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Voi siete i protagonisti del rap italiano

Il rap è in un momento storico importante. I numeri, i successi, le grandi vittorie hanno una sola costante: il pubblico, voi.

La discografia italiana – o meglio i numeri che le ruotano attorno – si definisce tramite una molteplicità di fattori. 

C’è lo streaming, il disco fisico o il vinile per alcuni, i live, ma anche le serie tv, i videogame ed i talent, il merchandising. Una lista infinita fatta di strategie, restrizioni, guadagni e andamenti regolati il più delle volte dalla Trinità del music business: UniversalSonyWarner

Come vera e propria dinamica di mercato è soggetta a variazioni determinate però sempre di più dall’unico concorrente possibile (escludendo le etichette indipendenti): il pubblico.

Quanto peso specifico abbiamo oggi come fruitori del genere? Quali spazi sono ancora da colmare? Quanto supportiamo realmente gli artisti che stimiamo?

Queste sono solo alcune delle domande alle quali abbiamo provato a rispondere senza pretese di assolutismo, cercando di aprire con voi uno spazio di dialogo da amanti del genere. 

Parlarne sempre di più sì, ma meglio

Che oggi il rap (o la trap o l’indie rap o il pop rap) abbia uno spazio tangibile nelle playlist italiane non solo è evidente, ma FIMI, IFPI e RBB Economic lo hanno sottolineato, dati alla mano.

Dopo una ripresa non facilissima dalla situazione musicale globale dei primi ’00, pare che anche i nostri numeri stiano aumentando in maniera considerevole avvicinandosi allo standard americano. Il perché gli USA siano il mercato di riferimento è facile da giustificare: solo quest’anno il consumo è aumentato del 16%, lo streaming del 38% e l’acquisto fisico ha avuto un incremento del 30% circa, il 3,7% addirittura in vinile.

Quindi sembra proprio che la discografia stia benone eppure in Italia se ne parla sempre in maniera approssimativa.

È vero non siamo la nazione di punta in termini di supporto economico (Germania, Regno Unito e Francia fanno molto meglio di noi, quasi il 40% in più) però la maggiore consapevolezza con la quale negli ultimi tempi anche i più giovani si approcciano a YouTube o aderiscono ai servizi di streaming digitale – Spotify conta 87 milioni di abbonati e di questi il 6% si trova in Italia – è una menzione meritevole d’attenzione. Ancora di più se pensiamo che questo viene fatto in maniera quasi esclusivamente autodidatta. 

Al di là delle riviste settoriali, la stampa italiana ha grandi difficoltà nel trattare il rap. Eventi quasi epici nei quali le nostre testate hanno parlato in maniera non subdola (vedi Corinaldo) o stereotipata di rap sono pochi: l’uscita di This is America e l’eco del Pulitzer a Kendrick Lamar. Esempi che di fatto non hanno cambiato l’approccio medio al genere. Ma come è possibile?

Il disco italiano più ascoltato nel 2018 è quello di Sfera EbbastaRadio Italia è cresciuta dello 0,05% inserendo nelle programmazioni successi come CupidoGod’s Plan e Pem Pem di Elettra Lamborghini, i talent hanno consacrato UltimoIrama (ammettiamolo qualche contaminazione con il genere c’è) e tutti, proprio tutti, si sono dimenticati Mameli in favore di Cara Italia. Ma la reticenza italiana persiste ed è un peccato.

Forse il retaggio di lasciare che della musica se ne occupi chi è del mestiere relega la diffusione di un linguaggio e di argomentazioni ad una élite che tutto vuole meno che essere lontana dal quotidiano, dal popolare. Forse che la classe giornalistica per eccellenza non sia figlia di questa generazione crea uno scoglio d’intendi ancora più complicato da arginare.

Oggi pensare che in Italia accada qualcosa alla Ta-Nehisi Coates – partito con un blog autofinanziato che parlava di rap ed arrivato ad essere una delle penne più influenti del NY Times, portando la black culture al di là dei confini musicali – è difficile, ma non impossibile.

Per colmare questo divario probabilmente dovremmo iniziare a richiedere a questi stessi media più attenzione, un livello di analisi ulteriore rispetto alla mera notizia. La piena consapevolezza della rilevanza cultura e sociale di questo genere da parte del grande pubblico, diventando così un argomento stabile di analisi, ha forse bisogno di raccontarsi meglio. 

Voi cosa ne pensate? Come credete che sia possibile non svilire il ruolo della musica rap nell’editoria contemporanea? Per me una lettura interessante è stata questa.

