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Come cambierà la musica con la nuova legge europea?

Come la riforma del copyright dell’Unione Europea potrebbe cambiare il business della musica-

La tutela del diritto d’autore, con la digitalizzazione del Nuovo Millennio, è entrata in una profonda spirale di crisi. La riforma era quindi necessaria?
La risposta, senz’ombra di dubbio, è sì.

Non sembra nemmeno necessario discuterne: i mezzi di fruizione dei contenuti – siano essi musicali che editoriali – sono profondamente cambiati. La normativa vigente nell’Unione Europea, al contrario, risale al 2001, quando la conoscenza delle falle del sistema digitale era sostanzialmente limitata e ancora non si potevano prevedere con precisione gli esiti di due decenni dopo.

La Crisi

Certo, un cambio di rotta era necessario.

Esempi virtuosi a parte, la discografia e l’editoria sono settori che faticano a trovare la quadra, che forse sarebbero entrati in recessione anche senza la gigantesca crisi globale del 2007.

Appurato che il tessuto legale doveva essere mutato, la domanda è un’altra: è questo il cambiamento giusto?

Su questo punto non ce la sbrighiamo in dieci righe, ed è necessario analizzare la situazione da più punti di vista.

La nuova riforma

Data la situazione di emergenza, la Commissione Europea ha proposto, due anni or sono, alcuni emendamenti che solo lo scorso settembre sono stati approvati dal Parlamento europeo.

Successivamente la palla è passata al Consiglio e alla Commissione Europea, che hanno elaborato la versione definitiva che il 26 marzo è stata approvata nuovamente dal Parlamento.

Si tratta di una riforma fortemente ostacolata dalle forze di governo italiane (Lega e Movimento) e, invece, accolta e sostenuta dalle forze principali dell’opposizione (PD e Forza Italia).

Il dibattito si è concentrato essenzialmente su due articoli, l’articolo 11 e il 13.

Il fine della riforma

Prima ancora di analizzare le due norme, propongo una vaga e semplicistica analisi della riforma, in modo da comprendere almeno il fine generale del tutto.

Prima le piattaforme come Google, Youtube, Spotify e compagnia, erano protette dalla cosiddetta “net neutrality”, secondo quanto stabilito dall’articolo 15 della direttiva del 2000.

In altre parole: chiunque fornisca servizi su Internet (i giganti citati prima) non può rispondere delle condotte illecite poste dai propri utenti (per esempio il download di un film pirata, di un cd, la vendita su un sito d’asta di materiale illecito), né può essere obbligato a sorvegliare la rete e a porre filtri o limitazioni di connessione.

L’eliminazione della ‘’NET NEUTRALITY’’

Se un utente guarda un film, protetto da diritto d’autore, su un sito di streaming pirata, Google non ne rispondeva, né rispondeva dell’esistenza stessa di quel sito. Ora non sarà più così e la net neutrality è stata sostanzialmente annichilita.

Risulta ora chiaro perché tutti i giganti del web si sono uniti contro la riforma. In primis perché una legiferazione più restrittiva implica meno libertà per gli utenti, e un certo timore nella pubblicazione o nella fruizione di determinati contenuti.

Ergo: Internet potrebbe essere un luogo meno affollato di quello che è adesso. Sia chiaro, nulla cambierà nella assoluta centralità del web nel mondo moderno, nessuna legge potrebbe riuscire in questo intento. Sicuramente però i giganti del web potranno offrire meno contenuti, e ottenere potenzialmente meno guadagni.

In secondo luogo, le grandi piattaforme dovranno ideare meccanismi per tutelare il materiale protetto da copyright, in quanto co-responsabili in caso di violazione del diritto d’autore da parte degli utenti.

Dovranno avere software (molto costosi) per frenare la pirateria, rafforzando allo stesso tempo il team di risoluzione delle controversie sul diritto d’autore.

