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Lazza ha fatto una riedizione per i fan, non per il platino

L’annus mirabilis di Lazza continua. Il pubblico ringrazia, perché con “Re Mida (Aurum)” non riscopre soltanto uno dei migliori dischi del 2019, ma si ritrova coinvolto in un dialogo esclusivo. Non tutte le fan base hanno questa fortuna.

Nel 2019 siamo diventati tutti fan di Lazza. Concedeteci l’iperbole per un motivo: l’impennata qualitativa registrata in carriera. La differenza tra lo Zzala pre- e post- “Re Mida” si sente tutta, ed è per certi versi stupefacente misurare dove arriva il segno sulla sabbia di un salto così repentino e inaspettato. L’uscita del suo ultimo disco è stata come un fulmine a ciel sereno. In molti (compreso chi scrive) sono rimasti spiazzati dal bagaglio artistico messo in gioco.

LA VITTORIA CONTRO IL TEMPO

La consapevolezza dell’effettivo spessore dell’album è maturata col passare dei mesi. A dare una grossa spinta in direzione di questo giudizio ci ha pensato il caso, che ha voluto far coincidere – settimana più settimana meno – le uscite delle riedizioni degli album crack del 2019. “Re Mida”, per l’appunto, e “Scialla Semper”. Nonostante il debut album di Massimo Pericolo rimanga il lavoro più dirompente dell’anno, la materia viva che ha animato l’ultimo Lazza ha resistito al passare dei mesi. Riscoprire “Re Mida” è stato un piacere, un tuffo nel familiare, una ri-presa di coscienza di tutto quello che il rapper meneghino ha saputo offrire e mettere a punto contro ogni più rosea previsione attraverso un indice avvincente e sostanza nella proposta.

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LAZZA: UN CRACK?

Definire Lazza “un crack” potrebbe far storcere il naso a qualcuno, oltre che allo stesso artista. Ma l’uso di certi termini vuole semplicemente mettere davanti ai nostri occhi il numero di tappe bruciate in un lasso di tempo piuttosto ridotto, e riconoscere a Zzala il merito di aver dato una decisa sterzata alla propria carriera e all’orientamento di pensiero generale a colpi di pennellate artistiche, non di marchette o fidanzamenti di comodo. La verità è che ha fatto qualcosa che in pochissimi si aspettavano da lui, producendo una frattura netta con il vecchio sé: in questo senso è stato un crack al pari di un “neofita” come Massimo.

È inutile che ci giriamo intorno: Lazza prima di “Re Mida” non godeva di tutta la considerazione su cui può contare al momento. Chi segue il rap da un po’, soprattutto se cresciuto a MI, conosce bene il suo background, e sa da quanto tempo fa questa roba. Si sarà reso conto che negli anni a ridosso del boom fra 2015 e ‘16, Lazza difficilmente rientrava nel pugno di nomi associati a quella svolta mediatica: i vari Sfera, Izi, Ghali, Tedua, Rkomi e DPG rubavano molte più copertine. Lo facevano in virtù delle scosse d’immaginario date dal suono di Charlie Charles e Sick Luke, dalla trilogia della Dark, da una serie di pezzi di bravura assoluti firmati nell’arco di pochi anni da “XDVR” a “Orange County California”, da “Dasein Sollen” a “Lunga Vita a Sto”. Nel mezzo, infilateci i dischi più grossi della “vecchia” scuola, e avrete il quadro dei piani alti.

UN GRADINO SOTTO

L’impressione era che Lazza fosse un gradino sotto tutto questo. Qualità indubbie si scontravano con percorsi e status più luminosi. I compagni di generazione, i “Bimbi”, hanno continuato a crescere con progetti corposi e convincenti (come “Mowgli”), riuscendo perfino a prendersi l’estero (“Rockstar”). Del gotha dei Guè, Marra, Fibra, Luché, Salmo e compagnia non ne parliamo.

Era anche complicato per certi appassionati rendere conto di questo ingolfamento: Lazza era passato da giovanissimo dalla Zero2 a Blocco Records, ha beneficiato dell’influenza di un veterano come Emis Killa, per poi arrivare a Salmo, Slait e Low Kidd. Ma fondamentalmente mancavano ancora alcuni elementi per metterlo a sedere al tavolo dei grandi. Il sentore dei più pessimisti era che quello fosse il suo destino: navigare a vista a mezza classifica, ristagnare tra le eterne buone promesse. Il posizionamento artistico di Lazza sembrava segnato, e a marzo già pregustavamo sotto sotto un giudizio autocompiacente, coerente con questa lettura.

