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Come Kid Cudi ha ispirato una generazione di creativi

Kid Cudi è stato l’artista che più di ogni altro ha saputo influenzare diverse generazioni di artisti incarnando il coraggio dell’esposizione personale. Anche per questo motivo, la sua impronta non è stata cancellata dal tempo.

Per la copertina di “Kids See Ghosts” era stata scomodata una vecchia conoscenza di West, nonché uno degli artisti giapponesi più noti ed autorevoli del mondo: Takashi Murakami. Una figura eccentrica e carismatica, già al lavoro con Kanye per Dropout Bear, cartoon protagonista della cover culto di “Graduation”, e per la regia del videoclip “Good Morning”.

La cover del joint album KIDS SEE GHOSTS

Il Monte Fuji in copertina era ripresa direttamente dal corpus artistico di Murakami, ispiratosi per l’occasione ad un suo lavoro precedente. La cover reinterpreta una stampa ukiyo-e del 2001, fabbricata con matrici in legno, dal titolo “Manji Fuji”, a sua volta ispirato a Hokusai. Il designer ha mantenuto le figure ovali nel lavoro inedito per il duo, con l’apporto di modifiche cromatiche che rendono la copertina più accesa nella cornice di colore acquerello, ma leggermente più spettrale per via dello spettro fluttuante.

 È interessante ritornare sulle “Murakami vibes” per un motivo. Takashi, firmatario del Superflat, è uno dei trendsetter più influenti del pianeta, che si è costruito negli anni la fama di maggior esponente della cultura giapponese contemporanea, tra le retrospettive a Versailles e i suoi polpi multicolor.

L’artista Takashi Murakami

L’INCONTRO CON KID CUDI

Quando l’arte del creativo nipponico incontra l’artista di Cleveland, è come se due rivoluzioni confluissero l’una dentro l’altra. Kid Cudi rientra a pieno titolo tra gli agenti attivi di una determinata estetica dell’urban, movimento che ha condizionato al punto da suggestionarne i processi creativi esterni alla musica.

Ascolta ora: KIDS SEE GHOSTS

Proprio come Murakami, è diventato la cifra di una modalità espressiva riconoscibile e prodromica, rincorsa dopo “A Kid Named Cudi” (2008) e “Man of the Moon” (2009) in ogni modo. Molti si sono spinti grazie a lui in ardite mescolanze musicali, fino al tentativo di replicare quella stessa bontà di spirito, quella carica capace di costruire dalle macerie.

Cudi è stato l’artista che più di ogni altro ha saputo influenzare incarnando il coraggio dell’esposizione personale. La lista dei suoi discepoli nell’universo creativo è lunga e ricca di talento.

Kid Cudi e Kanye West

ESPORSI PER COINVOLGERE

E se lo è, lo si deve principalmente a quanto Cudi sia riuscito a coinvolgere con la sua musica. Un coinvolgimento da intendere non in senso ingenuo, anche se abbiamo a che fare con un prodotto musicale dalla forma molto spesso accessibile e gradevole – complici le indiscusse qualità vocali. L’abbraccio è più ampio, e riguarda direttamente la condizione umana.

Kid Cudi ha proposto un’immagine molto semplice: la sua, di uomo. In quanto tale, imperfetto, incompleto, spesso perso in se stesso, alla continua ricerca di soluzioni e risposte.

Tutti questi angoli da smussare non gli hanno impedito di diventare un artista di caratura internazionale. Sono, al contrario, diventati i suoi punti di forza. Perché, come canta Niccolò Fabi, io sono l’Altro, e Cudi rappresentava quell’Altro in cui riconoscersi, lontano anni luce dal supereroe infarcito di machismo a cui l’Hip Hop ci aveva abituato.

Se infatti la forma può talvolta risultare catchy e a portata di tutti, lo stesso non si può dire del contenuto. Da quel punto di vista, Cudi è riuscito a disorientare la comunità hip hop, perchè non lo ha caricato con gli ingredienti usuali.

Mescudi non ha mai inseguito un determinato tipo di fama o di status. Questa mancanza nella lista dei propri obbiettivi ha lasciato spazio nella propria musica ad altre forme di risolutezza, ben più concentrate sul percorso personale sciolto da sovrastrutture imposte da altri.

Cudi era Cudi ben prima della fama. Giunto a quel punto, ha continuato a ragionare su Cudi. L’artista era determinato a farsi largo nella vita per sè e attraverso di sè, a venire a capo delle proprie incognite fronteggiandole in un contesto artistico davvero sperimentale ed avanguardistico. Questo era il quid in più.

Esporsi in quel modo era pura rottura costruttiva.

Un passaggio che invece si accentuerà in Kanye West, in cui il rapporto col proprio personaggio finirà per inglobare tra egotismo e alienazione da palcoscenico una parte di quei processi ispirati dall’ascolto di Cudi introiettati dall’ascolto del mixtape “A Kid Named Cudi”.

Ascolta ora: Man On The Moon: The End Of Day

I TESTI

Il modo migliore per accorgersi di quanto la materia testuale di Cudi fosse strutturata sull’elemento personale è soffermarsi sulle sue parole. Prendiamo ad esempio qualche passaggio di “Man of the Moon”, in particolare “My World” e “Cudi Zone”; in entrambi i testi Kid Cudi mette in barre tutto se stesso. Nel primo scrive:

«(Had-had no-no one), no one to hang out with /Talk that shit to just my little homies / One year younger, they ain’t get where I was going / Took a turn to the worse when my father left me lonely / Lonely in my room / I mean me, up on the moon / Entertained myself, laughed at myself /As I grew to be a teen I disguised myself/ Had the lowest self-esteem, especially with the girls /Tried every sport just to impress all the girls».

