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Abbiamo ancora bisogno di Kanye West

È bastata la foto di una tracklist per risvegliare in noi una convinzione: abbiamo ancora bisogno di Yeezy. Ce lo dice la tragedia greca.

L’artista Vanessa Beecroft, chiamata da GQ Italia a definire l’esperienza di lavoro con Kanye West, ha scomodato i classici – la trilogia eschilea dell’Orestiade –  per darci un aggancio su cui ragionare. Il dialogo con l’intervistatrice Sonia Campagnola punta il tema della nuova mascolinità, in un suggestivo slalom tra “Life of Pablo” e il Sunday Service. Elementi che in apparenza ci spostano dallo spunto del nostro titolo – perché abbiamo ancora bisogno di Kanye West? – ma che in realtà si muovono sullo stesso sfondo comune. Aggettivo, comune, non scelto a caso, perché ci siamo dentro anche noi.

Kanye West secondo Vanessa Beecroft

Un classico viene definito tale per un motivo: ha ancora qualcosa da dirci. Figure come Oreste ed Elettra continuano a parlarci al di fuori della società della colpa, ma soprattutto a riallacciare il filo che lega la razionalità occidentale a determinati testi e poeti fondativi. A costo di risultare profani, Kanye West incarna uno dei classici su cui si fonda la cultura urban.

NUOVO ALBUM

Un ruolo che diventa urgenza da sottolineare nel momento in cui si staglia la voce di un annuncio tanto atteso: il nuovo album di Kanye West sta arrivando. Uscirà il 27 settembre, si chiamerà “Jesus is King” e conterrà 12 pezzi. Tutto vero? Pare di sì, anche se la storia recente ha insegnato alla fan-base di Ye a non cantare vittoria prima del tempo, ma lungi da noi deprimere qualche fan di West ripercorrendo gli ultimi colpi a vuoto – per chi invece volesse rivivere il coitus interruptus di “Yandhi” vi rimandiamo a Complex.

Il punto non è tanto cosa, come e quando uscirà. Quello che ci interessa davvero è la reazione che una semplice foto ha scatenato dentro di noi. Chiudiamoci per una volta in una parentesi, lasciando l’hype là fuori, e mettiamo tutta la concentrazione all’interno. Dopo una sana riflessione, sarà difficile non ammettere che una release di Kanye West ha un sapore particolare rispetto alle altre. Di più, impareggiabile. E non si tratta solo di attese, qualità o background. Si tratta del motivo per cui abbiamo ancora bisogno di lui: perché è un classico che ha ancora qualcosa da dirci. A partire da cosa? Da lui. E, in simultanea, da noi stessi.

Brad Pitt in visita al Sunday Service

AVREMO SEMPRE BISOGNO DI YEEZY

Lo sfondo comune sopra accennato riguarda proprio il legame che ci interconnette di fronte agli elementi del classico: il collante sedimentato nel corso della storia, che àncora ben salde le nostre origini alle nostre convinzioni e previsioni, anche in termini di rottura.

L’eco della religione ritorna nella foto della tracklist di “Jesus is King”. In un certo senso, Ye è come il cristianesimo. Un evento che, anche se secolarizzato e messo in crisi, rimane imprescindibile per leggerci in quanto occidentali. Perché su di esso si fonda la nostra cultura, e attraverso la continuità o la rottura messa in atto a discrezione di ogni società odierna, passa l’affermazione di queste ultime. È impensabile non fare i conti col cristianesimo, proprio come l’idea insensata di mettere da parte l’influsso vivo e presente dell’autore di “Yeezus” non trova applicazione nella realtà.

