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Capo Plaza e gli altri: storia dei live a casa propria

I concerti hanno il potere di costruire uno scenario in cui sentirsi bene, disinibiti. Questa incondizionata libertà d’espressione è tanto nostra quanto dell’artista, con l’eccezione d’essere chiamato a fare la differenza.

«Se mettiamo insieme tutte le ricerche condotte, ci rendiamo conto che la prescrizione di un concerto ogni due settimane potrebbe consentire a chiunque di vivere una decina d’anni in più.» – Patrick Fagan

Tempo fa lessi una tra le cose più belle impresse nero su bianco degli ultimi tempi.

Un docente di scienze comportamentali presso la Goldsmith’s University (SE Londra) in collaborazione con l’agenzia statistica O2, pubblicò sul quotidiano britannico Indipendent una ricerca finalizzata a dimostrare i benefici della partecipazione ad eventi artistici live. Partendo dal presupposto che alti livelli di benessere stimolano in maniera positiva il corso dell’esistenza – le conseguenze sono l’aumento dell’autostima, una maggiore vicinanza agli altri e un’attività mentale decisamente al di sopra dei parametri quotidiani – constatarono che prendere parte ad un concerto per almeno venti minuti aumenta la sensazione di benessere del 21%.

In parole povere andare ai concerti rende felici ed esserlo ci allunga la vita. 

Potremmo attestare queste premesse con una serie spropositata di numeri e ricerche che ci confermino quanta ossitocina si dissipi nell’aria o quanto tanto trasporto generi una significativa sincronizzazione nei movimenti tra il pubblico (quasi il 70% secondo onstage.it), ma la verità è che chiunque di noi sia stato tra la folla, sotto ad un palco, queste sensazioni le ha sperimentate benissimo. 

La musica appartiene alle nostre memorie in maniera quasi inspiegabile. È trascendentale e nostalgica al tempo stesso e la sinergia che genera, esibizione dopo esibizione, diventa riconoscibile, diventa familiare. E quel posto dove non si ha paura di essere esattamente quelli che siamo, è solo uno: casa.

Muoversi nei propri spazi

Questa incondizionata libertà d’espressione è tanto nostra quanto dell’artista, con l’eccezione d’essere chiamato a fare la differenza.

A casa ci sono i primi fan è vero, i fedeli che l’hanno supportato e consacrato prima del successo dei tour europei, ma che proprio per questo si aspettano un live che sia memorabile non solo per loro, ma che rimarchi la genesi del percorso.

Questo carico di aspettative non può che essere uno stimolo e la conferma sono le parole degli artisti che, nel tornare alle proprie radici, ritrovano un po’ anche se stessi.

«Volevo arrivare in tutto il mondo […] ho portato la mia musica in Europa. Ora voglio tornare giù da me. Non vedo l’ora di spaccare, sarà un’emozione forte perché a Salerno è cominciato tutto.» – Capo Plaza tramite Instagram

Ha fatto un tour europeo, è arrivato sulle copertine di Rolling Stone Italia, sta collaborando con artisti internazionali (il remix di “Pookie” con Aya Nakamura ha precedenti che portano il nome di Lil Pump) ed ha appena pubblicato il singolo “Mi ami o no” insieme a Giaime. Eppure, il focus rimane lo stesso: l’esibizione dell’8 Settembre a Salerno dove ha promesso grandi cose.

La mappa del rap italiano: i concerti indimenticabili da nord a sud

«Una serata così me la sono conquistata duramente. Voi direte “sei uno sfigato, c’è chi ci è arrivato prima” ed è vero. Ma questa è la vittoria di un percorso, è un modo per ripercorrere tutta la mia carriera. Sono contento di averci messo un po’ ad arrivare qui.» – Gué Pequeno intervistato da Onstage.it

Oramai siamo abituati ai grandi numeri dello streaming e delle visualizzazioni YouTube, ma chi ha saputo definire il rap game italiano, rimanendoci dentro fino ad oggi, ha dimostrato che a vincere è chi rimane in piedi nel lungo periodo.

Non è assurdo allora pensare che solo quest’anno Gué Pequeno sia arrivato al Mediolanum Forum – per il Sinatra Tour – perché per quanto sia vero che i palazzetti siano diventati tappe non impossibili da raggiungere anche per i più giovani, arrivarci con la consapevolezza di Cosimo non è da tutti. Le due ore e più di spettacolo hanno visto seguirsi sul palco 16 artisti: amici di una vita come Noyz NarcosMarracashIl profeta, le nuove leve Izi, LazzaRkomi, ma anche Elodie ed Elettra Lamborghini. Una scaletta mastodontica di 30 brani che supera di gran lunga le aspettative, come tutta la performance in sé.