Apertura internazionale e supporto made in

Lampoon.it ha pubblicato qualche tempo fa un articolo sulla discografia mondiale degli ultimi anni e tra i dati più interessanti c’era questo. L’indagine, concentrandosi sul consumo crescente di hip-hop, evidenziava quanto ogni Paese avesse ridotto la propria apertura internazionale. In parole povere ascoltiamo per la maggior parte connazionali.

E questo, valutato nella sua accezione positiva e nell’oggettività che per fortuna per quanto di home made ci sia resta la contaminazione più varia, ha portato alla questione supportiamo davvero gli artisti che amiamo?

Sarò blasfema probabilmente, ma la musica così come tutta l’arte in sé, costa. Non voglio assolutamente ridurla a questo però è un fattore da considerare specialmente se pensiamo che oggi il pubblico è sempre più giovane. 

YouTube così come lo stesso Spotify hanno reso possibile l’ascolto gratuito, ma in senso più ampio tutta l’idea madre è cambiata, perfino le major sono sopravvissute – almeno per un periodo – più a colpi di marketing comunicativo che di vendite vere e proprie. Ma la questione rimane sempre una: investire sull’acquisto di un cd, procurarsi il ticket di un live o comprare il merch di un artista è una scelta. Significa veicolare una spesa proprio a quello e non ad altro ed è una manifestazione chiara dell’importanza che ha per noi.

I numeri confermano quanto siamo consapevoli: 80 mila persone presenti al concerto di Eminem nel 2018, live più visto a livello globale, J-AxFedez al San Siro con 78 mila presenze, i dischi di platino di Lazza,Capo PlazaRkomi per citarne alcuni, gli stessi che hanno avuto successo sulla scia di Gué PequenoLuché, con la propria linea d’abbigliamento (Mirko tra le altre ha recentemente ideato una capsule collection con Bershka). I firmacopie negli store digitali continuano ad essere una realtà solida che riscuote grande successo, contribuendo alla vendita fisica degli album e alla promozione del tour (nell’ultimo anno in Italia l’incremento di instore è stato del 48%) oltre che essere un’occasione d’incontro un po’ più ravvicinato e meno veicolato con l’artista. 

Qual è stato il vostro ultimo acquisto? Quale live è stato indimenticabile? Il mio fresco di stampa è Mattoni in vinile. 

Dallo scouting ai talent: il gap tra artisti e pubblico si è colmato?

Visto che l’interazione tra le parti è cosa fondamentale credo che negli anni stiamo assistendo ad una miglioria anche in questo. Sarebbe inverosimile rinnegare l’esistenza di quella ricerca artistica adoperata dalle major o dai produttori stessi, abilissimi nel portare alla luce nuovi talenti, ma è una realtà consolidata che la tv sia oggi il filtro per eccellenza tra future icone di punta e pubblico. I programmi che più raccolgono questo intento sono senza dubbio i talent e per quanto discussi, anno dopo anno, raggiungono livelli d’audience impressionanti.

In questi termini una delle novità più chiacchierate e inaspettate (si erano immaginati ben altri personaggi) è la sedia assegnata a Sfera Ebbasta in qualità di nuovo giudice ad X Factor 13. Senza perderci in convenevoli penso sia una scelta giusta e coerente; lo stesso Lorenzo Mieli intervistato da panorama.it ha ribadito l’importanza di portare in scena uno spaccato credibile, in grado di rappresentare quella che è stata la musica ieri, ma ancor di più oggi.

E Sfera è molto più che attuale, per questo necessario. 

Fin dalle prime battute di queste due puntate l’intento di comunicare con un pubblico diverso rispetto a quello a cui è abituato a rivolgersi (e che spesso e volentieri lo ha accusato) è evidente, ricalcando la medesima spontaneità che lo ha contraddistinto fin ora.

L’operazione per ora è riuscitissima e si può solo gioirne. 

Guarda ora l’intervista

Penso che il pubblico meno settoriale italiano abbia bisogno di concretizzare un artista come Sfera al di fuori del ruolo musicale che riveste oggi, di riconoscerne connotazioni più umane (che fanno rima con canoniche) per poterne comprendere il potenziale comunicativo. Credo che questa mossa possa aiutare a colmare quel vuoto che tanti di noi hanno già colto, ma in senso più ampio, perché di fatto credo che la sua presenza lì sia una vittoria un po’ per tutti.

Cosa vi aspettate dalla sua partecipazione? Aiuterà a far uscire il rap dai propri confini?

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