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Aspettando “Persona”: To Pimp a Butterfly

Ricordo il periodo immediatamente precedente a “To Pimp a Butterfly”: tutti aspettavano trepidanti il ritorno di quel ragazzo di Compton, chiedendosi in che modo potesse superarsi rispetto a ciò che già aveva dato a questa musica.
Poi “To Pimp a Butterfly” è stato pubblicato, e niente di questa cultura è rimasto lo stesso.

Ci siamo, questa settimana esce il disco più atteso dell’anno. La redazione di Esse Magazine ha deciso di accompagnare i propri lettori nel countdown: dedicheremo gli articoli dei prossimi 3 giorni a quei dischi italiani e internazionali che, come “Persona”, hanno causato una grandissima attenzione nella fan base.

Precisiamo di non avere alcuna pretesa di completezza, e che il criterio di scelta non sarà strettamente legato alla qualità dei dischi, ma al grado di attesa generato nella fan base prima della release.

“To Pimp a Butterfly”: l’instant classic di Kendrick Lamar

Non sono mai stato un grande fan dell’hype, cerco sempre di mantenere aspettative basse per cercare di rimanere sorpreso piuttosto che deluso da un qualcosa che sto aspettando.


Penso sia un sistema di autodifesa e prudenza alla fine, ma diventa utile perché, quando qualcosa supera qualsiasi aspettativa che potessi farmi, mi rimane indissolubilmente legato addosso.

“i”: l’inno alla vita di Kendrick

Ricordo ancora la prima volta che ascoltai “i”: quel claim, <<Mi amo, ma posso fare quello che voglio, quando voglio, non mi interessa. Mi amo, mi ha detto che devo alzarmi, che la vita è più di un suicidio>>, mi risuonava nella testa ininterrottamente, quasi un inno alla vitalità potesse elevare e cambiare tutto, facendomi chiedere chi fossi io per lamentarmi di un piccolo particolare che non mi convincesse, mentre tutta la mia vita mi stava dando tutto ciò di cui avessi bisogno.

Ci ho riflettuto su quella frase, l’ho fatta mia e ci son cresciuto: premettendo che tutti noi abbiamo i nostri problemi, io non ho il diritto di lamentarmi per ciò che non va, mentre persone che stavano di gran lunga peggio di me trovavano in loro stessi la forza di rialzarsi di fronte alle avversità.

Ascolta qui “i”:

“The Blacker The Berry”: l’evoluzione personale e artistica di Kendrick Lamar

Dopo “good kid m.A.A.d. City” ero convinto che Kendrick non potesse spingersi oltre nel completare un affresco della realtà in cui viviamo.
Non so perché, ma, forse per lo stesso principio per cui ho cominciato questo testo, pensavo che “gkmC” fosse la massima aspirazione cui Lamar potesse ambire, creando un vivido disegno della sua Compton e parlando, senza rendersene conto, di tutto il mondo.
Non avrei potuto avere una convinzione più erronea: “i” fu la prima pietra che infranse il vetro della mia presunzione, ma il vero crollo si ebbe con “The Blacker the Berry”, una traccia speculare rispetto a “i” e colma di senso di colpa, rabbia e autocritica.

Il primo <<Sono il più grande ipocrita del 2015>> suonò talmente incisivo nella mia mente da ghiacciarmi nella posizione in cui mi trovavo.
La stessa frase, ripetuta più e più volte, in mezzo al ricordo di episodi di razzismo e assassini verso afroamericani sortì lo stesso effetto di un climax.
Mi chiesi più volte: <<Cosa stai dicendo, Kendrick? Perché saresti un ipocrita?>>.


Mentre le barre si incastravano le une con le altre e il flusso faceva scorrere fiumi di parole, la curiosità cresceva, senza darmi una risposta.
Tutto questo è continuato fino a quando, a quasi 5 minuti dall’inizio del brano, una frase lapidaria ha chiuso la traccia e, prima ancora di potermene rendere conto, avevo ricevuto la risposta alla mia domanda.
<<Quindi perché ho pianto quando Trayvon Martin è morto in mezzo alla strada, quando la gang mi ha fatto uccidere un nero più nero di me? Ipocrita!>>.

Ascolta qui “The Blacker The Berry”:

L’influenza della schiavitù, della black music e di Nelson Mandela

Ci misi del tempo per comprendere appieno la portata di una tale affermazione, ma alla fine capii che l’attesa che portò a “To Pimp a Butterfly” fu quella necessaria a Kendrick per comprendere appieno che moltissime delle immagini affrescate in “good kid m.A.A.d. City” erano dinamiche presenti in ogni angolo del mondo, solo con protagonisti e comparse differenti.

“To Pimp a Butterfly” è un universo di influenze e mondi, a partire dalla disperazione di “u” fino ad arrivare al dramma del razzismo imperante in America e a quella lieve linea di separazione tra africano e afroamericano.
La nascita del disco è da ricondurre a un viaggio in Africa, durante il quale Kenny è entrato in contatto con la storia dell’Apartheid e di Mandela.
Nel mentre che mi immergevo nel disco, fieramente fondato su tutte le molteplici sfaccettature della black music “To Pimp a Butterfly” non racconta solo la storia di Kendrick Lamar, ma quella di un intero popolo.

Ascolta qui “God is Gangsta”, in cui sono contenute “u” e “For Sale?”:

Un esempio di quando la realtà supera l’aspettativa

Passando da “u” e “Alright” e arrivando all’immaginario discorso con Tupac in “Mortal Man”, l’attesa che caratterizzò questo disco non fu solo ripagata, ma largamente superata da quello che tutto questo è andato poi a rappresentare.
Mi hanno più volte spiegato che l’importanza di un disco non si misura rispetto alla sua bellezza, perché quest’ultima è soggettiva, ma rispetto alla sua influenza.
C’è un pre e un post “To Pimp a Butterfly”, non solo nel rap, ma in ogni ambito, fino ad arrivare alla politica, considerando l’appoggio che Obama ha manifestato a Kendrick.

Ascolta qui “Alright”, che, secondo Pitchfork, è la traccia più bella del decennio:

Mi approccio spesso senza aspettative, questo è vero, ma sono il primo a riconoscere quando qualcosa supera davvero ogni mia aspettativa ed è oggettivo ad oggi: nessuno può negare che Kendrick sia il più grande rapper dell’ultimo ventennio.

Ascolta qui “To Pimp a Butterfly”:

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