Kanye si avvicina a quell’idea del classico che continua a parlarci, perché anche lui non ha mai smesso di farlo. Il tema dello scambio è sempre stato lui stesso. Ma si va ben oltre l’egotismo. Si va verso gli uomini, tutti gli uomini condensati in un solo spirito. Kanye West, in tutte le sue versioni possibili e contraddittorie, non ha mai cercato di chiudersi in una torre d’avorio lontano da tutto e da tutti. La sua musica che parla di lui ieri, di lui oggi e di lui domani, ha fatto sì che il legame col pubblico arrivasse a livelli vertiginosi di empatia e affinità. Soprattutto quando ci ha ricordato che, in quanto umano, su certe cose sa essere una merda esattamente come ognuno di noi.

La famigerata irruzione sul palco di Kanye West durante il discorso di ringraziamento di Taylor Swift ai VMAs 2009

Kanye è pieno di problemi che lo allontanano di molto dal mito. Ombre che lo riportano sulla terra, a sporcarsi le mani nel torbido, e che sfondano la porta sulla sua interiorità. In questo senso, sempre parlando di tragedia greca, è estremamente vicino ad un protagonista euripideo. C’è tutta la conoscenza tragica, l’uomo solo col suo buio, in tutta la sua debolezza.

La reazione all’annuncio sembra animata da sensazioni ingenue, che pensavamo di aver superato. In un attimo, riscopriamo la necessità della cavea materna del teatro di West. Un bisogno catartico, concentrato solo su Ye a quel livello di forza, che trova soddisfazione – proprio come la tragedia greca – nell’evento della rappresentazione collettiva. Kanye e i suoi lati oscuri sono il contraltare con cui confrontarci.

Il teatro greco di Siracusa

Il malessere nel vissuto di Ye si è parecchio acuito, soprattutto negli ultimi tempi, al punto da rompere ancora una volta con la parete che distanzia il rapper untouchable dal pubblico senza i suoi soldi, il suo talento e la sua lucidità selettiva. Un pubblico che nell’economia dello star system è contrapposto alla luce del palco, quindi è crisi, invidia, fratture. Kanye è sceso dal palco con tutta la sua onestà intellettuale e la sua sregolatezza, mostrandosi in contemporanea per quello che è: faro e oscurità, maestro e mostro.

L’UOMO CARENTE

Dicotomie che fanno riflettere, e ci conducono alla figura dell’uomo come sistema “carente” problematizzata da pensatori come Arnold Gehlen. L’essere imperfetto, che vivendo sopperisce alle sue mancanze senza mai esaurirle, oscillando di continuo tra la carenza e l’ulteriorizzazione, l’affinamento e l’aggiunta. Proprio come l’individuo portato in scena con tutte le sue mancanze dal teatro greco.

West, tra un commento delirante sulla schiavitù, un beat che pesca nelle chicche del passato e una richiesta d’aiuto, non fa altro che portare in scena le sue mancanze, ricordandoci che siamo tutti nella stessa situazione. Lui è noi e viceversa. Quello che ci sta dicendo, la performance che sta mettendo in atto non cesserà mai di risultare attuale, perché cattura la nostra essenza in continua ridiscussione. Avrà sempre qualcosa da dirci, proprio come ogni classico che si rispetti.

Lo fa con un punto di vista sempre rinnovato: lo stesso che la malattia può dare, quasi fosse un privilegio. Di certo, come sosteneva Nietzsche ne La Gaia Scienza, all’aforisma 120, la salute non è l’unica postazione da cui si possa leggere il mondo:

«Resterebbe in ultimo ancora aperto il grande problema, se è possibile fare a meno della malattia, anche per lo sviluppo della nostra virtù, e se specialmente la nostra sete di conoscenza e di autoconoscenza abbia tanto bisogno dell’anima malata quanto ne ha di quella sana: insomma, se l’esclusiva volontà di salute non sia un pregiudizio, una viltà e forse un residuo della più squisita barbarie e arretratezza

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900)

