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Come il reggaeton si è unito contro i Latin Grammy

I giorni scorsi sono stati caratterizzati dal botta e risposta tra i Latin Grammy e una fetta della latin scene. Al di là del casus belli (le discusse nomination) l’intera cultura urban ha ricevuto un importante insegnamento.

Tempo fa ci eravamo soffermati sulla concezione che buona parte del pubblico italiano mantiene nei confronti del reggaeton: ne era uscito un quadro piuttosto semplicistico, ridotto ad un concetto calderone in cui buttare indistintamente qualsiasi cosa costruita sul tresillo (un pattern ritmico) senza problematizzare sottogeneri e sfumature.

Sono anni che i “despacitofobici” allontanano a priori il calice delle considerazioni di più ampio respiro su quella che è sì un’etichetta, ma che dovrebbe funzionare da link ad una cultura più variegata e ramificata: basta non scappare al primo eco di dembow per rendersene conto.

Questo non implica l’obbligo di farselo piacere, ma lo sforzo di un riconoscimento sostanziale. Il reggaeton è un mosaico eterogeneo fatto di radici, connessioni, spirito.

Una cultura in cui forse molti non si riconosceranno. Ma comprimerla in un’etichetta dispregiativa pronta all’uso è un’operazione di riduzionismo parecchio incauta. Basta poco per cogliere le differenze tra “Mi Gente” e “Perreo De La Muerte 2”.

Ascolta ora: Perreo De La Muerte 2


La riaffermazione dell’integrità del movimento è tornata prepotentemente in auge nei giorni scorsi, in merito alla polemica sollevata da una fetta di latin artists contro i Latin Grammy, colpevoli di non aver riconosciuto il giusto peso agli esponenti reggaeton nelle nomination dell’edizione 2019.

A competere per la canzone dell’anno troviamo i nomi di Marc Anthony, Andrés Calamaro, Vicente García, Juan Luis Guerra, Juanes, Rosalía, Alejandro Sanz e Ximena Sariñana; per l’album dell’anno se la giocano Paula Arenas, Rubén Blades, Fonseca, Luis Fonsi, Tony Succar, Sebastián Yatra e i già menzionati Calamaro, Rosalía, Ximena Sariñana e Alejandro Sanz. Due le nomination per Bad Bunny, ma per Best Urban Music Album e Best Urban Fusion/Performance.

In generale, i due artisti favoriti per l’incetta di premi sono Alejandro Sanz e la spagnola Rosalìa, che rispetto ad altri colleghi quotati sono più vicini al pop o al flamenco/ urban che al reggaeton. Basta ascoltare “Los Angeles” e i banger che hanno fatto grande la cantante catalana per rendersene conto, in cui è forte il richiamo a realtà come la trap, il flamenco catalano in salsa urban o La Repompa di Malaga, più che ai suoni portoricani.

Alla luce dei nominati, è difficile non dare un minimo di credito al malcontento dei reggaetoneros per la presenza risicata.

I fortunati album di Ozuna e del mostro sacro della bachata Romeo Santos (“Aura” e “Utopìa”) non sono in lizza per nessun premio. Daddy Yankee, che nel 2004 diede il là al fenomeno reggaeton a livello globale, cambiando le regole del gioco con “La Gasolina”, porta a casa una sola nomination.

Nonostante sia stato nominato, non sono d’accordo con il modo in cui hanno trattato il genere e molti miei colleghi. Ricorda una cosa molto importante, la tua piattaforma non era quella che ha creato questo movimento. Questo va oltre un premio. Questa è cultura, credibilità, pertinenza e RISPETTO.

Daddy Yankee

L’autore di “Barrio Fino” ha comunque speso parole forti su Instagram per commentare la vicenda e manifestare solidarietà nei confronti dei colleghi.

Non va meglio alle voci femminili: i nomi di Becky G, Karol G e Natti Natasha non figurano da nessuna parte.

