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L’importanza dell’identità dell’artista

La giusta lettura dell’identità per muoversi tra uomo e artista è sempre più fondamentale. Anche per i fan.

Quando si pensa ad un artista, si tende a prenderlo come un pezzo unico. In tutti i sensi: se troviamo la sua musica coinvolgente e d’ispirazione, lo vediamo come unicum, il solo che può e potrà fare qualcosa di simile; se ripudiamo in toto la forma e il contenuto che propone, difficilmente siamo clementi o mitigati nei giudizi, e lo buttiamo giù direttamente.

Il pericolo è che buttarlo giù, il più delle volte, porta a bocciare l’artista, ma anche l’individuo, a reputarlo un coglione, un fallito, uno che meriterebbe di fare una brutta fine. Un mezzo uomo che ha avuto una botta di culo, un’occasione piovuta dal cielo, che ha trovato il modo di fregare eserciti di menomati che ascoltano la sua robaccia. E che, sicuramente, anche nella vita privata, sarà tale e quale: sgradevole, arrivista, bruciato.

Il discorso vale anche al contrario: un fan è portato fisiologicamente a credere che dall’altra parte delle cuffie ci sia la penna di Dio che scrive. Un artista capace di parlarti e colpirti così profondamente potrà essere soltanto una stella luminosa sospesa sopra la terra che calpestiamo, senza macchia e senza peccato. Entrambe le considerazioni lasciano il tempo che trovano, perché sono figlie dello stesso errore: far coincidere sempre e comunque l’uomo e l’artista.

Tenere separati i due piani non significa recidere il cordone ombelicale che li unisce, tantomeno arginare il continuo scambio reciproco. Tra le parti, infatti, è un continuo dare e ricevere, offendere e subire, sfogare e reprimere.

DIVENTARE INVISIBILI

Quanto sia complicata la gestione dell’artista per l’uomo è stato ampiamente dibattuto dagli stessi rapper. “Untitled” di Marracash è uno dei manifesti più recenti del certamen: a destra «Lasciare che il mio personaggio uccida Fabio/ O peggio che lo renda schiavo un’altra volta, no», a sinistra «Non lascerò che Fabio, un uomo tormentato/ Comprometta il risultato un’altra volta, no».

Uno scontro dagli esiti spesso alienanti sull’uomo, che farebbe carte false per diventare invisibile come Liu Bolin, l’artista cinese che grazie al body painting diventa un tutt’uno con lo spazio circostante.

L’artista Liu Bolin tra i canali veneziani

C’è la possibilità di nascondersi nella propria identità. In quel caso diventa davvero importante costruirsene una solida, in modo tale da farla diventare la prima barriera tra l’uomo e tutto quello che c’è fuori, disposto a calpestarlo o a mercificarlo. L’artista può fungere da parafulmini, mettendo in atto le stesse strategie adottate da Mourinho che evocava a gran voce “il rumore dei nemici” in conferenza stampa per portare su di sé tutta l’attenzione e lasciare lavorare la squadra in pace.

L’allenatore Josè Mourinho ascolta il rumore dei nemici dopo Juventus-Manchester UTD

L’essere artista può certamente comportare grossi cambiamenti duri da ingerire, ma anche il primo strumento da rovesciare per usarlo a proprio favore. Operazione non facile, ma ogni creativo e personaggio pubblico deve saper adottare strategie di sopravvivenza da pescare, se necessario, anche nella propria metà di facciata.

Avevamo già discusso le rilevanti conseguenze che passano dalla scelta di affidare i fardelli più scomodi dell’essere artista ad un alter ego.

Nel passaggio da uomo ad artista si ripresentano per certi versi le medesime dinamiche. La grande possibilità che il nome d’arte dà al proprio essere è di due tipi: da un lato funge da rampa di lancio, dall’altro può addirittura servire come muro da alzare tra sè e la società, entità esterna a cui scaricare le responsabilità legate alla propria musica; una risorsa da non sottovalutare.

TRAMPOLINI E RESPONSABILITÁ

L’artista può infatti diventare il trampolino naturale del proprio estro e della propria forza di volontà, con cui riempire il contenitore da dare in pasto al pubblico, la copertina pensata per il mercato dell’attenzione. In una seconda fase, quando si è conquistato il loro occhio, la critica e lo status, l’artista prende una forma definita e comincia a vivere una vita che va oltre un bel nickname: fa i conti con i pro e i contro, comincia a riflettere di testa propria, interferendo nei peggiori dei casi col pensiero e l’agire dell’uomo. Si scontra con rapporti perennemente filtrati, con la nebulosità che circonda ogni azione e relazione. A chi stanno parlando? A me o a lui?

La risorsa dello scarico di responsabilità subentra nel momento in cui si sfrutta la posizione di artista per raccontare qualcosa a qualcuno. Un fatto semplice, ma difficile da applicare nell’anonimato. La possibilità di portare immagini nella testa delle persone è una grossa responsabilità, che viene però istantaneamente e preventivamente scaricata sull’artista. Senza tralasciare il fatto che un uomo può trovare soltanto nel filtro dell’artista il coraggio di dire al mondo il peggio o il meglio di sè.

FIBRA E TYLER THE CREATOR

Con il suo tocco dissacrante, nel 2009 Tyler The Creator aveva sottolineato come fossero state addossate al proprio alter ego le colpe per il contenuto dei testi del proprio mixtape “Bastard”, che avevano fatto tanto scalpore nel Regno Unito al punto da farlo bandire.

Tyler The Creator

Fabri Fibra si è sempre prodigato a spiegare che molte delle cose dette nei suoi dischi erano immagini prese dal mondo e dalla società, esterne alla sua vita, o che comunque non ricalcavano pari pari il suo pensiero: si trattava al contrario di un contesto messo in mostra, affidato nelle mani e nelle rime dell’artista, che diventa in questo caso la voce con cui farsi ascoltare. O, più in profondità, la voce con cui il mondo stesso e le sue brutture riescono a farsi notare. In questo senso, l’identità forte dell’artista diventa un’esigenza per chiunque voglia poter raccontare e raccontarsi ad un uditorio rapito, attento, rispettoso.

Il rap, grazie alle efficienti modalità espressive, riesce ad arrivare con il giusto impatto. Anche per quello si diventa rapper: trovare un modo di dire certe cose nel linguaggio giusto, tenendo a distanza censure e bavagli che pendono come una spada di Damocle sull’uomo comune.

La complicazione è che il medium non è monodirezionale, e arriva anche a chi non ha i mezzi per discernere, capire cosa si sta dicendo. E si finisce per macellare artista e uomo senza distinzione.

Un uomo che riesce a far passare dall’artista la giusta quantità di risvolti personali, riesce anche più facilmente ad educare i propri fan su come interagire con l’uomo. Che è quello che si incrocia per strada o al ristorante, quello a cui se si ha un minimo di buonsenso non si chiede la foto con insolenza, irrompendo nel suo tempo libero. Quello è l’uomo, e non ha nulla da darvi rispetto a quello che vi aspettate da lui solitamente. Se si vuole qualcosa da lui, meglio andare ai concerti con l’artista. Lui è quello che conosciamo. L’uomo quello che crediamo di conoscere.

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