Connettiti con noi

Italia

Bad People: non possiamo rinunciare a Fibra per capirci

Forte del miglior Fibra del 2019, “Mattoni” ha fatto riscoprire al pubblico le cifre uniche di Doppia F. Abbiamo analizzato la sua strofa in “Bad People” per constatare un fatto: passano gli anni, ma Fibra è sempre più lontano dalla banalità.

La semplicità come punto d’arrivo. Si potrebbe sintetizzare così la tensione che ha spinto Fibra verso determinate scelte.

FF è il grande semplificatore del rap-game italiano. Lo sottolinea chiaramente nel docu-film “Numero Zero”, quando focalizza il momento preciso in cui si realizzò l’epifania che gli avrebbe sconvolto la vita. Il rapper di Senigallia si stava esibendo in una performance live di “Una Minima”, singolo di “Novecinquanta”, nonché uno dei brani preferiti dei supporter più stagionati del Fibroga. Nonostante l’eco da Età dell’Oro dell’HH, lo scenario descritto non è dei più esaltanti.

PORTI SFIGA!

Il pubblico è fermo. Le labbra non si muovono. La spinta e la connessione sono pressoché inesistenti. Il motivo? Un pezzo estremamente tortuoso, che appagava solo chi lo conosceva già. Ma un cortocircuito scuote la forma mentis e il modus operandi del rapper verso la fine del brano, quando arriva il momento di dire “Sai perché? PORTI SFIGA!”. Lì accade qualcosa di unico: il pubblico si accende, e inizia la nuova storia di Fabri Fibra, da Mr Simpatia in poi, nel momento in cui lo spogliarsi dell’inutile, puntare all’essenziale ed esaurire qualsiasi forma di selezione naturale del proprio seguito elevano la propria parola e le successive hit a memoria imperitura.

Ascolta ora: Una minima

Quella semplice espressione, così diretta ed efficace, permise ai presenti di diventare un tutt’uno con quello che stava succedendo lassù. Si dice che lo spessore di un artista passi principalmente dal modo di stare sul palco e di stringere un legame visivo, sonoro ed intimo coi fan. Situazioni di questo tipo rendono bene l’idea di cosa significhi, e Fibra lo riporta in maniera chiarissima. Chiaro come il fatto che il suo ruolo di semplificatore prenda forma da qui: l’aver optato per una lirica più snella e scarna, che gli ha permesso di entrare con più facilità nella testa della gente. Espressioni ad impatto come “mi stai sul cazzo” erano e rimangono pura dinamite.

Fabri Fibra, fotografato da Sha Ribeiro

Questo ci porta dritti a “Mattoni” e alle critiche elargite a Fibra nel tempo: formule ripetitive, flow poco fluido, banalità. Giudizi che non tengono conto della pregnanza del suo stile, che continua a caricare di una portata incommensurabile proposizioni che possono arrivare a tutti, scremate dalla semplicità – che non è la banalità.

Fibra è talmente asciutto e monolitico da dare un tono profetico ai propri scritti. Serve sostare sulle sue strofe nel disco di Skinny, perché ancora una volta FF è riuscito a incastrare delle urgenze capitali in una frase: scuote più lui le coscienze in due barre che mezza scena in dieci dischi. Ancora una volta, è riuscito a “dire qualcosa”. Sembra banale, ma non lo è. Abbiamo analizzato la sua strofa in “Bad People” per esplorarne i contenuti.

Erba nella felpa Iuter

La mia strofa nel computer

Perdevo tempo in cose inutili

Poi mi sono detto: “Non cercare scuse”

Per la lettura di queste bars bisogna partire dalla fine. Quell’imperativo è un’iniezione di energia: farebbe comodo a tutti noi ricordarcelo ogni tot per smetterla di cazzeggiare e riprendere in mano la nostra vita. Ma più in particolare, porta con sé il senso del rap come unica strada possibile. Tutto il resto – le strade di comodo, le professioni sicure, la morsa aziendale, la rassegnazione o un semplice lavoro di merda – allontana di molto il soggetto protagonista da una presa di coscienza di quello che si potrebbe effettivamente investire.

Aleggiano su queste parole anche i fantasmi delle droghe e della noia che hanno a lungo ingrovigliato Fibra in fasi stagnanti, benzina sul fuoco del blocco che impedisce di prendere quello che si è in grado di fare e costruirci qualcosa. Contribuisce poi ad accrescere il tasso empatico della strofa il fatto che Fibra, parlando di sé, si affidi ancora una volta al pubblico nel ripercorrere gli angoli più remoti del proprio cursus.

IUTER

Detto questo, i passaggi precedenti scorrono facilmente. La strofa al computer è sinonimo di dinamismo anche in termini professionali. Gli anni passano, così come le prassi (dalla carta alla tastiera) con cui si struttura il processo creativo, ma non cambia né il ritmo di produzione di Fibra, né il suo appeal artistico e commerciale.

