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L’Italia si stancherà mai delle canzoni parodia sul rap?

In attesa di risvegliarsi in un universo parallelo in cui Michelle Hunziker dropperá un EP interamente prodotto da Metro Boomin, contenuti come “Michkere” vanno presi per quello che sono: parodie in cui personaggi pubblici esterni al mondo urban si cimentano con ironia a scavare nel rapper che c’è in loro.

Guarda ora “Michkere”

Sì all’ironia

Capita spesso che flow e testi vengano confezionati con l’aiuto di nomi decisamente più vicini al rap game. È il caso di J-Ax o Danti, che hanno messo in più di un’occasione il proprio background al servizio di fast project meno seriosi, creati ad hoc per intrattenere anche chi è molto lontano dal loro mondo, pur essendone in qualche modo conturbato.

Niente di male in questo divertissement: pensare di arginare la leggerezza e il riso è roba da lasciare a Jorge da Burgos e ai totalitarismi. Nonostante dall’altra parte si prema con forza sull’acceleratore del dissacrante, uccidere anche la forma più embrionale di umorismo può rivelarsi un peccato capitale capace di generarne altri per effetto domino.

No al cringe

Tuttavia alle volte permane un retrogusto amaro, molto lontano dai sapori pungenti con cui l’ironia stuzzica i palati fini. Al contrario, si è decisamente (e pericolosamente) in odore di cringe andato a male.

Non si possono ignorare le differenze per certi versi lampanti che intercorrono tra un “entro spacco esco ciao” pensato da Salmo e uno “skrt” distorto da Nek. Da qui, ci sono tutte le premesse per chiedersi cosa mantenga vivo l’appetito dell’Italia per il gesto delle corna e il cappellino storto.

Il nostro paese appare come una realtà ghiotta di parodie sul rap e di etichette di comodo per approcciare – e ghettizzare – qualcosa che non si conosce (“trapper”: ma che vuol dire?).

Con cosa abbiamo a che fare?

Residui di una diseducazione alla convivenza con un genere che si è preso tutto? Possibile che ci siano ancora ulteriori step da compiere per spogliare del tutto – agli occhi del pubblico generalista – la cultura hip hop dai panni piacioni del tipo “tutto colorato” citato da Ernia a Basement Cafè 2? Il rap va molto di moda. Ma rimane solo questo?

La risposta come avrete capito è no. Il rap poggia su una storia decennale, è una cosa seria per chi lo segue, figuriamoci per chi lo fa.

E non serve nemmeno spingersi alla ricerca con il lanternino del parere del rappuso più integralista, per trovare conferma dello zelo che migliaia di artisti, addetti ai lavori e fan mettono ogni giorno dentro alla custodia del proprio bene più prezioso.

Guarda ora l’intervista completa di Ernia e Rkomi a Basement Cafe

La ferita

Il colpo più profondo che viene inferto a chi si riconosce in questo credo, è il dover assistere impotenti alla sregolata presa in giro di qualcosa in cui fondano parte della loro formazione e investono gran parte del loro tempo.

Il problema

Come già accennato in precedenza, il problema non è di per sé il fatto che il rap venga parodizzato. Il nodo difficile da sciogliere è legato al fatto che buona parte dei destinatari dei contenuti umoristici di quel tipo non hanno i mezzi per tenere separati i piani del reale e il piano della macchietta. Per molti, troppi italiani, le due versioni coincidono.

È parodia sregolata, perché incapace di discernere. Il rap è ancora quella cosa lì, lo era nei 90, lo era nel 2006 e lo era nel 2016. Non potrebbe essere altrimenti, se consideriamo che buona parte dell’utenza verso cui viene lanciato il sasso è il follower di Michelle Hunziker, non di Playboi Carti. Il punto di riferimento del pubblico di Canale 5 in questo caso rassicura il suo seguito, divertendosi a fare e impersonificare qualcosa che non è di norma, quando si instaura il legame visivo coi propri fan in prima serata.

