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Dentro la testa di Fedez

Cosa faremmo noi se fossimo al posto di Fedez?

Fedez è uno dei personaggi più noti della musica italiana. La sua ultima fatica ha visto la luce a gennaio di quest’anno. In redazione mi hanno chiesto di fare qualcosa che personalmente trovo, più che complesso, delicato: entrare nella sua testa e dire cosa farei io, se fossi oggi al suo posto.

Doveroso “nota bene”: in questo mio tentativo cercherò di fare del mio meglio per evitare la cosiddetta lectio facilior.
Gli studiosi che si occupano di ricostruire e tradurre i testi antichi, scritti in lingue spesso morte, applicano questo principio dove c’è un punto che nei diversi documenti è tradotto in più versioni: scartano quella più facile e optano per quella meno ovvia.

Lo fanno perché è molto probabile che la versione più immediata, la lectio facilior, sia stata inserita dai copisti nel corso dei secoli e non sia attendibile. Quindi proverò a non prendere la strada più ovvia nel giudicare i suoi movimenti, perché non credo sia quello che ha fatto lui nel compierli.

Mettersi nei suoi panni per pensare ad un ipotetico futuro significa, per me, tenere in considerazione una parabola artistica di otto anni che al momento si ferma su Paranoia Airlines.
L’approdo al suo quinto disco da solista è il punto che scelgo per provare a guardare avanti coi suoi occhi.

Abbandonando il mio punto di vista ed entrando a tentoni nel suo, mi ritrovo nel momento in cui è finita la proficua collaborazione con J-Ax e quindi Fedez si deve costruire il ritorno sulla scena.
È uno snodo complesso, che arriva dopo una sequela di cambiamenti importanti: l’universo mediatico di Fedez si è ampliato a dismisura, il suo pubblico è aumentato e si è diversificato, un alone pop copre parte del suo presente, in contrasto col passato.
La sua identità non è totalmente definita e non dipende soltanto da lui.

A questo punto, mi rendo conto che non può essere in nessun modo facile creare un disco in un momento in cui si sta viaggiando verso qualcosa senza aver ancora totalmente tagliato i ponti con il punto di partenza.
Senza sapere se li si vuole tagliare davvero, questi ponti.
“Sono cresciuto, non entro più nel personaggio”, dice Fedez in Buongiornissimo.

Però il personaggio, giunto a maturazione con Comunisti col Rolex, in Paranoia Airlines c’è ancora, e resiste alla crescita.
Ma si iniziano a intravedere anche i segni di un desiderio di evoluzione.

Probabilmente, lo ammetto, qui sto contravvenendo alle premesse e sto ragionando da esterna; perché in genere chi attraversa un cambiamento non ne comprende la portata in modo troppo lucido.
Ne percepisce la forza e lo sente in atto, ma non gli viene naturale vivisezionarlo così precisamente, mentre un’analisi più ragionata può venire a posteriori o da chi vede tutto da fuori.

Perciò in quel momento credo che il rapper milanese abbia avuto due obiettivi nella creazione di Paranoia Airlines: parlare del presente con cui convive ma che gli sta stretto e chiarirsi le idee.

Azzardo a dire che adesso, a otto mesi dall’uscita dell’album, Fedez potrebbe percepire Paranoia Airlines come un disco di transizione.
Ma già mi correggo: non è un azzardo, è una convinzione.
Credo che lo pensasse già quando ha iniziato a collaborare con Dargen D’Amico per il prossimo album, un numero non meglio specificato di mesi fa.

Ascolta ora: Prima di ogni cosa

L’annuncio tramite le storie di Instagram ne è una conferma: “nuovo metodo di scrittura, nuovi processi creativi. Come una macchina della resurrezione”, scrive Fedez.
La domanda che mi ha rivolto la direzione resta: cosa farei al posto suo?
Farei qualcosa di simile a quanto ha dichiarato nel video su Intagram, rivoluzionerei tutto.

Fedez ha una forte coscienza di sé come personalità mediatica, ma penso che questa abbia incrinato le sicurezze che aveva sulla sua identità artistica. Con questo non si intende che l’esposizione mediatica gli abbia fatto perdere la consapevolezza di sé stesso come artista; ma semplicemente che è naturale che abbia innescato dei meccanismi di sviluppo. A mio avviso, la situazione apre le porte a due opzioni: la prima, rinsaldare le crepe e ricostruire l’identità artistica a lui consueta; la seconda, spaccarle definitivamente e vedere cosa c’è sotto.

Dal punto di vista musicale, la collaborazione con Dargen D’Amico potrebbe essere la manifestazione sia dell’una che dell’altra.
Premettendo che non conosciamo i dettagli della loro seconda unione artistica e che quindi si tratta a tutti gli effetti di un discorso ipotetico, se la scelta fosse mia, opterei per la seconda.

I fan sono ormai abituati a pensare a Fedez all’interno di uno specifico orizzonte artistico, che per loro funziona, quindi la prima opzione è forse la più sicura.
Ma non so se si combini bene con la volontà di risorgere a vita (artistica) nuova.
Per questo non forzerei la vibe “hip pop” oltre i limiti che ha già dimostrato di poter raggiungere.

La radicale trasformazione dei processi creativi di cui parla Fedez, coniugata con un rinnovamento del suo approccio al genere, è la strada che percorrerei io al posto suo. Ma comunque guardare all’universo artistico e musicale con gli occhi di qualcun altro resta un tentativo: alla fine il tempo rivelerà se la mia idea di “macchina della resurrezione” coincide con la sua e se sono riuscita ad immedesimarmi in lui evitando di essere “banale fra i banali”.

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