende a ignorare l’esistenza del marcio.

Proprio dalla ipocrisia statunitense nacque il rap: fu la reazione ad una società, quella americana, maestra nell’atteggiarsi a paladina della democrazia e della libertà, ma anche a nascondere i residui di discriminazione razziale di cui la società americana era, ed è, infarcita, soprattutto nelle pubbliche istituzioni.

La violenza come reazione

Nell’arte la violenza ha quasi sempre un atteggiamento di reazione all’oppressione, tanto di un gruppo sociale quanto di un individuo. Anche nel rap la violenza ha assunto tale significato. Gli N.W.A. non avrebbero mai scritto ‘’Fuk Da Police’’ se non ci fosse stata un’oppressione vera ed esistente.

Il significato retorico, il valore estetico, la volontà di descrivere

Ma oltre alla reazione in sé, la violenza si riempie di molti altri significati.

Un vero fan del rap sa bene il senso della violenza. In primis, riconosce che si tratta di rappresentazione, mai di istigazione. “Mr. Simpatia” è un progetto che fa della violenza verbale la sua caratteristica più riconoscibile; tuttavia essa nel celebre capolavoro di Fibra ha la duplice funzione di elemento estetico e di simbolo di dissacrazione e rottura totale.

Ogni elemento nell’arte, anche la violenza, ha almeno un triplice valore: in primis il significato retorico, dove l’elemento violento deve essere analizzato alla luce della sua portata poetica, come metafora, similitudine, analogia o quant’altro.

In secondo luogo, il valore estetico: ogni elemento ha la funzione di abbellire l’opera e di creare immagini più incisive.

Infine, permane sempre la volontà descrittiva: i Co’ Sang non parlavano di violenza per incitare, ma per descrivere. Se hai vissuto determinate situazioni, come artista e uomo, hai un quasi-dovere di raccontarle: parlare di “sole/ cuore/ amore” non ha alcun senso se il tuo mondo è completamente un altro.

Ogni artista cerca, in un modo o nell’altro, di imprimere un quadretto descrittivo di sé e del proprio ambiente. In questo senso, l’uso di immagini violente ha talvolta il senso di denuncia, raramente di una qualche sorta di valorizzazione e legittimazione della violenza.

E se la violenza diventa reale?

Tutti i discorsi sulla libera espressione della violenza nei testi inciampano su una questione spinosa: quando la violenza cantata diventa reale che succede? La domanda è: si è ancora liberi di esprimersi come si vuole?

La risposta è sì. Mi sembra chiaro che risvolti drammatici, come le morti di Notorious B.I.G., o di Tupac, o di XXX Tentacion, non siano la diretta conseguenza della violenza testuale, ma di ‘’scelte’’ (in virgolette perché raramente è una vera scelta) di vita.

Non ho mai violentato una donna, anche se Fibra ha scritto di questo. Non ho mai assunto codeina, anche se Sfera Ebbasta me ne ha parlato. Quando le autorità mi hanno fermato, non li ho rincorsi stracciando il verbale, come scrive Luchè in ‘’Nisciun’’. L’arte è totalmente libera e non ha pretese educative né alcun dovere o responsabilità, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Può e deve parlare di tutto, quindi anche di violenza, sia essa reale o immaginata, sia essa descrittiva o simbolica o sia essa un puro elemento estetico. Anche per quanto riguarda il rap, soprattutto per il rap, considerate le sue radici storiche e sociale e i suoi codici comunicativi.

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