Anche Maluma è rimasto a secco. L’artista colombiano non ha nascosto il proprio disappunto, sottolineando sui propri profili social l’incredulità e i sentimenti contrastanti provati dopo la lettura delle nominees.

Ad aggravare il suo sconforto, il fatto che nessuno sembra essersi accorto di un eccezionale anno professionale, grazie soprattutto ad un disco (“11:11”) ritenuto il migliore della propria vita, impreziosito dal feat con Madonna.

SIN REGGAETON NO HAY LATIN GRAMMY

A seguire, artisti come J Balvin e Anuel si sono uniti ai sopracitati attorno all’hashtag “Sin reggaeton no hay Latin Grammy”, puntando il dito contro questa “falta de respeto”.

La protesta dei reggaetoneros porta con sé un’importante lezione. Anche per noi. E lo fa al di là del casus belli (le discusse nomination).

L’effetto domino scatenato sui social di alcuni fra i più importanti esponenti della latin music non ha risparmiato nemmeno chi si è portato a casa almeno una possibilità di vincere un premio. Conosciamo bene le proporzioni dell’ego di un artista e quanto sia raro che si lavori o si scenda in campo per gli altri.

IL BENE DI TUTTI

Prendere parte ad un’iniziativa del genere, seppur simbolica, lancia un messaggio rilevante, che lega di rimando il proprio fare musica ad un agire comunitario. L’immagine dell’espressione musicale fuoriesce così dal campo della propria affermazione professionale ed economica, e risalta come fuoco vivo di una passione collettiva e fondativa.

Come anticipato all’inizio, il reggaeton rappresenta a pieno titolo uno sfondo comune in cui riconoscersi e da cui attingere gli strumenti per dar vita alla propria proposta.

Le sue vibrazioni fremono in tutti gli artisti partoriti fra le braccia di determinate culture, e i suoi elementi strutturali rimangono un contraltare fondamentale per costituirsi, nonchè un punto fermo, un’àncora a cui aggrapparsi o un trampolino da cui lanciarsi verso altre sperimentazioni musicali.

Questo punto fatica a passare in molti appassionati, che continuano ad associare il reggaeton ad una dimensione vacanziera, e di conseguenza poco seriosa e articolata. Impossibile, dal loro punto di vista, che possa nascere qualcosa di buono ed elevato da quella comunità di artisti festanti.

L’ERRORE

L’errore sta alla base: cosa si intende con elevato? La tendenza ad attribuire il momento alto alla produzione oscura, introspettiva e indecifrabile è una pratica che in Italia imperversa. Verrebbe da chiedersi se qualcuno si sia mai preso la briga di passare da Genius per leggersi qualche testo.

Incredibile a dirsi, ma l’introspezione anima anche il reggaeton. C’è più arrepentimiento e ridiscussione di sè in alcuni banger portoricani che in molti incastri vuoti portati su un piedistallo da molti puristi.

Lo stesso legame col reggaeton non impedisce di approdare ad un alto livello di qualità, tantomeno di sperimentare nuovi generi o riscoprirlo in chiave differente. Yung Beef ha evocato per tutta l’estate set da magia nera con batterie reggaeton suave nel suo “Perreo”. Ronny J creò qualcosa di virale ed intrigante con il beat del sencillo “BEBE” per 6ix9ine e Anuel.

Guarda ora: BEBE

Sempre in Spagna, Alizzz e C. Tangana hanno costruito parte della loro versatilità anche con un piede nel reggaeton. Drake è entrato con successo in quelle atmosfere, approdando alle spiagge della dancehall senza deludere il proprio ampio pubblico. Lo stesso Sfera strizza più di un occhio a quel ritmo, e a giudicare dalla piega che sta prendendo la carriera del rapper di Ciny ne è valsa la pena.