Uno storytelling di pura vita in rima. La strofa parla da sola, mettendo in vetrina tutti gli elementi per non perdersi nel suo Io, dai luoghi (la cameretta) alle azioni (i tentativi di far colpo con lo sport), dai vuoti (il padre) alla presa di distanza da sè, sperimentando nuove forme (disguise significa maschera, travestimento).

La musica non cambia in “Cudi Zone”:

«I’ma show you how I be livin’ / From a long time ago, a young nigga, he was timid / Now I’m zoned, see things so vivid / Hide my soul? Nah, homie, not even /I’ma zone out ‘til I lose feeling, remember».

Anche qui si ripresentano i temi ricorrenti del nascondimento, della timidezza e della ritrovata consapevolezza.

ESPORSI NEL BENE E NEL MALE

Prima parlavamo di esposizione. Cudi sapeva divertirsi, guai a dipingerlo come un semplice insicuro. All’interno del suo profilo hanno convissuto per anni diverse sfumature e versioni del rapper di Cleveland. Ma quel modo unico di raccontarle e di esporle tutte, per l’appunto, non conosceva eguali nel resto della scena urban.

Quell’evento musicale tra 2008 e 2009 estrometteva le gerarchie di argomenti da portare in rima e sbriciolava l’idolo della perfezione da costruire a tutti i costi. Abbiamo già affrontato in merito a Kanye West cosa possa ottenere per se stesso e per i fan l’artista che si mostra senza scartare alcuna sfumatura, in quanto uomo carente che oscilla tra qualità e debolezze, e che sceglie di non nascondersi.

Se quella figura è stata sdoganata nel rap, è anche merito di Kid Cudi e della sua proposta, che ha stimolato in numerosi creativi l’intento di combattere senza esclusione di colpi per difendere questa possibilità di sperimentare e di esplorare senza limiti i meandri della propria personalità.

FONTE DI ISPIRAZIONE

Portare tutto se stesso in cuffia.

Così facendo, il rapper di Cleveland ne usciva ancora più forte di prima, perché riusciva ad affrontarsi su una strumentale data in mano al mondo intero senza paura di risultare meno uomo, dimostrando di essere pieno di coraggio e determinato al massimo ad arrivare fino in fondo. Da questo punto in poi, poteva innestarsi un processo più grande. Cudi cominciò ad ispirare.

KANYE WEST

«Quando ho ascoltato per la prima volta Cudi, la sua voce, la sua melodia, i suoi argomenti e la combinazione di lui che metteva la melodia con il rap […]. Quando ho sentito il suo mixtape, ho detto che volevo scrivere con lui».

Parole di Kanye West, l’artista forse maggiormente colpito dal suo modo di lavorare. Non a caso, uno dei massimi capolavori della discografia di Ye, “808s & Heartbreak” deve tantissimo a Kid Cudi, sia dal punto di vista musicale che lirico.

Ascolta ora: 808s & Heartbreak

Se c’è una costante che attraversa gli artisti toccati dalla dimensione di Cudi, da Travis a Kevin Abstract, da Kanye a Jaden Smith, da Ben Baller a Drake, da Logic a Pharrell, è l’apertura che la creatività di ognuno di loro ha subito dopo l’incontro con lui. Lil Yatchy lo dice a chiare lettere: “he opened up my creativity”.

Ha aperto la mia creatività.

Lil Yatchy, Complex

Anche un curioso aneddoto di Rob Stone rivelato a Complex è parecchio indicativo in questo senso:

 «Il primo album di Kid Cudi che ho comprato è stato Man on the Moon II. L’ho ascoltato fino in fondo. Ricordo che a un certo punto, dopo il liceo, io e i miei amici abbiamo iniziato a farci di LSD. Stavamo già ascoltando la sua musica, ma la sua musica ha iniziato a parlarci di più. Eravamo più curiosi di spiritualità e di diverse dimensioni della vita in quel periodo, e anche se molti dei testi di Man on the Moon II non riguardano necessariamente l’LSD, mi ha mostrato la verità e non la paura di non sapere ogni cosa, perché nessuno lo sa davvero. Probabilmente non sarei in sintonia con le mie emozioni, o col parlare delle mie emozioni nella mia musica, se non fosse per lui».

Rob Stone

Nessuno può sapere tutto è un altro modo per dire che nessuno è invulnerabile. A Kid Cudi va il merito di aver inserito questa convinzione in una formula innovativa, sgargiante e sprezzante del giudizio. La sua confidence lo ha trasformato in maestro.

CREATIVE CONFIDENCE

Quell’elemento, trasmesso al rap game e ad altri contenitori esterni, si è trasformata in creative confidence, che ancora oggi continua a lavorare sotto traccia, arricchendo un sostrato ineliminabile su cui poggia l’immaginario urban collettivo.

Creative confidence, ovvero coinvolgere una pluralità in processi che possano aiutare tutti a prendere confidenza nei propri iter creativi. Abbiamo sottolineato all’inizio quanto l’artista abbia coinvolto col suo fare musica. Cudi ha preso una generazione per mano mostrandole cosa andava o meno in lui: era possibile farlo, anche nell’Hip Hop. Questo ha dato a tutti più sicurezza, ma soprattutto una spinta lacerante verso nuove profondità dell’inventiva.

Ennesima dimostrazione che si può sviluppare sicurezza di sè anche stesi al punto più basso. Il passo successivo, è svilupparla negli altri.

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