Il riferimento a Iuter non è casuale, considerate da un lato l’ascesa del brand milanese, in virtù dello spessore acquisito e della connessione con Fibra, ma soprattutto la partnership speciale instaurata tra il marchio e Night Skinny. In un certo senso, Fibra apre le danze della sua strofa immergendosi totalmente nel mondo – e nei panni – del producer.

Il producer Night Skinny veste la capsule collection Iuter x Mattoni

L’ECCITAZIONE DA SPETTACOLO

Ora faccio serate ovunque

Versa da bere, bro, salute

Tutti parlano male, pure te

Ti ho visto rappare, nulla di che

Sono arrivato qui senza nessun aiuto

Questi chiamano in giro, frate’, ogni minuto

Ogni rima è un mattone, non parlo di fumo

Appena vedo i soldi, fra’, mi viene duro

I fasti che la nightlife da star mette a disposizione tra serate e brindisi vengono infiammati dalla frenesia in ogni dove: il divertimento sembra scandire la vita del rapper.

Ma ecco pronta la stilettata, diretta sia all’ascoltatore che al “compagno di strofa” che ha appena versato da bere. In tutta la sua semplicità, Fibra fa tastare in modo sferzante lo spessore dell’ipocrisia, dell’invidia e dei veleni che danno fiato ai voltagabbana, pronti ad abbeverarsi coi tuoi soldi in attesa di una carcassa più grossa da spolpare. L’altra faccia della medaglia dello show biz.

SPETTACOLARIZZAZIONE

La spettacolarizzazione porta con sé l’esasperazione. Anche per questo, nonostante Fibra parli di sé in prima persona, non sembra così forzato leggere tra le righe una provocazione rivolta al pubblico. La deriva erotizzante, in particolare, è stata potenziata al punto che perfino alla vista del denaro, emblema dello sfavillio sociale e dell’affermazione di facciata, c’è eccitazione.

Fibra si è sempre prodigato nel sottolineare che agli inizi l’hip hop non conturbava per il guadagno: il rap è anzitutto un gioco in cui i soldi sono un corollario, non un fine come sembrano aver frainteso gli amatoriali odierni o (peggio) alcuni colleghi di game.

A questi ultimi Fibra si limita a dedicare una barra piuttosto lapidaria, ribadendo la colossale differenza di background, percorso ed energie spese in prima persona (e a proprie spese) per raggiungere determinati livelli e gradi di credibilità – riportando sul beat, tralaltro, un concetto già presentato in “Fenomeno” nella track “Nessun Aiuto”.

La madre di tutte le stoccate arriva nella scelta del “ti ho visto”, e non del “ti ho sentito”: come accennato in precedenza, la prova del nove del live lascia poco spazio alle montature e agli aiutini forniti dall’apparenza pilotata. Non c’è modo più perentorio per smontare un rapper se non sottolineando la scarsità della performance dal vivo.

È marketing anche se muori

Diranno: “Adesso butta il disco fuori”

Faranno foto anche davanti alla mia tomba

Invece di portare i fiori

Il succo della strofa si fa ancora più denso nelle ultime barre, su cui c’è poco da aggiungere: rifacendoci al discorso iniziale, Fibra non poteva essere più chiaro di così. La mercificazione totale dell’artista ha comportato conseguenze pericolosamente lontane dalla morale che ogni individuo applica a se stesso.

Lo fa in quanto uomo autocosciente, consapevole di esserlo, che però si pone nei confronti dell’artista non come di fronte all’uomo-artista, ma all’oggetto-artista. Quasi fosse un avatar, tenuto (perché programmato) a dare tutto se stesso all’entertainment. La sua vita viene privata di ogni barlume di umanità e oggettivata, resa merce parte di un’experience destinata a non finire mai, sia per riempire le tasche di terzi che per soddisfare la morbosità del fan più acceccato dal protagonismo.

Derive che non conoscono la parola fine nemmeno di fronte ad una lapide, capaci perfino di circoscrivere quel luogo di eterno riposo – l’unico in cui l’uomo paradossalmente si ritrova solo con se stesso – ad un atto di uno spettacolo più ampio. Quindi si scatta la foto, la si pretende in vita e in morte, a scanso di due chiacchiere (il discorso recente di Gemitaiz rende bene l’idea) o di una riflessione silenziosa.

Il pubblico è malato, avvelenato, arsenico
Ti filma mentre muori sopra il palcoscenico

Fabri Fibra, “Vita Da Star” Rmx ft. Marracash

L’aggravarsi della situazione è legato direttamente alla società dello spettacolo più galoppante e alle dinamiche che i social hanno immesso sotto pelle a tutti noi. La comunicazione ci ingloba come gelatina offrendoci grandi possibilità, ma soprattutto grandi responsabilità. Nel momento in cui un utente non è in condizione di porsi in una modalità analitica di fronte agli impulsi che riceve, difficilmente potrà problematizzare eventi come la morte di un artista o uno stato alterato dei normali processi che regolano (secondo le sue aspettative) il mondo musicale: come reagirebbe una buona parte dei fan di Fibra se domani decidesse di prendersi una pausa per motivi personali?

