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Quale artista italiano meriterebbe un documentario come “Look mom I can fly”?

Da poco è uscito “Travis Scott: Look mom I can fly”, il docufilm dedicato al rapper di Houston e al suo album “Astroworld”. Ma quale artista italiano potrebbe essere adatto ad un format del genere? Lo abbiamo chiesto a due dei nostri redattori.

Da poco è uscito Travis Scott: Look mom I can fly, il docufilm dedicato al rapper di Houston e al suo album Astroworld. Ma quale artista italiano potrebbe essere adatto ad un format del genere? Lo abbiamo chiesto a due dei nostri redattori.

Federico Arriu:

Quando ho iniziato a guardare Travis Scott: Look mom I can fly sono subito rimasto stregato dalla potenza comunicativa di La Flame. Poi mi è sorto un interrogativo di conseguenza: mi sono chiesto infatti su quale artista italiano sarebbe interessante un docufilm di questa portata. 

La mia mente ha stilato, in un primo momento, un elenco di artisti la cui attitudine sul palco era incredibile. Certo, in Italia gli apparati scenici sono molto meno impegnativi di quelli esibiti da Cactus Jack durante l’Astroworld Tour (si pensi alle mirabolanti scene in cui l’artista di Houston rappa in groppa ad un falco meccanico su una platea oceanica in visibilio), ma ci sono comunque molti rappers che con un microfono in mano sanno infiammare la folla a prescindere dalla scenografia che hanno alle spalle. 

Tuttavia c’è qualcosa che mi pareva mancasse a molti degli artisti nel mio elenco mentale; era, per farla breve, quel fattore X che li allontanava tutti dall’esempio di Travis. Poi ho capito: il discrimine era costituito dal contatto altruistico e spontaneo che Travis nel documentario instaura con le persone. È infatti proprio quel contatto a costituire la fonte del suo inarrestabile carisma

Certo, la capacità lirica è centrale per rendere interessante un rapper, soprattutto dal momento che essa costituisce il medium con cui egli s’interfaccia primariamente con il suo pubblico. Ma non è tutto.

Il documentario infatti non è tecnico, e non è neppure legato alle fasi di produzione dei singoli brani; ci sono numerose scene di sessioni di registrazione, ma spesso la regia non pone particolare attenzione allo svolgimento del processo creativo di Travis.

Ciò che davvero interessa mettere in evidenza sono l’uomo e le relazioni sociali che dal nome di uno dei performer più capaci del mondo sono nascoste, perché quello è il vero ingrediente segreto del suo successo. 
Ipotizzando dunque un cocktail di presenza scenica quasi “teatrale”, d’iconicità di un progetto storico e di magica sinergia con il pubblico ho trovato risposta alla domanda di partenza in un solo nome italiano: quello di Tedua

Certamente la capacità di gestire un live con pirotecnica energia in virtù dell’altruistica volontà di elargire occasioni di divertimento non gli manca. Egli è capace di passare da uno dei suoi famigerati “balletti” ad un abbraccio spontaneo con il pubblico in meno di un minuto, senza mai deludere dal punto di vista tecnico-lirico.

Nell’approccio con le persone – ed anche con la musica, visto il suo album Mowgli – Tedua trasmette la stessa meraviglia infantile che nel documentario induce Travis a raccontare dei suoi figli neonati con fare appassionato; egli cela una vicenda familiare particolare, complessa, che ne ha plasmato gli indirizzi artistici, il fare esuberante ma bonario e sempre rispettoso e l’apertura mentale; ha interessi al di fuori della musica nello sport e nella moda, e anche questo ricade sul suo personaggio musicale rendendo abbastanza allettante la possibilità di scoprirne le sfaccettature più recondite anche in virtù di una più chiara comprensione della sua arte.

Insomma, ogni aspetto della sua figura è perfettamente passibile di approfondimento, dall’amore per la sua Genova (come Travis per la sua Houston) ai vari trasferimenti che lo hanno ridotto ad essere temporaneamente un piccolo esule in gioventù.

E poi, l’idea dietro a Orange County California non era poi tanto lontana da quella proposta dal rapper d’oltreoceano: “La mia vita come un telefilm“, diceva a proposito a Rolling Stone qualche tempo fa, e probabilmente sarebbe interessante guardarlo.

