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Il featuring internazionale è sempre una scelta intelligente?

La corsa al featuring internazionale implica un notevole dispendio di energie. A volte basterebbe guardarsi allo specchio per trovare un’ottima soluzione alternativa.

Fino a pochi anni fa, molte delle connessioni che animano il mercato musicale odierno erano impensabili. Non a caso, quelle poche volte che due artisti di diversa nazionalità entravano in contatto, l’evento suscitava reazioni cariche di entusiasmo e soddisfazione.

Quando Fabri Fibra riuscì a portare Hit-Boy – il produttore di “Niggas in Paris” – nel proprio disco, una parte dell’euforia registrata per la riuscita sensazionale animava direttamente l’idea che l’Italia fosse maturata dopo anni di rodaggio e maldestri approcci, acquisendo un appeal che la rendeva finalmente appetibile agli occhi di quell’America così lontana, procace e irraggiungibile.

“Alieno”, brano di Fabri Fibra co-prodotto da Hit-Boy

La bella bionda a stelle e strisce cominciava a delinearsi come un obbiettivo alla portata anche per i nostri artisti, sempre più supportati dalle etichette e dalla spinta dell’accettazione popolare, che invogliava gli investimenti nei progetti rap. Al giorno d’oggi, i frutti di questi processi imbandiscono come non mai le tavole degli artisti e dei fan.

working on @marracash epic album right now #weglobal— Anthony Kilhoffer (@kilhoffer) 28 ottobre 2014

                                                                                                                                         

Questo genere di eccitazione ha attraversato gli utenti per più canali. Perfino quando rimbalzò dai social la notizia che il sound engineer Anthony Kilhoffer avesse apposto il proprio tocco su “Status” cominciava a bollire la convinzione che il livello si stesse alzando. Kilhoffer, Mr. 4 Grammy, collaboratore di Kanye, Michael Jackson e Jay-Z, stava mettendo mente e mani all’album di Marracash. Notizie di questo genere facevano scalpore al punto che un ingegnere del suono poteva incrementare l’hype attorno ad un progetto quasi quanto una 16 di un rapper di Brooklyn.

La qualità pareva finalmente a portata di mano anche per il nostro rap game, persino sotto gli aspetti meno appariscenti. Il punto infatti non era tanto la forma di quel presente, ma la sostanza resa solida fin dai particolari. Quella solidità a cui soltanto le grandi realtà possono ambire, perché riconosciute quanto tali. Per i fan, l’Italia cominciava a trasformare quel puntino sulla mappa in una macchia dai contorni pian piano più definiti, e questo succedeva perché all’estero si degnavano di sedersi al nostro stesso tavolo per trovare un punto d’incontro.

IL PESO DEL RICONOSCIMENTO

Se si poteva parlare di soddisfazione, era dovuto all’aria nuova che ci riempiva i polmoni. Davanti agli occhi si profilavano orizzonti ben più ampi dei confini nazionali. A beneficiarne era l’autostima, attraverso il senso di appagamento che porta l’attenzione su di sé e lo slancio conseguente alla sola lettura di nomi altisonanti sulle tracklist. La struttura e i meccanismi economici occorrenti per dar forma all’evento sembravano questioni lontane, rispetto alla necessità e alle condizioni per strappare un riconoscimento artistico.

Oggi le cose sono cambiate, e il rischio di circostanze inflazionate c’è. Il troppo, talvolta, stroppia. Non è difficile rendersi conto che il numero crescente di collaborazioni con l’estero apra di fronte a noi due scenari in cui ritrovarsi. Da un lato c’è una corsa vertiginosa al nome di cartello, che a lungo andar finisce per non fare più lo stesso effetto, perchè meno utopistica di un tempo.

TUTTI CON IL MEGLIO

Se ogni artista può ambire a certi dischi ed artisti, il giochino si rompe, perché inevitabilmente quando tutti possono avere una cosa l’elitarietà del luxury si perde, in favore di una ben meno entusiasmante aura da commodity.

Dall’altro rimane comunque viva la volontà di vedere in questo scenario la possibilità di farsi vento con un ampio ventaglio di possibilità di contatto e confronto, primo motore per la crescita e la conquista di maggior consapevolezza di sé e dei propri mezzi.

COSA FARE

Per evitare che il sentimento collettivo imbocchi la prima strada, sarebbe forse opportuno rifarsi al senso della misura, alla proficuità delle mosse calibrate, e al rinnovato coraggio di scommettere su se stessi, anche per ritrovarsi col portafogli meno leggero.

IL COSTO DEL NOME

Inutile girarci attorno: i featuring internazionali costano, e non poco. Per questo motivo Night Skinny dovette rinunciare a Pusha T, che per una strofa in “Pezzi” chiese 18 mila euro. Non è quindi impossibile farsi un’idea sulle cifre che girano per strappare un fantomatico al profilo ambito, ma soprattutto sul fondamentale ruolo che le risorse delle etichette e le capacità dei management hanno nel delineare gli assetti dei nostri sogni. Senza una struttura, guardare all’America (e, più in generale, all’up-grade professionale) è praticamente impossibile.