CONSISTENZA E RICERCA

Può esserci ricchezza e ricerca anche nei progetti più corposi. “Odio”, uno dei singoli più profondi e malinconici di “OASIS”, è più vicino alla trap che al reggaeton. Eppure è firmato da J Balvin. Lo stesso Bad Bunny sforna con regolarità da due anni banger latin trap diventati metro di paragone per molti. Nei progetti di entrambi, come “Vibras” e “X100PRE”, c’è una varietà di fioriture e particolari nei beat in cui è davvero possibile perdersi. Anche l’estetica può stupire: il videoclip di “CUIDAO POR AHI” esplora immaginari e dimensioni rituali, lontane dal reggaeton standard, ed estremamente conturbanti.

Guarda ora: CUIDAO POR AHI

Qualcosa non torna anche nello scarso credito artistico che viene concesso al reggaeton per il considerevole tasso di entertainment che riesce ad instaurare. Il divertimento non è più arte? Quando si è coinvolti con tutto il corpo si commette peccato? Cosa c’è di più complesso e invasivo nei nostri pensieri del rapportarsi ad una donna/uomo? Roba da redneck? Si regredisce allo stato brado? Bisognerebbe applicare questi ragionamenti nel proprio quotidiano per capirlo.

Il tema del corpo è centrale nella questione. Chi non ha dimestichezza col genere non può maturare l’idea della rilevanza culturale che elementi come il perreo hanno.

Lo que pide es un perreo sucio en La Placita

Bad Bunny, Te Boté

Scorrono nel sangue, sono la corrente ineliminabile che alimenta il corpo di una tradizione che viene continuamente trasmessa. E la cosa straordinaria, è che viene veicolata in più angoli del mondo, dalla Colombia alla Spagna, da Porto Rico al Cile, da Panama al Mediterraneo.

MILANO AI PIEDI DI BAD BUNNY

Lo fece capire molto bene Bad Bunny durante il live a Milano presso l’Apple Store di Piazza Liberty, a cui Esse Magazine era presente. El Conejo Malo riuscì a destare un moto d’orgoglio nei centro/sudamericani presenti richiamandoli al topic del riscatto, all’orgoglio di una latin music sempre più statuaria, arricchita e capace di raccontarsi. Non a caso, la scossa del messaggio è arrivato a tutti per due sere di fila, in una città come Milano, non esattamente nota per un’inclinazione al calor.

Il live di Bad Bunny all’Apple Store di Milano

PERREAR

La tensione del perrear riporta ad un trasporto tra la sospensione dai problemi e il baccanale che va vissuto e percepito per poter essere sviscerato e contestualizzato adeguatamente. Solo a quel punto il reggaeton rientra a pieno titolo come cultura. Non può impigrire il giudizio il solo uso di formule espressive lontane dai propri gusti. Nessun lombardo cum grano salis si sognerebbe di definire “una stronzata” la cultura giapponese prima di un’immersione, solo perchè distante dal proprio muoversi nel mondo.

Il reggaeton è un mood, una lente con cui guardare al mondo, una forma mentis, un esserci qui ed ora in un certo modo, una libertà simultanea di mente e corpo, un tappeto per la malinconia, la nostalgia, l’euforia, una pulsione, un istinto. Nel perreo mas sucio si generano possessioni ancestrali che cercano il contatto e il graffio del proprio corpo, nel reggaeton più solare si trova la buena vibra. C’è la rabbia, la suavidad, l’oscurità, la luce, il sesso, la ricchezza, il lusso, la confessione.

Ma soprattutto, nel reggaeton c’è un percorso. Ha date, nomi, manifesti che concretizzano la sua storia. Qui c’è tutto il senso dell’invettiva pacifica di Daddy Yankee. Possibile che all’interno della manifestazione che dovrebbe soppesare i movimenti che hanno reso maggiormente onore alla latin music non si consideri una delle fette più pesanti che formano la torta della latin culture e che continuano a puntellarla e a guarnirla?

LA LEZIONE ALL’ITALIA

Giunti a questo punto è possibile spostare il focus su di noi. Eventi di questa portata (per grado di coinvolgimento mediatico) portano sempre diverse chiavi di lettura, con più di una lezione in allegato.