LA RIVINCITA

Dopo il primo giorno di quel mese abbiamo capito che a volte “la coerenza è la virtù degli imbecilli”. Probabilmente il 2019 sarà di Lazza, per un semplice motivo: non ha sbagliato niente. “Re Mida” ha sbaragliato i piani prefissati con una ricetta costruita su punchline e contenuti, elasticità musicale e qualità nei ritornelli, sofisticata ignoranza e beata knowledge.

Il Lazza post marzo 2019 è un altro artista, e “Re Mida” ha rimescolato le carte al punto da ridefinirne il valore. Il disco è talmente elevato che sembra scritto da qualcun altro, se confrontato coi lavori precedenti. Non perchè prima Lazza non meritasse, ma perchè lo scarto abissale tra la casa di “Morto Mai” e ciò che lo precede lo contempliamo dall’alto dei nuovi risultati: tradotto, nessun rapper è migliorato quanto lui. Mentre altri entravano nell’involuzione, Lazza cambiava pelle, e affinava nella voce e nel rappato la sua versione aurea. Il migliore dei Lazza possibili.

Tutto questo ci ha restituito non soltanto un profilo rinato o una seconda fase di carriera, ma anche un patrimonio della scena da preservare: Lazza ad oggi rischia seriamente di diventare (perlomeno per la generazione di chi scrive) l’erede designato dei rapper che hanno fatto la storia dal 2000 ad oggi.

LA CONTINUITÁ

Se nel 2019 Lazza ha trovato maggior continuità, è anche perché si è avvicinato ai propri modelli naturali, in linea con se stesso, distaccandosi in senso figurato per un momento dall’universo Machete e riapprodando alle radici, quella Dogo Gang che ha lasciato impronte indelebili sul suolo milanese e nella sua formazione. La complicità con Guè Pequeno è lampante.

L’INFLUENZA DI GUEPEK

Probabilmente la G è il rapper che lo ha segnato più in profondità e a cui si rifà maggiormente, e si sente, nella pappa-attitude, nel gusto per le citazioni puntuali e lo storytelling da Yakuza, nella scelta simile delle categorie di immagini messe in rima, nel flow plasmato dai vizi e dal tenore di vita, nella capacità formidabile di non risultare banali nemmeno nell’autocelebrazione, e perfino nelle parentesi delle discese del proprio io, in cui entrambi sembrano ritrovare dei punti di contatto. Infine, anche Lazza è davvero “bestiale nel rimario” per vivacità, taglio, mordente e varietà.

Guè Pequeno e Lazza

IL RAPPER PREFERITO DEL DOMANI

Questo non vuol dire che ci possa essere un altro Guè o che Lazza sia un doppione. Ma più semplicemente che qualora un domani qualche colosso dovesse appendere il microfono al chiodo, Lazza rappresenterà un porto sicuro verso cui approdare per non perdere il contatto con i codici che ci hanno educato, senza per questo rinunciare ad una loro interpretazione nuova, personale e coerente con i suoi margini di miglioramento: ha tutto il futuro davanti a sé , unito alla sicurezza del passato che solo un artista “di mezzo” può vantare.

SPAGNA E CONTINUITÁ

La continuità è passata anche attraverso la costanza qualitativa nelle strofe scritte per gli altri. Trovare una prova di Lazza nel 2019 che non convinca è impresa titanica, a conferma del fatto che ci troviamo davanti al rapper più in forma dell’anno. Inoltre, Zzala si sta facendo notare anche per l’interesse capillare nei confronti di determinati scenari europei.

È il caso della vicinanza a realtà come La Vendicion in Spagna, a nomi come Yung Beef, La Zowi e Cecilio G. La significativa presenza di Kaydy Cain nel disco è un grosso indizio di quanto sia ampia l’apertura di Zzala verso nuove frontiere del suono e dell’eco ispanico. La dimensione à La Mafia del Amor lo attira: uno slancio d’orecchio ed uno sfoggio di cultura urban che lo mettono già in condizione di porsi obiettivi continentali notevoli, oltre che sperimentazioni sempre più coraggiose. Non gli mancano i mezzi: anche Lazza ha un pikete espacial.

LA NUOVA REALTÁ

Arriviamo al punto. La realtà recente si è scontrata con i segnali degli anni passati. Ed è un bene, perché gli ascoltatori più navigati si sono trovati in dote un rapper che sembra tanto vicino sia all’idea del nuovo da abbracciare con un salto nella fede, sia ad una tradizione più vicina alle corde native, proprio perché ha avuto modo di vivere del riflesso di quella luce nelle primissime fasi della sua carriera. I suoi maestri ne sono la prova vivente.