Il rap viene così servito sul piatto come un “altro”, proposto con un’ironia che non scava in nessuna complessità, ma che punta al riassunto raffazzonato, allo stereotipo facile, allo schizzo che tutti possono leggere. La sostanza di quel tratto è univoca – per loro non cambia anche se mutano i “costumi” di quei giovanotti, sempre in mezzo a party-sabba fatti di scratch, culoni all’aria, beveroni e collanine – non sia mai che tutto questo venga considerato un faticar, un lavoro, una professione nobilitante. Figuriamoci un’arte.

La sostanza viene oscurata

Le tonnellate di ore passate in studio, tutti quei demo spariti chissà dove, i soldi delle trasferte messi di tasca propria. Ogni cosa svanisce, polverizzata dal chorus in autotune strimpellato dallo star system che col rap non ha nulla da spartire.

Guarda ora “SassuoloPalm Springs – New King”

Il normale anormale

Si ritorna così alla normalità: quella di una fetta di pubblico generalista, quella che meno riesce a spiegarsi perché agli Award TV il flusso della musica leggera venga costantemente interrotto da una performance Urban con pioggia di statuette annesse; che meno concede pari dignità ad un genere vivace, ma pur sempre giovanile. Quella fetta, riceve finalmente quello che si aspetta.

Il rapper colorato, con passo improbabile e outfit da scappato di casa. L’incubo è finito, si ritorna alla normalità. Doveva essere un mostro generato dal sonno della ragione, non poteva essere reale tutto questo spazio dedicato con tutti i crismi a quella gente.

Capriccio generazionale

La rassicurazione si riallaccia alla spiegazione che emerge tra le righe: nel rap è tutto talmente esagerato e psichedelico che può trattarsi solo di uno scherzo. Una moda passeggera, appunto. Il capriccio generazionale per eccellenza.

Difficile accettare che dentro ad un paio di Nike customizzate ci sia molto di più di una patina di rottura e anticonformismo, una storia con radici lontane che non si conosce, che respira a pieni polmoni l’aria di vari generi musicali. Sentendosi tagliati fuori da tutto questo, l’ingresso di una novità istantaneamente viene bollata come la più sgradita delle irruzioni, che in molti non sono ancora disposti ad introiettare.

La parodia diventa così il salvagente tanto atteso; per usare un’immagine forte, il biglietto di ritorno per il rimpatrio di ospiti passeggeri. Quello che ci si vuol sentir dire inconsciamente viene colto in pieno da certi contenuti: «ah… ma allora il rapper fa proprio così, non me lo ero sognato». Niente che si debba prendere sul serio, nulla che possa diventare concretamente parte del mio quotidiano.

Le cose, volenti o nolenti, non stanno così per nostra fortuna.

Colpe e missioni

In conclusione, per rispondere alla title-question, il motivo per cui l’Italia continua a ricercare la parodia del rapper sembra connesso all’incapacità del genere di “vendersi” per quello che è, nella sua essenza, senza che alcuna pagina della propria storia vada perduta o distorta.

Questo succede un po’ per limitazioni strutturali (il rap italiano non è ancora in grado di prendersi la TV di Stato , o di impugnare potere e autorevolezza effettiva riconosciuti alla pop music; limite che ovviamente si riflette sull’opinione che possono farsi i volti e gli esponenti dei media generalisti), un po’ per inceppati meccanismi culturali di ricambio e rifiuto reazionario, un po’ per pigrizia interna.

Il rap non dovrebbe perdere la voglia di spiegare cos’è il rap a tutti, di scrivere da sé sul dizionario la propria definizione, di raccontarsi con semplicità prima che lo facciano gli altri con approssimazione. Soltanto così, potrà diventare il solo maestro deputato a illustrare il proprio corso. Guardare alla macchina della visibilità con ribrezzo porterà solo maggiore distanza tra le parti.

Guarda ora “Vagiaina”

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