OGNI KANYE HA QUALCOSA DA DIRCI

Le crepe dentro Ye gli offrono nuove prospettive, gli serve per vivere pienamente il suo essere uomo. Così la sua carenza diventa la sua forza che lo pone in un punto d’osservazione diverso da tutti gli altri sani, forti e immacolati. Il rovesciamento che porta a una conoscenza tragica, ma a modo suo più profonda e viscerale delle cose. L’occhio è semplicemente filtrato da una lente diversa dalla norma. La conseguenza davvero incredibile che deriva dall’accettazione di questo processo, è che posti di fronte ad ogni coccio di Kanye sarà lui stesso ad indicarci quale coccio raccogliere per ricomporre la forma unitaria che più ci completa. Inutile negarlo, c’è chi ama il West produttore, chi l’istrionico urlatore, l’heavy user di Twitter, il fan di Trump e il padre dallo sguardo spento ma ricco d’amore. Il classico dà più indicazioni che sta a noi far nostre e mettere in ordine.

Kanye West protagonista di una controversa intervista con Letterman

Allo stesso modo,  in tutto ciò che Kanye propone che si cela il senso che vogliamo dargli. Ma è inutile parlare di intero, coerenza, senso sempre compiuto: sta a noi decidere quali frammenti raccogliere. Stupefacente in ogni caso il fatto che in un artista continuino a confluire e a vivere ugualmente nella sua proposta tutte le sue possibilità: cosa fare e cosa non fare, quale Kanye ammirare e da quale Kanye prendere le distanze. Non bisogna per questo motivo prendere le sue sparate come uno sfregio a tutto il buono che ha fatto, bensì come parte integrante del processo che continua a costruire e a distruggere. Tutto ciò che dice va custodito, o per farne tesoro, o per espellerlo dalla nostra mentalità, sulla falsa riga di una lezione imparata sulla pelle altrui.

Niente va soppresso, proprio come facciamo nel quotidiano, in cui ci sono errori che non dovremmo cancellare dalle nostre vite. Fanno parte di un disegno più grande: ne sono bussola e riferimento.

LE RIVOLUZIONI NEL BENE E NEL MALE

Creando a partire tanto dal suo bene quanto dal suo male interiore, ha dato vita ad una discografia senza precedenti. Ha consegnato tutto se stesso nelle mani di una realtà che addirittura lo ripudiava come rapper. Ha frantumato con i colori nel suono e nel vestiario gli specchi polverosi in cui riflettevano rapper che potevano pensarsi solo in quanto villain. Ha trasfuso nuova linfa nelle vene dell’HH a suon di campioni, dando nuova vita anche ai cori della Chiesa.

It’s hard preachin’ the gospel to the slums lately

So I had to put the church on the drums, baby

Kanye West, “The One”, Kanye West Presents Good Music Cruel Summer

È tuttora motore attivo di diverse correnti artistiche sparse per tutto il globo, nonché mentore e impulso diretto per nuovi capitoli della produzione di nomi come Pusha T. Ha sfanculato i colleghi e dettato le tendenze nei modi più eclatanti e visionari. Ha contornato una consistente fetta del proprio mito con un piede fuori dalla musica. Ha acceso diatribe e deluso come nessun altro il proprio seguito infiammandolo con la politica più distante dal suo creato.

Ha preso atto della sua situazione, votata (forse anche inconsapevolmente) ad ogni forma di libertà, anche la più scomoda, facendo i conti con ogni suo polo. Ma soprattutto, ha fatto del rapper un artista, gridando al mondo che se poteva esserci un Michelangelo nel XXI secolo era proprio lui, un figlio dell’hip hop. Kanye è nel nostro destino: è l’artista sceso tra le ombre della terra, per scolpire con la sua visione, indicare una nuova via ma anche sporcarsi di ogni vizio. Eroe tragico, in scena con tutta la sua polvere e il peso della sua condizione, in cui continuare a riconoscersi e a sentire quell’arte più vicina che mai. Una messa in scena di noi stessi a cui abbiamo ancora bisogno di assistere.

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