Lazza ha in un certo senso dato una nuova speranza agli scontenti del nuovo panorama. Lo ha fatto mettendo a punto una formula a cavallo tra il focus sulla parola e l’esprit street, tra lo spessore allegorico e la zarroganza, tra il citazionismo e la cultura dell’entertainment. È passato dalla nomea da artista di mezza classifica a figura più completa del nuovo corso (quello più maturo), maturando finalmente il suo “Mowgli”. Lieti, per questo, di aver cambiato idea. È elettrizzante quando la musica ti fa tornare sui tuoi passi.

LA RIEDIZIONE PER IL PUBBLICO? NO, PER I FAN

È altrettanto appagante quando l’artista fa qualcosa non per il pubblico, ma per i fan. L’impressione è che pensare una riedizione di questo tipo sia finalizzata a soddisfare un bisogno personale. A pensare e a far pensare, non a vendere a tutti indistintamente. Un’urgenza insita nella testa del rapper di dover fare i conti nuovamente con quel materiale.

Il fatto è che quando l’artista fa qualcosa per se stesso, finisce per farlo anche per i propri fan. Si badi bene: fan, non pubblico. La differenza è sostanziale. Il fan cresce di pari passo con l’artista, che vive nella musica una forma di terapia e di esternazione che ha proprio nel fan la casella d’arrivo delle proprie considerazioni. Questo vale chiaramente nei casi in cui una rapstar non componga per se stessa qualcosa destinato a rimanere per sempre nel proprio computer.

Ma nel momento in cui un rapper lancia qualcosa là fuori, potrà anche metterci tutto lo zelo possibile nell’orchestrare un prodotto indecifrabile, ma il risultato sarà che qualcuno capirà, perché ha imparato ad ascoltarlo e a leggere fra le righe sempre meglio dopo anni di following – con tutta la pienezza che questo termine può avere in termini positivi. “Aurum” e “Piano Solo” finiscono così per dar vita ad un soliloquio et simul ad un dialogo tra Lazza e gli sconosciuti che lo conoscono meglio di chiunque altro.

Il parlare a sé per un artista si trasforma nel parlare al sé collettivo. Facendo una riedizione per se stesso, Lazza instaura contingentemente uno scambio coi fan. La coscienza del SUO pubblico viene così alimentata nuovamente, riprende in mano certe sensazioni, può concentrarsi un’altra volta su un progetto avvertito come proprio, vicino alle proprie corde e rivisto per l’occasione. Quest’ultima finisce per risultare non una tappa commerciale, ma la necessità di tornare a parlarsi. Proprio perché Lazza aveva bisogno di chiudere questo capitolo, e non poteva farlo nel silenzio di una stanza.

IL RITORNO

“Aurum” e “Piano Solo” vanno in questa direzione, ben oltre la necessità di rivitalizzare i numeri di un disco o di trovare un riempitivo per chiudere la stagione. I due progetti congiunti sono forti di un elemento: il tema del ritorno. Il ritorno alla condivisione dello stesso beat con vecchi mentori ormai lontani dalla propria vita professionale (Emis Killa), il ritorno al confronto diretto con i competitor diretti, ovvero i due rapper con maggior appeal internazionale della nuova generazione italiana. Un certamen, quello di “Gigolò”, anche in termini di plasticità melodica (Plaza e Sfera sono maestri in questo), un campo in cui Lazza ha fatto passi da gigante.

Il ritorno è anche sul proprio operato, sui fatti che lo sguardo ha registrato e la pelle porta su di sé, che non si limita soltanto al secondo capitolo Ouver2re, ma ad un intero progetto che continuando a vivere rimette in moto tutti i processi passati da cui era partita la prima versione.

Il ritorno di “Piano Solo” scomoda le modalità di trasmissione dei grandi classici. Una rilettura di un testo pre-esistente tramandato in una nuova veste, che permette di fargli vivere una seconda vita, di risaltarne i pregi in tutta la loro attualità, di far notare qualcosa che forse era sfuggito nei mesi passati, di arricchire l’opera magna con una prefazione più recente che passi l’esame del tempo.

Di più, “Piano Solo” è la prerogativa esclusiva di Lazza, che passa dallo straordinario all’ordinario nella scioltezza con cui i tasti si inseguono lungo tutto il flusso ipnotico delle note. Il pianista è conturbante per la dimestichezza con cui tratta l’ardore di uno strumento inaccessibile. Il piano è il Dio che tutto può e che comunica attraverso pochi. Lazza ha scelto di giocarsi questa carta nel momento migliore della propria carriera. Ennesima scelta azzeccata di un anno che si porterà per sempre sulla pelle.

Ascolta ora: Re Mida (Aurum)

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