Ad alimentare la nocività del tutto, ci pensano quotidianamente addetti ai lavori e artisti (una parte, ci mancherebbe) che dimenticano di avere tra le mani una corda, non un elastico da tirare a dismisura. Quando quella corda si spezza, si perde del tutto la differenza tra il vero e il reale, tra l’identità e il simulacro.

FF COME PPP

Il ruolo di Fibra (a dispetto del credo dei più giovani) non è mai stato rilevante come in questo momento. Il fatto che sia uno dei pochi capaci di dire qualsiasi cosa nel modo più accessibile possibile fa di lui un contraltare imprescindibile. Un interlocutore prezioso, che continua in ogni suo brano a rifuggire le parole vuote, il virtuosismo fine a se stesso, e pensa solo a una cosa: badare al sodo. Lo fa tenendo conto del tempo che corre portandosi via un anno dopo l’altro, la scena in cui è cresciuto, i fan più attenti. La puntualità e l’attualità dei riferimenti, delle citazioni stimolanti e dei trick per tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore lo dimostrano.

Ciò che colpisce è la ferrea volontà pasoliniana di rimanere dentro l’inferno per capirlo e raccontarcelo in modo essenziale e diretto. Il motivo per cui Fibra dovrebbe rimanere una priorità d’ascolto per tutti noi si snoda in due fattori: non solo è capace di dire ancora qualcosa, ma è uno dei pochi ancora volenteroso di farlo.

Nel restare  / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare  la salvezza.

Pier Paolo Pasolini, Picasso

Grazie alla sua parola, non viene meno la possibilità della formazione e della ri-educazione dei fan. Molti di loro non hanno gli strumenti per restare saldi alle cose che contano e non farsi abbagliare da altro, per capire cosa stanno ascoltando e facendo. Fibra è lì per ricordarcelo, per tenerci coi piedi per terra. Lo sa fare, perchè sa spiegare le 5 W (dove, come, cosa ecc..) a tutti.

La sua semplicità tanto biasimata, altro non è che il buonsenso di chi sa di avere tanto da dare e altrettanto da dire. Nel suo rap c’è autopsia (presa visione) dei fatti, satira, critica, previsioni, analisi, discese nel male dei nostri tempi e dissacrazione delle mode. Un filo per nulla facile da seguire, senza quella guida universalmente comprensibile che la produzione di FF continua a rappresentare.

CONTINUARE A SEGUIRE QUELLA VOCE

Ritornare a considerarlo e ad ascoltarlo con attenzione è come riprendere l’abitudine di leggere un quotidiano, per crescere e confrontarsi con le proprie lacune sulla presa del mondo circostante, a dispetto di un’informazione sfuggente, liquida, più tendente al sommario. Il Fibra di “Bad People” non va bypassato con sufficienza: dimostra ancora una volta quanto la sua musica sia funzionale per capirci ancora più in profondità. E se si crede che non ci sia più bisogno di una voce da ascoltare, ma solo di nuovi flow e numeri da circo, basta riascoltarsi le ultime barre del pezzo con Noyz e farsi un giro sul web.

XXXTentacion, deceduto nel 2018

Non è facile trovare nell’ultimo anno una chiosa pulsante ed elevata come quella firmata da Fibra nel disco di Skinny. Rime a tinte fosche che ti lasciano lì, impotente: in quell’assordante silenzio che segue la fine del brano, c’è molto da pensare, a dispetto della famigerata banalità. Fibra non ha perso il fascino oracolare. Ma a differenza degli oracoli, non parla per non farsi capire. Ben saldo alla nostra società e al bisogno del pubblico, fa di tutto per dargli se stesso, il presente e il futuro senza filtri.

Siamo tutti a modo nostro “bad people” in mezzo ad altra “bad people”. Non possiamo dimenticarlo. Chi cerca Fibra cerca un promemoria. Chi sceglie di non abbandonare la sua musica continua a ricevere una scansione di se stesso, anche se si parla degli altri. Quando morì XXX, le voci sulla trovata di marketing erano numerose ed insistenti. Idem sulla reclusione di 6ix9ine e la morte di Tupac. A molti non piaceva parlare di Mac Miller, ma di qualcosa di più succulento. Questo è il mondo in cui vive l’ascoltatore, l’uomo, il rapper. La tragicità di questo circolo è tutta nella morte sul palco dell’artista: l’ultimo atto in pasto ai flash, mai così lontano da se stesso.

Per rimanere aggiornato su tutte le uscite del mondo Urban continua a seguire il nostro magazine.

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter

Popolari

Fedez ha provato a spiegare la sua strategia senza riuscirci

Italia

Nipsey Hussle Nipsey Hussle

Chi era Nipsey Hussle?

Estero

Come funziona un tour europeo?

Italia

Come si ottiene il permesso per un sample?

Italia

Come cambierà la musica con la nuova legge europea?

Lifestyle

Rkomi, ci è piaciuto il disco?

In Evidenza

marracash guerra marracash guerra

La guerra di Marracash

Italia

Fotoromanzo: Capo Plaza

Italia

Connettiti
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter