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”Top Boy” è la serie che manca in Italia

Top Boy mette in scena lo spaccio e rapporti di forza e gli scontri nelle gang ma non solo.
La sua vera forza sta nell’analisi di un intero universo culturale.

Il 13 Settembre è approdata su Netflix la terza stagione di Top Boy, la serie televisiva made in UK che racconta la vita e il business delle gang della periferia londinese.
Lo show si era interrotto dopo la seconda stagione nel 2013 ma ha ritrovato vita grazie all’interesse di Drake: il rapper canadese, grande fan della serie, era determinato a non lasciarla morire e si è incaricato personalmente della produzione con Netflix.

La terza stagione racconta il ritorno sulla scena dei personaggi principali, Dushane e Sully, interpretati dalle leggende del rap britannico Ashley Walters e Kane Robinson. Ma lo scenario si complica per l’ascesa di un’altra gang nella gestione dello spaccio sulle strade di Hackney, e la rivalità innescherà meccanismi che stravolgeranno le vite dei protagonisti.

Guarda il trailer della terza stagione di Top Boy

La serie scritta e creata da Ronan Bennet sta sperimentando un rinnovato successo di pubblico e critica, non solo in Inghilterra, per il livello altissimo della recitazione e della produzione.
Ma il motivo principale della sua fortuna è forse la precisione con cui si adegua ad una realtà tanto cruda quanto autentica.


Non soltanto a Londra: è stato lo stesso Drake a sottolineare le somiglianze, se non nell’accento, sicuramente nelle contingenze della dinamica della vita di strada tra il set della serie e la sua Toronto.
Nelle parole dell’attore protagonista, Ashley Walters, il tema narrativo principale dello show è la cultura che ne costituisce la base.

A questo proposito, il cast non comprende solo attori già affermati o provenienti dal mondo hip hop inglese, ma anche moltissimi ragazzi, i cosiddetti “youngers”: attori non professionisti che vengono dai sobborghi londinesi e vivono quelle stesse situazioni on e off screen, tutti i giorni.

La serie mette in scena lo spaccio, i rapporti di forza e gli scontri nelle gang, la struttura piramidale del potere, la scalata verso la vetta per diventare un top boy e rimanere tale, ma non solo. La vera vitalità della serie sta nel coniugare questo nucleo tematico con il suo inevitabile contorno: gli effetti collaterali di una vita da “roadman”, la mancanza di alternative, la violenza assimilata a routine.

E questo universo di cause-effetti non è secondario in nessun modo allo sviluppo narrativo della serie, ma ne è la vera essenza. Non è un ritratto lusinghiero della nostra società, stabiliscono i critici del The Guardian, e hanno in parte ragione.

Dushane torna dalla Giamaica e scopre che un caffè gli sarebbe costato più di tre sterline e che nei weekend la gente fa la coda fuori dai bar per gustarne rare miscele esotiche. Una madre immigrata da 18 anni perde il diritto di lavorare in Inghilterra, e il figlio si rivolge alle gang di strada per guadagnare i soldi per l’affitto.

Il graffito “foreigners out” (via gli stranieri) troneggia sull’ingresso di una casa fatiscente di provincia in cui abita una famiglia araba immigrata, probabilmente dalla Siria.
Poco tempo dopo, un mattone lanciato dall’esterno distrugge la finestra di quella stessa casa: il foglio incollato sul mattone legge “fuck off home arab scum” (andatevene a fanculo a casa vostra, arabi di merda).

Dushane si chiede se essere al top valga la vita dei suoi cari e Sully gli risponde con una altrettanto valida domanda: che altro c’è per noi, se non questo?
Di sicuro è la nostra realtà, è difficile sollevare dubbi a riguardo.

Quindi alla redazione del quotidiano inglese hanno ragione a dire che Top Boy ritrae la società, ma sbagliano ad aggiungere qualsiasi aggettivo alla definizione di ritratto.
La serie non dipinge la realtà in nessun modo, né lusinghiero né denigratorio, ma la traspone su uno schermo così com’è.

La maestria dei creatori dello show sta anche nell’aspetto più propriamente tecnico della cinematografia: ci sono inquadrature e movimenti di macchina da presa che parlano senza che nessuno dica niente.

La telecamera riprende nella stessa inquadratura i membri della gang di Summerhouse in salotto che esaminano le armi che hanno appena acquistato e la figlia di uno di loro stesa sul letto a guardare la tv nella stanza a fianco.
Durante un attacco a dei giovani spacciatori sotto un caseggiato popolare, uno di loro viene pugnalato allo stomaco davanti al cancello: l’inquadratura si allarga fino a mostrare i balconi e i residenti che continuano indisturbati a fare quello che stavano facendo.


La violenza interiorizzata, divenuta normale, entra nelle case e scivola addosso a tutti, non solo ai membri delle gang. Quando Dushane e Sully ricevono il primo carico di droga da smerciare e la caricano in macchina, pronti a riprendere la loro corsa verso il top, la regia opta per un movimento della telecamera che ricorda un effetto vertigo “à la Hitchcock”. Si tratta probabilmente di una combinazione di uno zoom in avanti e una carrellata all’indietro, che trasmette l’effetto della vertigine, da cui il nome, e che rende bene l’alienazione dei personaggi.

I due soci in affari sono consapevoli dei rischi della vita che conducono ma sono anche convinti che non ci sia molto altro. Quel mondo sullo sfondo, fatto di grattacieli in costruzione, non lascia nessun altro spazio a quelli come loro.

Tutto nella serie racconta una realtà fatta di contrasti e di disillusioni. Top Boy analizza a fondo un intero universo culturale, andando ben oltre lo spaccio e la violenza.
In Italia non manca solo una serie che parli di questo argomento, ma proprio una comprensione generale dell’intero fenomeno sociale.

Potrei fare un elenco di serie televisive che parlano di droga, mafia e consimili, ma non centrerei l’obiettivo.
Spostare il focus esclusivamente sulla droga vorrebbe dire ignorare una grandissima parte dell’insieme, che è esattamente quello che Top Boy non fa.

La cultura di cui parla Walters, sebbene declinata nel nostro contesto nazionale, esiste anche in Italia.
Ma nessuno finora ha compiuto il passo che serve per portarla su uno schermo, per darle spazio e quindi anche risonanza.

Top Boy l’ha fatto: oltre alla scelta di assumere giovani attori non professionisti, i creatori dello show hanno anche creato un album di canzoni ispirate alla serie, uscito lo stesso giorno dello show.

In Italia servirebbe una serie come questa, che sia capace di rappresentare in televisione una specifica realtà perché è parte integrante della nostra età contemporanea. E perché l’intrattenimento non è mai soltanto intrattenimento ma è in grado di generare un discorso più serio e di orientare lo sguardo della società dove non sempre si preoccupa di guardare.

Ascolta l’album inspirato dalla serie su Spotify

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