L’Italia deve guardare alla polemica da due diverse angolature. In primis, ritornare ad elaborare una concezione più complessa del corpo-reggaeton. Uno sforzo che non deve partire soltanto dai numeri (peraltro schiaccianti) registrati in tutto il mondo, ma soprattutto da urgenze come queste, lamentate da comunità artistiche sempre più ampie e vincenti. Se il credo in una cultura è così vigoroso e rimarcato, un motivo ci sarà.

Guarda ora: Reggaeton

Impossibile poi ignorare il fatto che il reggaeton è la direzione che hanno imboccato numerose correnti sonore. Anche in Italia vari profili hanno contaminato positivamente il proprio gusto con quei pattern ritmici tanto bistrattati.

Ancor più importante è l’entrare in un determinato ordine di idee: il reggaeton richiama ora più che mai alla necessità di un riconoscimento. Lo fa in questo caso all’interno della sua comunità principe, quella di lingua spagnola; segno che è entrato in una nuova era del proprio vissuto concreto, che richiede nuove formule e cronache per registare al meglio la sua evoluzione. Se si vuole essere testimoni e agenti attivi del destino musicale globale, è impensabile restarne fuori per pigrizia o immobilismo culturale.

Un colpo viene battuto anche al nostro rap-game. La coesione è la parola chiave per interpretare la vicenda. Gli artisti reggaeton sono scesi in campo per una battaglia che non riguardava tutti loro. Ma è il principio che regola la musica su cui hanno costruito la propria fortuna ad avere la meglio, a muoverli con una spinta verso un agire militante.

La scena urban italiana, quando acquisirà in pieno questo habitus mentale, avrà raggiunto un rinnovato livello di maturità collettiva. Nello stratificato universo musicale odierno agire per il bene comune porta al bene del singolo. Temi come la riscoperta culturale e valoriale, le roots e il portato profondo e decennale da scoprire dietro ad un’icona sono tornate al centro del dibattito, arrivando perfino a muovere i fili in ambito commerciale.

Guarda ora: Complex Cover

L’unione va tenuta salda nel bene e nel male. Nella competizione tra dischi e nella tragica eventualità di una catastrofe che potrebbe affossare un competitor. Se il rap guardasse al reggaeton da questo punto di vista, la costruzione di un’identità collettiva urban o più specificatamente rap avrebbe una valenza di carattere etico, perchè finirebbe per rispondere a meccanismi che non conoscono gerarchie, ma solo il bene comune che, se ben perseguito, dà vita ad un sistema collaudato che preserva da futuri soprusi o smacchi. Diventa davvero complicato fare un torto o annichilire un qualcosa costruito sulla piena consapevolezza di sè e del noi.

Volendo fare un paragone forte, i totalitarismi annullavano l’identità del singolo distruggendo i suoi appigli alla comunità e al suo contesto di comfort. Nell’unità culturale, questo rischio si previene più facilmente. Se il totalitarismo da combattere è lo stereotipo e la disinformazione, il rap deve difendersi attraverso l’esposizione di una cornice che abbraccia una profondità che continua a particolareggiarsi.

UNA BANDIERA COMUNE

Come è possibile pretendere il pieno riconoscimento di un affresco così complesso se le sue stesse componenti fuoriescono dalla parete, faticano a trovare dei punti di contatto a cui aderire, e una direzione comune verso cui dirigersi? Lo sguardo dell’esterno va puntato uniti, come una squadra che gioca in nome di qualcosa. Perchè senza il qualcosa, sono rime perse al vento.

La mobilitazione per difendere un esponente o per reagire all’attacco diretto al genere è fondamentale per cementificare i propri punti fermi e far passare l’idea che il rap non sia una moda, ma una cultura ed un movimento consapevole, con un determinato stile (cioè educazione allo strumento) e una lucidità nel rileggersi dentro certi meccanismi. Ma soprattutto, un corpo vivo che incarna uno spirito più alto di quello che i più si ostinano a leggere.

Ascolta ora: OASIS

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