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Perchè non ha senso odiare 6ix9ine

In questi giorni 6ix9ine è tornato nuovamente sotto i riflettori di tutto il mondo attirando su di sé l’odio e le critiche di gran parte della scena rap e dei fan del genere. Ma odiare Tekashi è davvero sensato?

Le accuse

Tekashi è sempre stato incline ad azioni moralmente condannabili: ben prima delle ultime vicende era stato accusato di violenza nei confronti della propria ragazza e di alcuni fan, e aveva inoltre subito un processo per aver coinvolto una minorenne in un video musicale con scene particolarmente spinte.

Il problema delle ultime questioni giudiziarie è tuttavia legato a ben altri argomenti: sebbene fosse nota la sua affiliazione ai Nine Trey, un’appendice newyorkese dei Bloods di LA, nessuno si sarebbe aspettato che da tale presunto legame ben nove capi d’accusa si sarebbero levati sul suo capo come una spada di Damocle giuridica senza preavviso.

L’esito di queste molteplici accuse? L’ammissione da parte di 6ix9ine, e la sua conseguente condanna a oltre quarantacinque anni di carcere. Tutti si erano già rassegnati: “vita finita”, hanno pensato tutti. E invece si sbagliavano.

Gli accordi con il governo

A offrire al ventitreenne uno squarcio di libertà – contro ogni previsione – è stato lo stesso governo federale degli Stati Uniti d’America, mercanteggiando col giovane rapper.

La proposta era semplice: uno sconto di pena in cambio di una testimonianza contro altri membri della sua stessa gang. Insomma, diventare quello che, in gergo, si chiama “snitch” (un “infame”, dal verbo “To snitch”).

Due sono le novità legate a questo evento: la prima è – banalmente – che egli abbia davvero accettato. Non era mai accaduto infatti prima che un artista legato alla scena urban muovesse accuse simili a dei suoi colleghi e ai membri della sua stessa gang, violando gli imperativi etici della strada.

Il mantra (fino ad allora certo) della convenzione, in un ambito sociale in cui la vergogna per il non adempimento di un codice d’onore risultava dominante, con tale scelta s’incrinava pericolosamente.

La seconda, invece, è che il suo atteggiamento risalta per contrasto con la solerzia con cui egli ha – in passato – esibito fieramente la propria appartenenza alla gang stessa (fatto di cui ha poi dato giustificazione, come vedremo).

Il processo e i dissing

Pochi giorni fa è iniziato il processo a 6ix9ine. Da allora il rapper ha vomitato un treno di informazioni precedentemente ignote: egli non sarebbe mai stato un affiliato reale, ma avrebbe solamente svolto il ruolo di “mascotte” per i Nine Trey.

In sostanza c’era una sorta di simbiotico rapporto fra Tekashi e i NT: il primo – come riportava tempo fa il giornalista indipendente Matthew Russell Lee e poi Rolling Stone – produceva “hit per pubblicizzarli e un supporto finanziario” ottenendo “un vettore per la mia carriera”. Sostanzialmente 6ix9ine comprava in note e banconote la sua stessa street credibility.

Inoltre c’è un’altra serie di rivelazioni significative: Tekashi ha infatti indicato una serie di nomi di altri rapper, rivelando diversi particolari relativi ad azioni illegali finora ignoti (fra i personaggi toccati dalle accuse di 6ix9ine spiccano il rivale Trippie Redd e Cardi B).

Ben prima delle sue ultime rivelazioni comunque la scena aveva reagito: YG al Coachella aveva suonato “Stop snitchin’ ” davanti a una gigantografia di 6ix9ine.

Ascolta ora “Stop Snitchin'” di YG:

Smokepurpp e Nipsey Hussle avevano reagito; a questi personaggi si aggiungono ora diversi commenti: DaBaby, The Game, Snoop Dogg, J Prince, 50 Cent, Meek Mill e molti altri.

Ha senso odiare 6ix9ine?

La domanda che però possiamo porci noi fan (o spettatori) è una, ed è doverosa: ha senso odiare 6ix9ine? Da parte del pubblico sicuramente no.

Il pubblico in quanto fruitore è tenuto ad esprimere un giudizio assiologico (ovverossia di valore) solo sulla musica, rimanendo rigorosamente al di qua del limite che scinde il campo della professionalità da quello che inerisce il piano delle questioni private.

E per chi adducesse come risposta a questa affermazione l’argomentazione per cui la street credibility di Tekashi sarebbe fondamentale per la sua musica, è comunque sempre possibile ricordare che un narratore è costitutivamente tale solo quando “finge” il proprio racconto (intendendo tale verbo nella sua accezione poietica, ossia nel senso di “plasmare”) manipolando la realtà.

Insomma, il tasso di plausibilità o di verosimiglianza non è un parametro adottabile come criterio di giudizio del grado qualitativo di una canzone, poiché nella narrazione si presuppone di per sé un certo grado di “finzione” (nel duplice senso del termine). Ma dopotutto non ha senso neppure provare odio da parte degli artisti in quanto tali.

Diversa, forse, è la possibilità di un astio fra i singoli diretti interessati; ma questo non è argomento di conversazione (e non dovrebbe esserlo) fra i fruitori di musica rap; inoltre – se lo si guarda con un occhio critico e con un po’ di empatia – forse si dovrebbe solo provare tristezza dinnanzi a tanta fragilità: il ragazzo non è neppure venticinquenne, eppure nell’orizzonte del suo immediato futuro ci sono solo pochi metri quadrati di cella e una caduta inesorabile verso un baratro di infamia e damnatio memoriae per i prossimi cinquanta anni; l’ascesa ad una fama tanto repentina può, com’è noto, portare ad una caduta altrettanto celere, e il timore – che forse chiunque proverebbe – dev’essere almeno considerato come attenuante.

Non resta da chiedersi – ma questo è un discorso diverso – se il codice morale del rapper, con la lievitazione del mercato e l’inglobamento di personalità anche diverse dal rapper canonico non sia già mutato; insomma, siamo sicuri che 6ix9ine oggi sarebbe l’unico a fare una cosa del genere?

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