Lo show l’ha confermato re della scena: “Dimostra che c’è un solo king”, è la scritta che appare sullo schermo alle sue spalle, come sfondo il Duomo rosso fuoco. In “Trinità” rappava /Ah, non ho un sogno ho un piano / Che mi sarei preso la città / e aveva ragione. Milano è sua. 

Ascolta ora “Trinità”

I live sono memorabili per gli artisti, no? Almeno questa è la connotazione principale, se poi l’impalcatura costruita attorno lo è altrettanto, ancora meglio.

Allora immaginiamo un contesto più raccolto, meno dispersivo, dove tutta la nostra attenzione è catalizzata solo su un’asta e un microfono: siamo al Teatro Quirinetta e Roma sta per ascoltare una delle migliori esibizioni di LowLow.

«Non ho mai fatto concerti del genere a casa mia […] di conseguenza questa prima data è l’anticipazione di quello che sarà il futuro.» – LowLow per supereva.it

Giulio è un personaggio particolare, discusso. È nella scena da parecchio tempo (il primo mixtape pubblicato, “Per Sempre”, risale al 2013) eppure il suo nome fatica ad essere presente come tanti altri: è un ottimo liricista, possiede una cultura forte e nelle tracce lo si percepisce, è emozionale, pungente. L’ultimo disco, prodotto da Big Fish, non fa che confermarlo. 

“Il bambino soldato” è strutturato in dieci tracce più una bonus track, nessun featuring e l’incontro con Fish si sente eccome, tutto è calibrato in una prospettiva più matura. Questo cambiamento lo si ritrova anche sul palco: non c’è più nulla di improvvisato, ma l’atmosfera è ugualmente spontanea e coerente con il suo personaggio, dietro una band (voluta fortemente dal produttore) che rende il contesto davvero singolare.

LowLow live al Teatro Quirinetta, Roma

Napoli non ha bisogno di descrizioni, è uno degli spaccati italiani tra i più prolifici e anno dopo anno sta macinando numeri impareggiabili. A contribuire a questo successo non è solo il panorama musicale, ma una serie di esponenti che da SavianoÖzpetek (Napoli velata è uno dei migliori film degli ultimi anni) hanno codificato sempre più chiaramene un immaginario unico, poetico nel suo realismo.

Chi ci riesce molto bene da tempo, musicalmente parlando, è Luché e l’esordio mainstream – passatemi il termine – del gennaio 2017 al Palapartenope della sua città natale, è già storia. 

Presentava“Malammore” un disco spettacolare, introspettivo e inaspettato sotto tutti i punti di vista. Napoli è una città difficile, è bella e generosa, ma piena di contraddizioni ed il suo pubblico lo è altrettanto: richiedevano un profeta e Luca doveva accontentarli, doveva dimostrare che Londra non era un modo per ripudiare le sue radici. 

Quel palco è stato lo scenario della rivalsa e la conferma che la natura non si può eludere: Napoli è Luché e Luché è la sua Napoli. 

Guarda il discorso di Luché durante l’esibizione a Napoli

Drake, Travis Scott e Meek Mill

«To the city I love and the people in it. Thank you for everything.»

È con queste parole che nel 2016 il mondo assisteva alla presentazione di “Views”, album che più di ogni altro sottolinea il forte legame tra Drizzy e la sua Toronto. La cover dell’album vede Drake in cima alla CN Tower e la caption del post Instagram qui citata conferma il rapporto autentico con il suo pubblico e la città (è anche ambasciatore dei Raptors, la locale squadra NBA). Nello stesso anno la prima performance hometown è stata un successo senza precedenti.

Ascolta ora “5 Am in Toronto”

Ma spingiamoci oltre e pensiamo ad artisti come Travis ScottMeek Mill talmente affezionati alle loro città native – Houston per il primo e Philadelphia per Mill – da avere addirittura una giornata dedicata al loro talento e alla loro attiva partecipazione per la comunità. 

L’incredibile esibizione di Travis ed i suoi retroscena sono raccontanti nel docufilm presentato qualche giorno fa da Netflix, dove la grandezza indiscussa del rapper emerge minuto dopo minuto e “Astroworld” altro non è che la rappresentazione plasmata a suo piacimento della Houston in cui è cresciuto. 

Raccontare di una figura come Meek Mill invece è difficile, bisognerebbe snocciolare un’infinità di altre questioni (dall’arresto, a “Legends of the summer”, ai BET Awards, al lancio della sua etichetta) ma nulla basterebbe a rendere le sue abilità.

Per farvi capire la potenza espressiva e l’energia del The Met Philly Philadelphia 2019 vi consigliamo di guardare la performance.

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