Entrambe le ragioni, si sintetizzano in una perdita di denaro. Per ora ancora limitata, perché l’Unione Europea è solo una piccola parte del mondo, dove risiede soltanto il 7% circa della popolazione mondiale.

Ma, ora che esiste un precedente giuridico, nulla toglie che, per puro esempio, gli States non adottino una normativa simile. Il timore dei giganti del web è che sempre più realtà politiche adottino misure restrittive.

Andiamo ora ad analizzare i due articoli che hanno monopolizzato la discussione politica. Accenneremo solo all’articolo 11, perché per la discografia è rilevante soprattutto il 13.

ARTICOLO 11: GLI EDITORI E GOOGLE
Secondo l’articolo 11, gli editori di stampa (come le testate giornalistiche) hanno la facoltà di stabilire un accordo economico per l’utilizzo dei propri contenuti. Quindi l’editore può trattare direttamente con Google.
Google si è già pronunciato in merito, dicendo che non firmerà con tutti gli editori, ma che li selezionerà attentamente.

ARTICOLO 13: BLOCCARE IL COPYRIGHT SUL NASCERE
Passiamo ora al fulcro della discussione, perché l’articolo 13 contiene la più grossa novità per il mercato discografico. YouTube, Facebook e tutte le piattaforme che permettono ai loro utenti di pubblicare contenuti, dovranno, come detto prima, implementare un sistema di riconoscimento automatico dei contenuti, che quindi dovrà bloccare qualsiasi video che potrebbe contenere una violazione del copyright.

In apparenza, questa è una buona notizia per il business della musica, perché impedisce agli utenti di pubblicare una canzone senza averne la licenza, potendo permettere alle case discografiche di trovare un definitivo equilibrio e di non disperdere i propri guadagni, tornando finalmente ad una prosperità che il mercato musicale non riesce a ritrovare da almeno un ventennio.

Questo vuol dire più soldi nell’industria musicale e maggiori possibilità di crescita, nonché più posti di lavoro.


Molti di questi contenuti pubblicati dagli utenti, però, sono in realtà innocenti e non destinati a essere monetizzati dall’utente.

Una canzone di successo, inoltre, si diffonde viralmente anche con l’aiuto dei video degli utenti. È semplice: gli utenti contribuiscono alla diffusione e quindi più persone lo sentiranno.
Il problema più spinoso è, in realtà, un altro.

CONTENT ID, il software di YouTube

Youtube ha implementato già dal 2007 un sistema chiamato Content ID, attraverso il quale i proprietari del diritto d’autore (major e artisti) sono tutelati dalla pubblicazione illecita dei propri contenuti.

Capiamo come funziona: l’artista ‘’Caio’’ offre a Youtube una serie di contenuti che vengono elaborati da Content ID e vengono inseriti in un database. Nel database esisterà quindi una cartella identificata come ‘’musica di Caio’’.

Ogni volta che viene pubblicato un nuovo video da parte di un utente, Content ID analizza il contenuto e lo confronta con gli elementi presenti nel suo database.

Se un utente ha pubblicato senza alcuna licenza l’ultimo singolo di Caio, ad un certo punto il software riuscirà a capire che quel video fa parte della ‘’musica di Caio’’ e, come tale, sarà tutelata in quanto materiale protetto da diritto d’autore.

Arriviamo al nocciolo della questione: l’utente ha pubblicato il nuovo singolo di Caio e Youtube se ne è accorto grazie al suo sistema di tutela del copyright. A questo punto però, Youtube NON elimina, ma invia una segnalazione a Caio, informandolo dell’avvenuta violazione.

Ora Caio ha a disposizione tre azioni: può bloccare il contenuto, può aver accesso ai dati statistici del video e può, infine, monetizzare il video pubblicato dall’utente.

Guarda questo video per scoprire nel dettaglio come funziona Content ID:

La monetizzazione è l’opzione che viene scelta nella maggior parte delle segnalazioni di Content ID.