Questo discorso non punta a biasimare spese di migliaia di euro per un americano nell’album. Ben venga. Ma per contrastare lo sbiadirsi dei feedback del pubblico, potrebbe rivelarsi utile guardare ad altri espedienti. Il rischio è che un domani soltanto Drake possa far tremare le gambe alla rap-crowd: assurdo, se consideriamo quanta strada ha fatto il rap italiano e quante scene valide con cui confrontarci riempiono il nostro continente e non.

CAPO PLAZA

Capo Plaza ha colto perfettamente questo meccanismo. L’italian remix (come nel caso di “Pookie” e “Look Back At It”) genera molti meno costi del featuring inedito, ma soprattutto dà accessi a chart e playlist sempre più diversificate. Forte del fatto che si tratta di aggiungere qualcosa ad un brano già nel cuore degli appassionati, metà del lavoro è già fatto. I fan hanno già il giusto grado di familiarità con il singolo. Il tappeto delle grandi occasioni è già steso sotto i piedi dell’artista, che deve solo puntare a cavalcare l’onda nel modo e nel mood più idoneo e stiloso possibile. Cosa che Plaza ha fatto egregiamente, dando alla sua estate un senso nuovo grazie ai fortunati incontri professionali con A Boggie Wit Da Hoodie e Aya Nakamura, l’artista di “Djadja”. Senza dimenticare il remix di “Yoshi” assieme a J Balvin.

Pure se mamma è santa sono un figlio di puttana (oh, yeah)
Giriamo dentro a un SUV, Milano una savana
Tu sei un pookie-pookie, lei muove il booty e ascolta Djadja

Capo Plaza, “Pookie Rmx”

SFERA EBBASTA

Tutto ciò nasce dal fatto che negli ultimi anni alcuni feat internazionali di livello hanno fatto meno numeri di collaborazioni nazionali. Guardiamo a Sfera Ebbasta: il remix di “Pablo”, pur ospitando Lil Baby, ha fatto meno breccia nel cuore dei suoi fan rispetto ad altri progetti.

Ascolta ora: Pablo Remix

Anche il Made in Italy del banger “Tesla” se la giocava con “Cupido”, per dire, e il brano con Quavo si sarebbe probabilmente confermato come hit anche senza il membro dei Migos. Sfera avrebbe creato un nuovo trend anche senza di lui, e lo si può sostenere tranquillamente a posteriori, se consideriamo la stabilità inamovibile in classifica, l’efficacia del ritornello (perfino in spagnolo), la viralità dei passaggi e dei cambi di flow di Sfera e l’alchimia che Charlie è riuscito a creare con l’orecchio del pubblico – soprattutto quello meno specializzato: “Cupido” è stata a lungo una delle canzoni più  amate anche da chi non sapeva nulla del rapper di Ciny. Poco importa se la vostra ragazza non amava il vostro genere preferito, perché “Cupido” avrà comunque un posto speciale fra i ricordi di quella sua estate.

Insomma, i numeri e la pancia del pubblico sembrano offrire uno spunto prezioso: a volte un italian remix e un featuring con un connazionale, se giocati bene, rendono più di una collaborazione con Rich The Kid, rivelandosi investimenti più mirati di certe spese per rapper patinati, appiccicati su una strumentale come fosse un album di figurine, anche quando manca la materia prima: l’idea che funziona.

FARCELA DA SOLI

A Sfera e a Plaza non è mai mancato quello spunto nei rispettivi progetti vincenti. Soprattutto per il primo, la sequela di collaborazioni ha rappresentato la diretta conseguenza del processo di ottenimento dello status globale sopra-citato. Ma sembra difficile negare che la parte del leone nella propria discografia l’abbiano fatta i pezzi solisti o i suoi momenti nelle tracce condivise, anche quando si è trattato di rappare con colossi d’oltreoceano. Questo dovrebbe rappresentare un precedente per il resto della scena: se un disco o un singolo non possono funzionare da soli, qualsiasi aggiunta (anche se pesante) non potrà ribaltare più di tanto i pronostici di riscontro.

Machika Remix

Il discorso vale soprattutto in termini di posizionamento, proprio come sta succedendo al rapper di Salerno, sempre più vicino a Sfera in termini di riconoscimento internazionale grazie a queste infiltrazioni positive nei vari game e mercati, più a buon mercato di una 16 di 21 Savage. Non è difficile credere che un feat azzeccato tra Sfera e Plaza potrebbe generare più movimento di un duetto con il rapper statunitense di turno.

L’estro di Sfera messo in gioco in questi anni va in questa direzione, dimostrando coi fatti che il brand $€ stra-vende e convince anche da solo. Una realtà consolidata come il rap italiano, pur non bastando a se stessa, a volte può ottenere di più con le sole proprie forze: i casi indicativi non mancano, le hit nostrane nemmeno. Riuscire poi a piazzare il proprio nome nei progetti altrui, può alla lunga rivelarsi una svolta della propria carriera a basso costo.

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