Camilla Castellan:

Guardare alla scena americana e rifarsi ad essa quale omnipresentium del rap game globale è una tappa quasi obbligata. Da sempre viene spontaneo ritrovare in un artista connotazioni riconducibili a qualcun altro oltre oceano.

Con queste premesse pensavo sarebbe stato facile rispondere a una domanda simile, visti i tanti nomi altrettanto talentuosi che il nostro spaccato musicale offre; eppure, dopo aver guardando Look mom I can fly tutte le certezze che avevo si sono dissolte.

Parliamoci chiaro, credo che ci siano molteplici fattori che rendano difficile un paragone tale nel panorama nostrano e le prime determinanti sono sicuramente la teatralità scenica e la fanbase stessa, legate tra loro dal margine delle possibilità. 

Eventi come il Super Bowl o i Grammy Awards – che altro non hanno fatto se non consolidare la potenza sovraumana di Travis Scott – sono impensabili anche solo a livello ipotetico oggi come oggi in Italia, per non parlare di tutto quello che si è mosso intorno ad Astroworld: trailer cinematografici come promo, featuring clamorosi e rollercoaster vertiginosi ai live in memoria di un vecchio parco divertimenti in cui il padre lo portava da bambino e che, demolito nel 2005 in seguito al successo dell’album, sarà ricostruito.

A fare da cornice alla bronzea testa di Costantino con i tratti di Scott, giochi pirotecnici e spazi immensi che contengono milioni di persone, le stesse che animate da un sentimento quasi primordiale si lanciano tra la folla dopo essere state chiamate sul palco dallo stesso artista. 

Personalmente uno scenario simile in Italia – e vi bastano davvero i primi dieci minuti del documentario per capire a cosa mi riferisco – credo di non averlo ancora visto. Credo altresì che questo non dipenda esclusivamente dagli artisti, ma anche da quanto poco siamo educati (come pubblico) alle performance dal vivo: i live dovrebbero essere eventi memorabili dove si sviluppa una connessione quasi universale, si ha una condivisione di intenti che crea l’illusione d’essere invincibili, tutti assieme. Si è parte integrante dello show e non meri spettatori, lo scambio di energia nutre in maniera reciproca e Astroworld in questo è chiarissimo; i fan si concedono, uno per uno

«È uno dei pochi artisti che quando arriva entra in contatto con ogni persona tra la folla. Mi ha fissato negli occhi, eravamo faccia a faccia e non mi sono mai sentito così bene.» – Un fan commentando Travis Scott 

Quello che Look mom I can fly ci regala è una fede che va oltre alla musica, una totale devozione alla causa. Ecco, in quest’ottica allora sì che ritrovo tutto il nostro talento e Side Baby mi sembra il giusto portavoce. 

Arturo è un progetto audace, rivoluzionario sia per sé stesso che per il pubblico: ha una scrittura immediata che fissa abilmente tramite immagini quel percorso disegnato fra le tracce, con una sua continuità sia nei testi che nel suono (aiutato in questo da Night Skinny, firma quasi esclusiva del progetto ad eccezione di due brani prodotti da Sick Luke).

Il nuovo nome d’arte, la necessità di allontanarsi dai riflettori per ritrovare un equilibrio, il percorso solista e la terapia della penna gli hanno permesso di costruirsi uno spazio tanto intimo quanto verosimile e di conseguenza condivisibile: si è mostrato come un artista dovrebbe, assimilate le proprie fragilità le ha convertite non in un vezzo stilistico, ma in un riflesso della sua realtà.

Debolezze che passano dalla dipendenza alle difficoltà relazionali ed amorose, con la stessa sofferenza che trapela da versi come “It’s been a week and a half since / We ain’t been speaking and that meant / You feeling free in my absence / I’ve been going through a lot behind this glass tint” in Coffee Bean di Travis Scott.

Ascolta ora: Coffe Bean

Il Side inedito e lirico, la persona complessa qual è e la sofferenza che lo hanno reso capace di sviluppare un rapporto fortemente empatico con il pubblico, meriterebbero sicuramente un’indagine documentaristica simile. Sarebbe sicuramente un progetto meno ambizioso, ma altrettanto autentico.

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