La conclusione qual è? Youtube permette di pubblicare materiale protetto da diritto d’autore, ma attraverso il suo sistema riesce a segnalarlo al proprietario dei diritti.

Questo nella maggior parte dei casi decide di monetizzare il video, riprendendo quei guadagni che sarebbero andati perduti. Per la precisione, la monetizzazione viene divisa: 55% al titolare del diritto, 45% all’utente che ha pubblicato il video.

Questo è sicuramente un punto critico, e infatti le major contestano questa ripartizione, considerata sfavorevole per i proprietari dei diritti d’autore. Su Spotify e Apple Music, in caso di simili controversie, la ripartizione è più favorevole: 70% al titolare del diritto e 30% all’utente che ha pubblicato.

Quindi? Meno guadagni?

Tralasciando le polemiche sulla proporzione della monetizzazione, grazie a Content ID, invece di essere pagato su un singolo video “ufficiale”, l’artista è pagato dalle pubblicazioni di molti più video.

Ci vuole un po’ di lavoro da parte del titolare del copyright, ma qual è il grosso problema se si traducono in maggiori entrate?

La nuova riforma fermerà invece sul nascere la pubblicazione di contenuti protetti da copyright: non verranno generate entrate aggiuntive perché i video degli utenti semplicemente non saranno presenti. Paradossalmente, la riforma potrebbe portare ad un peggioramento dei bilanci di major e artisti.

Il meccanismo di facile riparazione

Una parte della riforma che sta mettendo un po’ tutti d’accordo è la direttiva secondo cui Google & Co. dovranno implementare un sistema di “facile riparazione” per i contenuti che vengono erroneamente eliminati.

Se, ad esempio, un mio video con milioni di visualizzazioni viene eliminato, ma riesco a dimostrare che non esisteva alcun motivo valido per la suddetta eliminazione, allora il mio contenuto potrà essere ripristinato con le sue views ‘’intatte’’.

Quindi? La riforma ci piace?

È giusto parlare ancora solo per ipotesi. Impossibile prevedere con una qualche pretesa di certezza gli effetti della riforma.

Vorrei analizzarla però da un punto di vista più generale. La riforma si configura come un insieme di provvedimenti restrittivi, quasi proibizionisti, passatemi il termine.

È la discesa in campo di uno sceriffo che vuole mettere ordine in un mondo che ha fatto del disordine il suo grande punto di forza.

Generalmente le riforme che vogliono regolamentare un mondo ”anarchico’’ finiscono per fallire, come il proibizionismo degli anni ’30 in America, che finì per far proliferare devianza, criminalità e illegalità.

Non mi stupirei se potesse succedere qualcosa di simile anche in questo caso. Quel che è certo è che non risolverà tutti i problemi di discografia, cinematografia ed editoria.

Cos’è una direttiva europea?

Ultimissima nota a margine: la riforma si configura come una direttiva europea. Una direttiva obbliga i Paesi membri a raggiungere un obiettivo, modificando la legge nazionale secondo quanto legiferato dall’Unione.

Al Paese membro rimane però un certo margine discrezionale: può raggiungere l’obiettivo secondo la forma e i mezzi preferiti. Questo implica che la direttiva assumerà forme diverse nei singoli Stati e che, quando l’Italia implementerà la riforma, questa discussione forse potrebbe valere solo fino ad un certo punto.

Non una bocciatura

Il superamento della direttiva sul copyright è stato salutato come una grande vittoria per i creatori di contenuti rispetto ai giganti della tecnologia, ma l’apparenza può ingannare.

I punti più critici sono la sua essenza ‘’proibizionista’’ e l’incapacità reale di aumentare gli introiti per editoria e discografia, esigenza forse ancora più forte della mera tutela del copyright. Non è una bocciatura, ma rimane molto scetticismo. Il rischio più grande è che, tra giganti del web e proprietari dei diritti d’autore, nessuno vincerà davvero.

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